NO MAN IS AN ISLAND – Notte di una parola annotata

Notte. Ore 23:50 del 5 ottobre 1944-00:00 del 6 ottobre 1994. Camerata del manicomio dell’isola di san Clemente. Stanza assolutamente anonima, grandezza indefinita. Unica fonte di luce un raggio di luna proveniente da un’enorme finestra posizionata sulla destra. Il raggio illumina fronte ed occhi di una donna sdraiata su un letto al centro della scena. Posizione supina, occhi grigi sbarrati. Alla sua destra e alla sua sinistra, altri due letti. Al loro interno, fagotti che riempiono le coperte e danno l’idea di un corpo umano, ma nessuna silhouette che possa effettivamente ricordarlo. Le frasi in corsivo fra parentesi vengono pronunciate da una massa indistinta di voci ovattate fra le quali spicca quella, distorta, della protagonista. La frase finale, invece, viene pronunciata contemporaneamente sia da quest’ultima che da tutte le voci. I flashback sono rappresentati come nel teatro delle ombre balinese (esempio: https://www.youtube.com/watch?v=L169SCBH8L0), e i burattini di infermieri e medici sono grottesche fusioni di uomini ed insetti.

Ventitré e cinquanta. Sessanta, cinquantanove, cinquattotto. 5 ottobre 1944. Sotto di me, un letto che non conosco. Sopra di me, un soffitto che non conosco. Intorno a me, una stanza che non conosco. C’è qualcosa che io conosca, qui? Eppure, prima di questo aprile ti avevo vista tante volte: basta arrivare a s. Marco, camminare con le onde sulla destra e poi fronteggiare il mare. Sei lì, ferma fra i flutti, un anello murato d’argilla. Io ti conosco, vero? Ma allora, perché mi sei così estranea? Da quando abito il tuo ventre, ogni giorno è notte, ogni minuto è ora, ogni movimento è stasi. Non puoi darmi il tempo di ogni uomo? O anche tu, roccia immutabile, ti sei adeguata alle vespe in camice? Anche tu hai deciso di trasformarmi in inchiostro su carta? Perché è questo che siamo qui: lettere scritte a mano su un foglio ingiallito, una risma di documenti chiusi in un fascicolo da spostare da una stanza all’altra per l’ennesimo trattamento. Se non altro, siamo tutti uguali: io sono una serie di aggettivi, l’estranea alla mia sinistra è una serie di aggettivi, anche quella alla mia destra è una serie di aggettivi. Le più fortunate di noi si guadagnano al massimo qualche espressione esclusiva, qualche parola di merito annotata sotto il proprio nome: “Dice che non ha paura degli occhi cattivi e delle stregonerie”, “Riferisce che le sembra di essere una bambina di due anni”. A volte, ci è concesso di essere neologismi.

