NO MAN IS AN ISLAND – Ulisse 162,17 (II)

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“Ancora qui?” gli dicono a distanza di cinque mesi. Questa volta, a San Servolo c’è la nebbia e sembra quasi che l’isola non esista più. Romolo la nebbia non l’ha mai vista, affonda le mani nell’umido della mattina di ottobre e sente il respiro pesante.

La nebbia sembra gas nervino, con la differenza che non ammazza le persone. Romolo scende per primo dal mercantile. Ha un sorriso terribile sulla faccia. Ha vinto lui, è scappato di nuovo dal fronte. Ma non c’è nessuno a congratularsi per il suo ritorno. Sono cambiati tutti: i medici, i poliziotti, i pazienti. Solo l’isola è rimasta. Romolo è tornato e si rende conto di non essere mai arrivato davvero.

Sono passati pochi mesi. Non ha fatto nemmeno in tempo ad essere spedito al fronte col suo 59esimo battaglione di fanteria. A Mestre, infatti, si è buscato una convulsione epilettica e il primo medico sotto tiro lo ha rispedito al mittente. Romolo aveva detto grazie, pensando che fosse la volta buona che scampava alla guerra per davvero.

E via con la danza: i medici lo visitano, lui riferisce sempre le solite cose, gli ridanno la stessa stanza di tre metri per tre, grande quanto due buche da mortaio. E pensa un po’? Il suo vicino di stanza è il vecchio Cagnacci! Ma allora ce l’ha fatta anche lui, il sergente figlio di un cane! La tintura di iodio funziona davvero!

I due sembrano bambini. Bisbigliano di notte, quando gli inservienti non si accorgono. Dove sei stato? Come hai fatto? Hanno combinato la marachella, stanno per farla in barba all’Esercito Italiano. Cagnacci aveva ragione, e ora se fanno i bravi possono arrivare fino alla fine della guerra e poi tornare a casa. Mi raccomando, si dicono: contiamo l’uno sull’altro. Se ci ricordiamo com’è il mondo fuori di qui, non rischiamo di diventare pazzi.

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Eppure è cambiato tutto. La presenza di Cagnacci non lo aiuta più di tanto. Romolo si è reso conto che nessuno lo tratta più con compassione. Gli inservienti gli passano cibo e abiti con tanto di grugniti e insulti. I poliziotti militari gli promettono botte da orbi e randellate leggendarie. Ma lui non capisce il perché fino a quando non è lo stesso Cagnacci a dirglielo:

“Ma è perché sei un disertore, imbecille. Li odiano, quelli come te.”

“Ma anche tu lo sei, sergente!” il bisbiglio di Santarelli si ingrossa e diventa quasi voce. Dopotutto, non hanno fatto la stessa cosa?

“Eh no, amico, io non sono disertore. La mia cartella dice che sono sotto shock. Non parlo mai, con loro.”

Trovata geniale. Cagnacci è sempre stato uno avanti. Davanti ai medici non dice una parola. Lo chiamano mutacismo. E un soldato senza voce non serve a molto, sul campo di battaglia. Altro che tintura di iodio, Averna e crisi epilettiche. Bastava far finta di non saper parlare.

Romolo è sull’isola dei matti. Qui ci stanno tutti quelli che non possono stare altrove. Ci sono vecchi e bambini, c’è la pellagra e il ritardo mentale. Oltre le mura, nella vicina isola di San Clemente, centinaia di donne che hanno i loro stessi disagi. Cinque mesi prima, il nostro Ulisse s’era quasi sentito a casa. Perlomeno, al sicuro. Ora, come il personaggio di Omero, si sente spaesato. San Servolo è la sua Itaca, ma la trova diversa da come la ricordava. Non c’è compassione per i disertori. E ormai è chiaro: Romolo lo è. Si è fatto ricoverare due volte in un anno, l’infame. Proprio quando lo dovevano mandare sul Piave. Ha lasciato soli i suoi.

Le voci nei corridoi girano. I medici son tutti d’accordo: sto disertore va mandato a morire. Che magari porta con sé un paio di austriaci e ci fa pure un favore. Alla prima occasione, lo ricacciamo in terraferma.

