Intervista a Vito Mancuso

Il 10 novembre 2017 il teologo Vito Mancuso è stato ospite della rassegna “Dicono dell’Arte”. Il suo intervento, dal titolo “Arte come spiritualità, spiritualità come arte”, si è concentrato su quale sia la vera esperienza del Bello e su come questa esperienza possa legarsi alla spiritualità e alla libertà. Il legame tra le due è dato, per Mancuso, dal fatto che l’incontro con la vera arte (data dall’armonia di elementi discordanti) non può non riprodurre la grande emozione derivata dall’incontro con la vera vita. In particolare, l’esperienza estetica consiste in una sollecitazione dei sensi che pone al cospetto di qualcosa di più grande si sé, e chi la compie viene avvolto e travolto, condotto dove “avremmo voluto andare”. Per questo, per riferirsi a tale esperienza, si fa riferimento a termini passivi, come “rapimento”, “seduzione”, “attrazione”, “incanto”. L’individuo non è più padrone di sé, ed è per questo che la vera bellezza si manifesta sempre in modo da provocare anche un certo dolore, per il senso della propria indegnità e per il fatto che essa sconvolge l’io, facendolo uscire da sé, perché è di fronte alla bellezza che si percepisce il proprio bisogno, il proprio non bastare a se stessi. Si tratta di un’esperienza che rompe le barriere dell'”egocentricità” e che può avere potere salvifico. Infatti, essa può essere così intensa da risultare una perdizione positiva, quella di chi rinnega se stesso perché comprende che c’è qualcosa di più grande cui dedicarsi, spostando il baricentro del proprio esistere al di fuori di sé.

All’inizio della conferenza parlava del fatto che gli antichi avessero identificato nello spirito una caratteristica distintiva dell’essere umano rispetto al resto del creato: secondo lei, spirito e razionalità sono assimilabili o sono due proprietà scisse, ma entrambe peculiari dell’essere umano? E se sono due proprietà scisse, quale delle due è toccata dall’esperienza del bello? 

Alla conferenza parlavo di questa differenza e mi riferivo, con tale termine, a un saggio di Hans Jonas dal titolo Homo Pictor, sottotitolo Und die Differentia des Menschen, che discute appunto l’uomo “pittore”, creatore di immagini e, come tale, caratterizzato da una differenza rispetto al resto. Quindi già Jonas identificava nella tracciabilità delle immagini, cioè nella capacità di creare segni simbolici che non hanno un significato strettamente biologico, questa differenza. Dicevo che per dare un nome a questa differenza la mente antica – sia quella greca, sia quella ebraica, sia quella latina, naturalmente indipendentemente le une dalle altre – avevano fatto ricorso a un termine che in tutti e tre i casi rimandava al vento, e il vento è l’elemento originario più libero.

Questo per quanto riguarda il collegamento con la conferenza; per quanto riguarda la domanda più specifica, rispetto al rapporto tra razionalità e spirito: si tratta di due cose diverse, e non a caso abbiamo due termini diversi. Ma non sono diverse nel senso che si oppongono, nel senso che sono nemiche, antagoniste, la razionalità di chi vuole stare con i piedi per terra contro lo spirito di chi vuole aleggiare per i cieli. C’è una modalità di vivere queste due cose come contrapposte, è possibile. Ci sono persone che vivono in una dimensione contrapposta, che quanto più si danno alla dimensione spirituale, tanto più negano quella razionale o viceversa. Ci può essere questa modalità di vivere le cose, e gli estremi di questa modalità sono quelli che potremmo chiamare materialismo da un lato e spiritualismo dall’altro. Sono modalità di intendere la dimensione spirituale e quella razionale come conflittuali e antagoniste.

Io penso che questa sia una visione unilaterale, parziale, sbagliata e combatto su entrambi i fronti sia contro i materialisti che contro gli spiritualisti. Penso che il fenomeno umano sia unitario e al contempo, però, non sia monocorde: è unitario ma al contempo organizzato in maniera complessa, stratificato. Durante la conferenza muovevo la mano vorticosamente ed è una cosa che faccio spesso, per dire che esiste un movimento dell’energia che ci costituisce, che si può immaginare come una spirale ascendente. Noi, innanzitutto, siamo, prima ancora che razionalità, materia e materialità: anzi, prima di tutto siamo energia – la materia è energia “solidificata”.