Ventitré e cinquantadue. 5 Ottobre 1944. Sotto il mio nome (il mio nome?) le vespe hanno scritto: “Dice di essere punta da tutti gli insetti del mondo”. Mentre premeva la penna sul foglio, l’insetto sogghignava, senza dar troppo peso al mio sguardo fisso sulle sue labbra; beh, in fin dei conti non aveva torto: che senso avrebbe preoccuparsi dei pensieri di una parola annotata? (Le parole annotate pensano davvero qualcosa?) Ha riso, la vespa. La sento, sì, la sento. Sento il muoversi a scatti delle sue zampe, lo scricchiolio delle sue fauci, il sussultare scomposto delle sue ali nascoste sotto il camice bianco. Pensava che non me ne sarei accorta? Ho anche provato a spiegarglielo: “Sì, tutti gli insetti mi pungono, tutti, soprattutto le api. Voi siete un dottore, no? Dovreste saperlo che fanno bene per la neuropatia, che aiutano a non diventar matti. Certo, aiutano, voi lo sapete, siete un dottore. Ma se aiutano a non diventar matti, allora perché fanno così male al cuore? Dottore, lo sapete perché? Siete un dottore, vero?”. Non mi ha risposto. Ha appuntato qualche lettera sul foglio e mi ha mandata via. Sorrideva, la vespa. Avrei dovuto sentirmi ferita, eppure quel ghigno non mi ha fatto del male, e non me ne fa ora: non è nulla rispetto ai pungiglioni delle api. Vengono ogni notte, mi ronzano intorno alle orecchie, mi si posano sul volto e, quando mi hanno ormai ricoperta, mi pungono, mi pungono, ed ogni pungiglione è quella scodella sul tavolo della cucina, ogni ago è una giornata sotto il sole a Padova, è una voce conosciuta che mi chiama ridendo, è casa, è sempre, è mai, è passato. Le api hanno il volto di mia sorella, di mia madre, dei bambini sotto la finestra di casa mia; mi guardano, mi sorridono, “Andrà tutto bene”, mi dicono, e poi mi iniettano il veleno, ed è dolce, è caldo, è familiare, ma fa male, mi brucia la carne, mi corrode i nervi e le ossa. Ma le api hanno ragione: andrà tutto bene, finché sentirò ancora questo dolore. Finché verranno a farmi visita, ogni notte, sarò salva. Nell’isola d’inchiostro, questo veleno è l’unico rimedio per non essere parole morte su carta.

Ventitré e cinquantacinque. 5 Ottobre 1944. (5 Ottobre 1944?). Quarantatré, quarantadue, quarantuno. Quando mi hanno portato in questa stanza e mi hanno riposto nel mio scaffale di coperte, i moscerini, quei sottoposti in divisa delle vespe, parlavano fra loro. “E’ tranquilla, per essere matta!”, “Urla giusto un po’”, “Sta per conto suo, però mi sembra lucida”. Matta. Mi hanno chiamata “matta”. Ma lo sono davvero? Certo, qui a san Clemente ci portano le pazze, lo sanno tutti, lo sapevo anch’io. Ma allora, perché sono qui? Io non sono matta. (Matta.) So quello che dico, non sono pazza. Sarà perché gli altri non capiscono le mie parole che sono qui dentro? Eppure è così chiaro o, almeno, lo è per me. La mia pazzia è non essere compresa? E’ parlare delle mie api, dei miei insetti a rendermi folle? Non capisco. San Clemente non dovrebbe essere casa mia. Dovrei essere a Padova, sdraiata nel mio letto, e i flebili raggi della luna dovrebbero illuminare la mia fronte attraverso le mia finestra, non tagliando quell’anonimo pezzo di vetro incastonato nel muro. (Matta.) E’ perché parlo con me stessa? E’ una colpa non trovare interessante nulla di ciò che mi viene detto? Non voglio parlare con le vespe, non voglio parlare con i moscerini, non voglio parlare con nessuno che non sia un essere umano. Sono loro, gli umani, ad essere interessanti. Interessanti, sì, e maledetti. (Matta.) Sì, forse è anche per questo che ora sono qui: un moscerino, pochi giorni dopo la mia prima visita dalle vespe, forse in un disperato tentativo di provare compassione per me, mi ha rivolto la parola. “La tua è proprio una razza sfortunata”, mi ha detto, mettendomi le calze. Per la prima volta, ho alzato lo sguardo. “Non è sfortunata. La mia è una razza maledetta”. Ho guardato in fondo ai suoi occhi. Ho cercato una connessione, una comunanza di destini, un legame fra me ed un’altra possibile sventurata. Non l’ho trovata. Non ho trovato nulla in quelle minuscole pozze di fango. Probabilmente, si riferiva al fatto che dovrei essere giudea, almeno a quanto dicono le cartelle, ma a me non interessa. Io parlavo della razza umana. Parlavo di qualcosa che speravo potessimo avere in comune, che avrebbe potuto salvarmi dal morire sulla carta. (Matta.) E’ davvero impossibile trovare un compagno su quest’isola, qualcuno che condivida con me la caratteristica di essere un uomo? Non basta avere due gambe, due braccia, insomma, apparire come un essere umano. Bisogna avere quel guizzo nello sguardo, quel riflesso negli occhi, quell’immancabile e malinconica vena di maledetta tristezza. Chiunque abbia anche solo per una volta contemplato il bello o abbia anche solo per un momento riflettuto veramente sulla reale trama della natura umana è quasi fisiologicamente impossibilitato ad essere realmente felice. Certo, non gli si può negare un secondo di piacere, una minima illusione di potersi sottrarre al devastante incedere dell’infelicità, ma è la sua stessa natura di uomo a rendergli impossibile una gioia duratura, a privarlo della possibilità di un’esistenza gradevole. Scoprire l’ordito del mondo, l’insensatezza del reale significa perdere per sempre la prospettiva di un vero sorriso, ma significa anche riuscire a lacerare il bozzolo e diventare finalmente un essere umano. E’ una metamorfosi, un’evoluzione, ma anche una maledizione. E’ smettere di essere insetti, ma anche cominciare a marcire. E’ scoprire una nuova vita in sé, ma perderne una più luminosa. (Matta.) Chiunque abbia infranto il bozzolo è solo, per sempre. Può cercare conforto nell’incontro con altri suoi simili, ma potrà mai trovarne? (Matta.) E voi, nel corridoio, che mi urlate che sono matta, voi, siete mai stati uomini?  (Matta.) O siete sempre rimasti insetti? Avete mai provato ad uscire dal bozzolo? (Matta.) Avete mai pensato realmente, con tutte le vostre forze? Avete mai guardato dritto nell’oscuro vortice del nonsenso, gettandovi così la vostra vita, ma guadagnandovi la vostra umanità? (Matta.) Vorrei essere capace di smettere di pensare, di smettere di vedere. Vorrei essere anch’io capace di ridere, di sorridere! (Matta.) Vi prego, donatemi quella vita! Fatemi rientrare nel bozzolo o, se non potete, andatevene! (Matta.) Via, via, andatevene, insetti putrescenti, larve divora-carcasse! (Matta.) Via!

