Titanic: Di Caprio o ordine liberale?

Quando pensiamo al Titanic, la prima immagine che sorge spontanea è quella di un giovane Di Caprio accompagnato da una dolce musica. Ma ci soffermiamo mai a pensare a perché il Titanic sia davvero naufragato?

È con questa efficace metafora che il Professore dell’Università Cattolica di Milano Vittorio Emanuele Parsi ha introdotto la conferenza presentata il 22 Febbraio scorso dal Professor Legrenzi, dal titolo: “Titanic, il naufragio dell’ordine liberale“. L’analisi del Professor Parsi si concentra inizialmente sulla nascita del cosiddetto ordine liberale. L’ambientazione è quella del secondo dopoguerra, dell’incontro di Churchill e Roosevelt: è qui che nasce l’ordine liberale. Si fonda sulla base di un compromesso tra ordine politico e libertà individuali, tra controllo (limitato) dello Stato in campo politico e anche economico, e diritti civili. Avviene quindi il passaggio da un modello economico, quello liberale, ad uno sociale, il modello neo-liberale. L’ordine liberale, paradossalmente, entra in crisi nel suo momento di massimo splendore: alla fine della Guerra Fredda. Finalmente, il figlio protetto degli Stati Uniti riesce ad espandersi in tutto il mondo, ma è proprio questa mania di grandezza a portarlo al declino. Il Titanic, infatti, naufragò perché si era ripromesso di battere tutti i record e andare a Nord, sempre più a Nord, ad una velocità esagerata. Ed è questa la storia del mondo dopo il 1989, che cerca di reinventarsi basandosi su tre fondamentali promesse: un mondo più sicuro, più giusto, e soprattutto più ricco.

Queste promesse si rivelano, però, chiaramente sbagliate. Il mondo non è mai stato meno sicuro che dalla fine della Guerra Fredda. Basti pensare alle innumerevoli e sanguinose guerre in Medio-Oriente (Iraq, Iran, Afghanistan ne sono solo un esempio): siamo ben lontani dall’Armageddon nucleare previsto come risoluzione del conflitto tra Stati Uniti e mondo sovietico, ma non possiamo certo considerarci “sicuri”. L’attacco alle Torri Gemelle del 11 Settembre 2001, inoltre, ha suggerito al mondo occidentale che il suo tradizionale modo di risolvere i problemi, l’intervento militare, ha smesso di essere efficace. Da qui nasce la paura della vulnerabilità che si riscontra attualmente specialmente negli Stati Uniti.

Un mondo più giusto? Sarebbe sicuramente garantito da un ordine liberale, vero? È innegabile che la guerra in Iraq abbia confutato questa tesi, essendo basata su una palese bugia. L’invasione da parte degli Stati Uniti (sostenuti dalla Gran Bretagna) non poteva essere giustificata da una difesa contro armi di distruzione di massa, visto che l’Iraq non ne aveva mai possedute. Lo stesso Blair, inoltre, fu paradossalmente nominato inviato speciale del Quartetto sul Medio Oriente.

Forse la terza promessa, quella di un mondo più ricco, si è avverata? Secondo l’economista Milanovic, i livelli di redistribuzione del reddito sono tornati a quelli di fine Ottocento. È aumentata sì la produttività, ma non i salari, per non parlare delle assurde condizioni dei contratti di lavoro degli ultimi anni (con cui facciamo i conti in Italia).

Il Titanic si è quindi scontrato con un iceberg a quattro facce. La prima è la divergenza tra le politiche delle grandi potenze: ecco perché la situazione in Corea del Nord rimane stabile da decenni. Anche se gli obiettivi di Russia, Cina e USA sono convergenti a livello superficiale, se si analizza più profondamente appaiono evidenti le enormi divergenze di principi. La Cina e la Russia non hanno intenzione di adottare una soluzione che favorirebbe gli Stati Uniti e viceversa. Come seconda faccia, il Professor Parsi suggerisce una polverizzazione della minaccia, che mette in mano a privati cittadini dalle risorse molto limitate un potere distruttivo immenso (ISIS). Pericolosissimo è inoltre il revisionismo degli egemoni: Trump ne è un esempio lampante. Per governare, bisogna prima distruggere il sistema di uno stato: gli Stati Uniti a causa di questo sono arrivati a eleggere un paradossale plutocrate populista. Una cosa mai successa prima e obiettivamente assurda. Infine, siamo testimoni della deriva della democrazia occidentale, minacciata dalla corrente tecnocratica e populista, descritta dal Professore come “futures sui diritti” e tecnocratiche.

C’è, quindi, ancora speranza? Il Professor Parsi ha concluso la conferenza identificando il modello Europeo come unica probabile speranza. È forse necessario tentare una soluzione di “embedded liberalism”, per mettere fine alle crisi economiche interne pur mantenendo un sistema di mercato libero capitalista.

L’intervento del Professor Parsi è stato enlightening e di una cosa sono ora certa: la prossima volta che vedrò il film Titanic, lo associerò al naufragio dell’ordine liberale e non a Leonardo Di Caprio.

di Elisa Brunetta

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