E da questa solidificazione dell’energia che cosa viene? Viene che si hanno strati, all’interno dell’essere umano – a differenza di questa panca su cui siamo seduti: questa panca è anche lei energia, la materia che la costituisce è energia solidificata, ma la differenza rispetto a noi è che il tutta la sua energia si esaurisce nella materia. E la panca sta. A suo modo è immobile, è inanimata. In tutti gli esseri viventi, a partire da questa pianta qui accanto a noi, e anche in noi, c’è una configurazione diversa: l’energia che ci costituisce rispetto alla massa del corpo presenta un surplus, un’eccedenza, qualcosa che non è racchiuso nella materia, e questa cosa che non è racchiuso nella massa corporea è ciò che gli antichi chiamano anima. È un modo per dire che il fenomeno di cui stiamo parlando è animato, si può muovere, si muove. Anche la pianta si muove, a suo modo: tutto ciò che vive si muove e in questo movimento si presentano diversi livelli.

La razionalità è una delle modalità in cui quest’eccedenza dell’energia costitutiva rispetto alla materia corporea si presenta. La razionalità è la capacità di elaborare informazioni, così la definirei in questo momento. Questo naturalmente si ha in tutto ciò che vive. Tutto ciò che vive ha a suo modo una razionalità, anche gli animali hanno una loro razionalità – sono capaci di elaborare informazioni, capiscono chi è amico, chi è nemico, come comportarsi, chi è il capo branco. Hanno una mente, e quindi la capacità di elaborare informazioni e, a loro modo, la capacità razionale. Naturalmente nell’uomo questa dimensione cresce, quando si ha nell’uomo la capacità non solo di elaborare informazioni e di reagire all’ambiente, che presenta minacce o opportunità, ma anche la capacità di creare: non solo di reagire, ma anche di agire, cioè di porre qualcosa che nell’ambiente non c’è e che non viene richiesto dall’ambiente.

Torniamo all’homo pictor: l’ambiente non mi chiede di fare delle immagini, sono io che, colpito dalla bellezza – o dalla bruttezza -, colpito dalle varie manifestazioni della vita reagisco liberamente elaborando delle immagini che di per sé non sono funzionali al muovermi nell’ambiente. Forse a capirne il significato, a far capire a me stesso l’impatto tra l’ambiente e me, la mia allegria, la mia malinconia, la mia disperazione. Quando avviene questo non ci troviamo più di fronte al ragionamento di un corpo che si limita a muoversi: è un’altra cosa, ed è quest’altra cosa che gli antichi hanno individuato come distinta dal logos e che hanno chiamato pneuma, spirito. Ed è chiaro che è soprattutto qui che si ha la dimensione della partecipazione alla bellezza, nella dimensione spirituale.

Durante la conferenza ha menzionato Leni Riefenstahl e il fatto che i nazisti fossero degli “esteti”: il fatto che molti gerarchi nazisti fossero cultori di Bach, di letteratura, di arte è riconducibile al piacere perverso di cui parlava o al fatto che in realtà non si tratti di vera esperienza del bello, che opera un potere salvifico? E quando si parla di potere salvifico del bello, si può dare alla parola salvifico un senso etico? 

Il fenomeno umano è una cosa strana, però noi dobbiamo constatare questa circostanza: ci può essere una partecipazione alla bellezza, e quindi alla dimensione estetica, senza che ci sia una dimensione etica, e anzi che quest’ultima venga calpestata. E viceversa, che ci possano essere delle persone che hanno una forte propensione all’etica, alla giustizia, alla solidarietà con gli altri, e all tempo stesso una totale assenza di gusto, una totale assenza di desiderio di circondarsi del bello. Quindi etica ed estetica sono effettivamente due cose diverse. Io però ritengo che, ai vertici, queste due dimensioni coincidono. Perché quando si ha l’amore per la giustezza delle proporzioni che costituisce l’essenza dell’armonia e quindi l’anima della dimensione dell’estetica, si viene trasportati ad un amore per la giustizia, e non solo per la giustezza, un amore per la giustizia che è l’essenza dell’etica.

