Gli Oscar di Linea20: Dunkirk

Linea20 si mette lo smoking: inauguriamo oggi una nuova rubrica cinematografica, che ci accompagnerà sino alla notte degli Oscar, per conoscere meglio i film che si contenderanno la statuetta più iconica del mondo. Ci siamo armati di pellicole e proiettori con lo scopo di scegliere il «nostro» Oscar, e vedere di quanto si discosterà rispetto alle scelte che prenderà la giuria mondiale del cinema.

Cominciamo con Dunkirk di Christopher Nolan, uscito la scorsa primavera. Un film che ha diviso il pubblico per l’originalità di alcune scelte e per la fortemente precisa fisionomia che il regista ha voluto dare alla narrazione.

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Una delle scene più iconiche di Dunkirk: migliaia di comparse, immobili di fronte al Canale della Manica, alle prime luci dell’alba. Non ci sono effetti speciali, ad eccezione del lavoro di fotografia. 

La trama: voto 3,5

Dunkirk è una parola che stride, nelle nostre orecchie mediterranee. Noi conosciamo la ben più melodica Dunkerque, cittadina francese al limitare della Normandia. E se gli inglesi, sospettosi come sono verso tutto ciò che sta oltre la loro isola, hanno deciso di anglicizzare il nome una piccola città straniera, significa che ha prodotto nella loro coscienza un trauma non trascurabile. Qualcosa di molto simile a ciò che ha prodotto, in noi, il nome di Caporetto. Parliamo della più grande disfatta tattico-militare della storia dell’Impero Britannico: la rotta di Dunkerque, che si consumò tra il 25 maggio e il 4 giugno 1940.

Nolan ci regala una pellicola storica che va controcorrente. Ci proietta direttamente dentro la triste ritirata di Dunkerque, dove oltre 300mila soldati inglesi cercarono disperatamente di attraversare la Manica per sfuggire alla strapotenza militare della Wehrmacht. Nel preambolo, Nolan fa scorrere delle diapositive in bianco e nero, come quelle dei vecchi cinegiornali; si capisce subito che il film non ha nulla di eroico, e che non ci sarà l’esaltazione di qualche gesto leggendario. Per oltre due ore di pellicola assistiamo al lento suicidio di due vecchie potenze coloniali, Francia e Inghilterra, unite  sino alla disfatta. Due imperi dismessi che si accartocciano su loro stessi.

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L’accuratezza storica di Dunkirk è stata più volte elogiata da molti storici della seconda Guerra Mondiale. In una delle foto-trailer del film, possiamo vedere una ricostruzione meticolosa di ciò che accadde veramente sulle spiagge di Dunkerque.

La vicenda è ricca di sotto-tracce efficaci: i giovani disertori, gli ufficiali impreparati, l’asso dell’aviazione, i civili allarmati. Nelle micro-storie dei protagonisti, si celebra la fine di un’epoca con un grande respiro corale. La ricostruzione storica è precisa, puntigliosa, resa ancora più efficace, come vedremo, dalle scelte di costruzione registica. Per questo, nonostante qualche dilungamento forse eccessivamente patriottico, la resa della trama merita perlomeno un tre e mezzo.

La regia: voto 4,5

Come rendere Dunkirk un film efficace? Come discostarlo dal tradizionale film-di-guerra a cui siamo ormai assuefatti?

Nolan è un regista che ha studiato, e pare che abbia tratto il modello narrativo direttamente dal cinema neorealista italiano, che dal 1943 si occupò delle fatiche e delle rassegnazioni che ritroviamo puntualmente in Dunkirk. A suo modo, persino questa pellicola può essere definita neorealista, per via di alcune scelte stilistiche che sono il tratto distintivo del film. I dialoghi sono praticamente assenti, e largo spazio è lasciato al muto mostrarsi della guerra. Dunkirk è un film corale; per quanto ne sappiamo, gli attori potrebbero benissimo non essere dei professionisti, come nel cinema del dopoguerra italiano.

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Eccola, la straordinaria coralità di Dunkirk. Scena dominata da un’unica variante cromatica; comparse dal sapore neorealista; inquadratura sapientemente studiata. Il film di Nolan sembra una pellicola degli anni Cinquanta restaurata per gli Oscar del 2017-18.