Ventitré e cinquantanove. 5 Ottobre 1944. Quattro, tre, due, uno. 6 Ottobre 1944. Un nuovo giorno. Un nuovo giorno? La luna ha superato di nuovo il confine, la lancetta ha decretato nuovamente la fine di un ciclo. Rimarrà per sempre un ciclo? Sarò costretta a vivere di nuovo, in eterno, la stessa nauseante messinscena? In un certo senso, lo trovo rassicurante: non sono felice, non sono libera, ma almeno so cosa mi aspetta. Ovviamente, nulla di buono: sia che io rimanga qui, sia che riesca ad uscire da questa gabbia di mattoni, non c’è la benché minima possibilità che io riesca a scovare nelle crepe del mondo una pagliuzza d’oro, un sorriso nascosto da indossare. Sarò sempre una parola, sia nell’isola d’inchiostro sia nel mondo al di fuori del muro di mattoni: qui sono solo lettere su carta, nel mondo sarò sempre un’unica espressione. “Matta”. Ecco cosa sono, per tutti. E non importa che io lo sia davvero. L’unica cosa che conta è che io sia stata rinchiusa a san Clemente. Sono una pazza, che io lo voglia o no, che io lo sia o no, e, in fondo, è sempre stato così. Non è la mia vera identità (che, a questo punto, mi domando se esista veramente) ad essere importante: sono gli occhi degli insetti a decidere chi sono. E’ così per ogni essere umano. 6 Ottobre 1944. Un nuovo giorno? Così mi dicono le voci nel corridoio. Mi urlano che domani sarà un nuovo giorno, che qualcosa di nuovo mi attende oltre la soglia di questa stanza. Sono un po’ spaventata, e glielo dico, non ho esperienza di alcuna novità da lungo tempo. Mi bisbigliano di non preoccuparmi, di stare tranquilla. E’ già tutto finito il giorno in cui sono diventata una parola, non può succedermi niente. Io sono già morta.

Marco Del Din

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