Comunque, tornando ai gerarchi nazisti, se vuole si possono trovare altre forme, comprese quella capitalistica, che sfruttano le persone, depredano interi territori, per poi magari avere in casa collezioni d’arte, il quadro del celebre pittore. Questo ci parla prima di tutto di una scissione del fenomeno umano, e poi del fatto che qui abbiamo a che vedere con l’estetismo -o nel secondo caso con il consumismo. Così come fa chic, scusate l’espressione, così come fa colpo sugli altri il fatto di essere ricchi, allo stesso modo fa colpo poter rivendicare un gusto estetico, la capacità di apprezzare l’arte (di poter mostrare un determinato quadro sul proprio yacht, sulla propria barca)… E cosa posso dire? Sono modalità mediante cui non si partecipa veramente al bello, ma lo si sfrutta, lo si usa. C’è anche una maniera di vivere l’amore che è così: uno non vive l’amore, uno espone se stesso e le proprie conquiste… Ma cosa avviene in questa prospettiva? In questa prospettiva ci si imbatte nella grande trappola dell’ego, che è autocentrato, che riporta tutto a se stesso, compresa la bellezza, compreso l’amore, compresa l’etica, riporta tutto a se stesso e si gonfia e diventa estremamente pesante, noioso, borioso. Viceversa, nella misura in cui l’io esce da se stesso, rompe questa egocentricità e si dedica sinceramente a qualcosa di più bello, allora non hai l’estetismo, hai l’estetica, non hai degli amoreggiamenti, ma hai il vero amore e l’ego invece di gonfiarsi si sgonfia, diventa leggero, diventa diverso, più luminoso e, niente, la vita assume un altro sapore. L’esperienza estetica, nel momento in cui è vissuta bene, ti mette al cospetto di qualcosa che è più grande di te, ti fa sentire piccolo, non ti gonfia. Non vuoi avere la casa piena di quadri (magari anche), ma non è quello il punto: non lo farai per mostrare, lo farai per mostrarti a te stesso e diventare degno di quelle cose, quindi comunque l’ego verrà purificato.

Abbiamo anche citato Emily Dickinson, durante la conferenza, e un suo passo sul rapporto tra bellezza e verità. Abbiamo citato anche i versi di Keats “verità è bellezza, bellezza è verità, questo è tutto quello che sai e tutto quello che hai bisogno di sapere sulla terra”. Cos’è la verità?

Appunto: cos’è la verità? In questa prospettiva noi capiamo che la verità non è una formula, è un processo, così come la bellezza è un processo. La più bella armonia si ha dalle cose discordanti, e quindi devo avere una cosa ed un’altra che discorda con la prima, e poi creare una concordia: lì ho la vera armonia, lì ho la vera bellezza. Allo stesso modo della bellezza, anche la verità è un processo. Noi capiamo che la verità non è qualcosa di statico, una formula, una dottrina, ma uno stile, una qualità, un modo di essere all’interno di questo processo che è la vita. La vita è un processo, il mondo intero, il mio orgamismo, il vostro organismo, sono tutti processi, e tutto quello che noi possiamo vedere è movimento, processualità, lavoro. La verità è un tipo di lavoro o di processo che introduce energia positiva all’interno del sistema, che introduce armonia, possibilità di aggregazione. Tutto quello che noi vediamo è un sistema – l’aria, cos’è? L’aria è un sistema formato da azoto, ossigeno, argon, eccetera. Cosa fa sì che dal caos iniziale ci sia l’atomo, poi la molecola, poi insieme di molecole, organuli, cellule, organismi, e poi anche coppie, famiglie, organizzazioni, comuni, eccetera? C’è una forza che unisce, che aggrega in maniera armoniosa, e questa è la verità. Ciò che introduce organizzazione, ciò che introduce ordine, ciò che fa fiorire l’essere, è la verità. Per quello Gesù nel Vangelo, per fare un riferimento anche alla tradizione teologica, dice che chi fa la verità viene alla luce, e usa il verbo greco ποιέω (poièo), che significa appunto fare – lo stesso verbo che etimologicamente è alla radice della parola “poesia”, e che, quindi è legato alla dimensione dell’arte nel suo senso originario, e cioè quello della produzione, del lavoro manuale.

La verità quindi non è una dottrina, un dogma, qualcosa che ti blocca, la verità è quell’energia pulita che ti mette nella condizione di diventare poetico, poeta, artista, libero, ma non della libertà di fare ciò che si vuole, ma di una libertà che ti fa amare l’armonia e lottare per la giustizia, per la verità, creando cose nuove. Lottando contro le ingiustizie ma al tempo stesso servendo una dimensione che è più grande di te, che è quella dell’armonia dell’insieme, della fioritura delle cose. Questo è la verità secondo me, la verità come acqua, come nutrimento per la vita. Ed è bella! Una cosa del genere è bella, estremamente bella. Viene da dire: questa è la ricetta per la vita. Quando si comprende in questo modo il rapporto tra verità e bellezza, non c’è costrizione, si riesce a sentirsi liberi e al tempo stesso determinati. Questa è la libertà di cui parlo, non la semplice libertà di poter fare quello che si vuole senza interferenze. Secondo me noi siamo alla ricerca di due cose nella vita: di poter dire “io sono mio”, sono libero, indipendente e “io sono tuo”, c’è qualcosa di più grande di me a cui appartengo e a cui sento di dovermi dedicare. Noi abbiamo bisogno di queste due cose insieme, indipendenza e appartenenza. Questa maniera di pensare verità e bellezza comporta indipendenza, perché sono  libero, ma anche appartenenza, perché servo qualcosa di più grande di me, e così la vita si realizza.