Altro tratto caratteristico: nel film di Nolan non ci sono effetti speciali. È tutto tangibile, e sembra un’eresia nel ventunesimo secolo, dove ogni pellicola passa al vaglio della post-produzione. Dagli incrociatori agli aerei, dalle armi ai proiettili; tutto è vibrante, tattile, sensoriale. E questo rende Dunkirk un film estremamente efficace. Nolan lavora soltanto sulle inquadrature e sulla luce, proprio come i pionieri del neorealismo; utilizza abbondantemente i controcampi e i campi lunghissimi, che a Hollywood stanno inesorabilmente scomparendo a favore dei close-up e dei primi piani agli attori. Dunkirk è forse il suo montaggio migliore: per oltre due ore, le inquadrature e le sceneggiature di Nolan sorprendono lo spettatore e non lo annoiano mai.

Scelte coraggiose, quelle di Nolan: il voto quattro e mezzo non è per niente un azzardo. Fare un film così complesso rischiava di rivelarsi un fiasco. Ma il regista di Inception e Interstellar ha dimostrato di avere ancora parecchi assi nella manica.

Il cast: voto 3,5

Dunkirk è un film atipico perché non ha dei veri e propri protagonisti. Il vero main character della vicenda sono la guerra, la fine dell’Impero Britannico e del suo potere sul mondo. Tant’è che i vari personaggi sembrano importanti non tanto per le loro azioni sullo schermo, quanto per le riflessioni che scatenano sullo spettatore. Così il colonnello in pensione (reduce della prima guerra mondiale, è bene ricordarlo) che soccorre i soldati con la sua barca privata diventa un emblema della nostalgia britannica per il passato (che sta tornando in auge, negli ultimi tempi, nella variante populista); i giovani britannici che non riescono a liberarsi dell’Europa sembrano fotografare le inquietudini post-Brexit; infine, l’assenza-presenza dei tedeschi (il nemico non è mai inquadrato, se non nelle due scene d’apertura e chiusura: vediamo solo le sue bombe e i suoi proiettili) ricorda molto una minaccia onnipotente, che può colpire sempre e comunque, non molto dissimile dal terrorismo a cui ci stiamo tristemente abituando.

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Nolan parla ai suoi giovanissimi attori, spiegando loro quale sguardo tenere nei confronti della macchina da presa. Li avete riconosciuti? Sì, uno dei tre fa il cantante.

Il cast fornisce una prova mediamente buona, ma, lo ripetiamo, non siamo davanti al classico film-di-guerra in cui emerge il supersoldato, o dove dei combattenti feroci rivelano il loro lato umano. Per Nolan, gli attori di Dunkirk sono oggetti scenografici che servono a rendere perfettamente la coralità del film.

Conclusione

Dunkirk è dunque un film atipico. Si muove dentro l’ambiente codificato del film di guerra, e lo rivisita in maniera straordinariamente efficace. È un film stratigrafico, che si presta a più letture; più simbolico che logico, risponde alle dinamiche d’avanguardia meglio che a quelle hollywoodiane. Solamente un regista affermato come Nolan ha potuto produrre una pellicola così azzardata senza scottarsi al contatto con i commenti caustici della critica.

Se dunque premiamo Dunkirk con un ottimo voto è per dare ragione al lavoro del regista, che non si è piegato al sensazionalismo di tante pellicole di oggi e ha provato a restituirci qualcosa di qualitativamente superiore. Com’è giusto che sia, il pubblico s’è spaccato e non a tutti è piaciuto un film-di-guerra insolitamente lento; ma quando Dunkirk viene vivisezionato e passato alla lente d’ingrandimento, rivela una scienza del montaggio impressionante, e soprattutto un tributo onesto al neorealismo italiano, stagione che – si sa – ha esercitato un grande fascino sul cinema occidentale.

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Curiosità: Nolan ha fortemente voluto Tom Hardy (che aveva già diretto durante Il cavaliere oscuro – il ritorno) per il ruolo dell’aviatore britannico Fenner. È infatti cosa arcinota che, secondo Nolan, Hardy sia il più grande attore di tutti quando si tratta di indossare una maschera. Vedere per credere.

 

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