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Ovviamente, dentro la sua stanza Romolo non può sentire questi discorsi. Ma ha intuito, percepisce che i medici gli remano contro. Si confida con Cagnacci, e anche lui gli dice di stare in campana. Prima del 1918 ti fanno la festa, gli dice. Lui si prepara come può e dice all’amico: non ti preoccupare. Ce la facciamo. Insieme.

Nel frattempo, un nuovo dottore è arrivato a San Servolo. È poco più che un apprendista, ha finito in fretta e furia gli studi perché se al fronte mancano i soldati è anche perché nelle retrovie i medici son troppo pochi. Si chiama Alberto Weiss, porta un cognome da nemico e ha passato anche lui i suoi momenti difficili. Appena arriva, si rende conto che il manicomio è un calderone e ci sono tante, troppe persone diverse. Si va dai bambini ai vegliardi, dai pellagrosi ai moribondi. Poi ci sono i soldati. Lui li vede: avranno sì e no la sua età. I loro destini sono stati divisi dal dorso sottile dei libri di anatomia. Solamente la medicina lo ha salvato dal sacrificio al fronte.

Alberto Weiss li guarda, questi soldati. Mezzi ragazzi e mezzi uomini. Fermi a metà, svuotati di tutto dalle bombe e dal fango. Non è rimasto nulla, di loro. La razionalità è sepolta nella terra di nessuno. Però, tra loro, ne vede uno fin troppo tranquillo. Come si chiama? Santarelli? Di dov’è? Perché nessuno ha una sua cartella?

“Perché è un disertore. Non perda tempo con lui, Dottor Weiss. Lo rimandiamo via appena possibile.”

Ma Weiss ha lo scrupolo del giovane fresco di laurea e non si lascia intimidire. Manda una missiva a Roma: chiede di sapere chi diavolo è Romolo Santarelli. Dopo quasi venti giorni arriva la risposta.

SANTARELLI Romolo, n. 17 novembre 1886

Solo dall’età di dieci anni, senza fissa dimora, pessimo soggetto, ozioso, vagabondo, pregiudicato per rapina, oltraggi, lesioni e porto d’armi.

Forse Santarelli non è solo un disertore, ma è anche un disadattato. Il Dottor Weiss, nei ritagli di tempo, lo va ad osservare; Romolo confabula spesso sottovoce, pare che stia pregando. Nel cuore della notte, si infervora e nessuno capisce il perché.

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I medici avevano ragione: gli fanno la festa, a quel disertore. Ha fatto finta di diventare matto due volte in pochi mesi. E noi mica ci facciamo prendere in giro. Ecco qui un bell’atto di dimissione. Che vada a fare il suo dovere, e siamo tutti contenti.

Alberto Weiss assiste alla sua dimissione. Romolo sbraita, continua a dire che c’è una congiura contro di lui. Che lo vogliono mandare al fronte perché loro, i medici, sono pagati per farlo. Ma lui non ci vuole tornare. Si dimena, ma non può nulla contro le manacce degli inservienti. Lo portano sul molo e lui urla. Non lo aveva mai fatto prima di quel momento.

Ad un tratto esclama:

“Non è giusto! Portate anche Cagnacci, allora!”

I medici fermano tutto.

“Chi è Cagnacci?” chiede uno di loro.

“Ma come? Il sergente Amedeo Cagnacci, 59esimo battaglione, quello a fianco a me in cella!”

Tutti si guardano allibiti.

“Signor Santarelli”, dice uno dei medici. Nel frattempo, il Dottor Weiss si avvicina. “Lei era in isolamento. Non poteva parlare con nessuno.”

In quel preciso momento, la ragione abbandona lo sguardo di Santarelli. Gli occhi si spengono sotto le crape mezzo pelate dei medici. Vuoi vedere che era matto davvero?, dice uno dei poliziotti con rudezza intempestiva. Ma ormai l’ordine è stato diramato. Deve tornare al fronte, con o senza Cagnacci. I medici parlano tra loro. No, un Cagnacci non si è mai visto da quelle parti. Si fanno prendere dallo scrupolo: mandiamo un telegramma ai piani alti dell’esercito.

No, il sergente Amedeo Cagnacci non è mai esistito. O meglio, era solo nella testa di Romolo. Il mercantile lascia di nuovo San Servolo. Il nostro povero Ulisse se ne va e non sa neanche bene dove. Ha finito di fare finta. Sarà la guerra, sarà la trincea. E poi la pace.

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