Attualmente manca vera spiritualità, e, se manca, è in favore di un materialismo più o meno consapevole? È dovuto a una mancanza di bello o di coscienza del bello?

Io non penso che attualmente manchi la spiritualità: la vita umana sarebbe una catena di montaggio, una catena di consumo, sarebbe solo un andare per negozi, o prima ancora andare per fabbriche, se mancasse la spiritualità. Per fortuna non è così: ciò che manca è il raccordo tra religione e spiritualità. La spiritualità un tempo aveva un canale privilegiato, mediante cui svilupparsi, che era la religione tradizionale. Anche l’arte, di cui pochi comunque usufruivano, era qualcosa che raccoglieva un canone, che creava un’esperienza unitaria. Oggi, sia a livello estetico che a livello religioso c’è una maggiore difficoltà a esercitare quella dimensione di spiritualità. Un tempo, quando si diceva spiritualità, si diceva religione, oggi quando si dice spiritualità non necessariamente si dice religione, e viceversa. C’è una maniera di vivere la religione che è il contrario della spiritualità, quasi fosse una prigione. Se spiritualità vuol dire gestione della libertà, una religione intesa come costrizione è senz’altro il suo opposto. Il nostro tempo è un tempo di esperimento, di ricerca, di insoddisfazione, perché molti hanno una domanda sincera di spiritualità che non trova una risposta in quelle che normalmente vengono presentate come risposte a questa domanda. Le religioni sono un luogo importante per dimensione spirituale e però loro stesse devono cambiare. L’attuale papa l’ha capito, e lo dice: la religione – e i religiosi – devono cambiare. Però trova anche moltissima opposizione all’interno della Chiesa. Questo vale per la Chiesa cattolica come vale per tutte le religioni costituite. C’è una grande domanda di spiritualità ai nostri giorni e non c’è un’offerta che la completi. Siamo in una fase confusa, ma anche bella, creativa: vedremo cosa ne uscirà.

Una domanda personale: c’è qualche artista, o autore, che ha risvegliato in lei il senso del bello e da cui ritiene di essere stato arricchito a livello spirituale?

Sono soprattutto i classici: per quanto riguarda la musica, non c’è quasi giorno che io non sia con Bach, e non solo, anche Mozart, Hendel. Potrei andare avanti, ma questi sono i miei grandi autori per quanto riguarda la musica, e il primo, quasi l’unico, è proprio Bach. E poi i grandi classici della letteratura, delle arti figurative, non ce n’è uno in particolare di cui potrei dire: questo. Ho grande amore, grande devozione per tanti: per quanto riguarda il Novecento ho una vera e propria venerazione, non solo come autore, ma anche come uomo, per lo scrittore sovietico Vasilij Grossman, autore di Vita e destino, di Tutto scorre, di una raccolta di racconti bellissima intitolata Che il bene sia con voi e tante altre opere, di cui molte non sono tradotte in italiano. In generale ho una venerazione per i grandi che hanno lottato contro la dittatura, ad esempio, per quanto riguarda l’Italia, Primo Levi. C’è una vera congiuntura in questi autori tra estetica ed etica, perché non ci sono dubbi che le pagine di Primo Levi non siano soltanto una testimonianza: c’è letteratura dentro, Primo Levi è uno scrittore, e lo dimostra anche nei libri che non parlano del lager, come La chiave a stella. La stessa cosa vale per Vassilij Grossman, che lottò contro il nazifascismo mentre era a Stalingrado come corrispondente di guerra. La madre di Grossman venne uccisa dai nazisti nel 1941, in una delle prime manifestazioni della shoah. E in seguito si schierò anche contro il comunismo della Russia di Stalin: anche se non era certo di formazione anticomunista, finì per diventarlo, quando vide cos’era effettivamente il comunismo nella forma stalinista, e andò più a fondo, trovando elementi autoritari in Lenin e già in Marx. Queste persone che lottano per la libertà e lo fanno in maniera bella, rientrano per me in quella dimensione di verità e bellezza cui facevo riferimento, e per questo mi affascinano. Sono testimoni di quella “libertà ch’è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta”, per citare Dante.

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