NO MAN IS AN ISLAND – Breve storia di Lajos Gulácsy

Lajos Gulácsy: cosa lo ha portato al manicomio di San Servolo? Chi fu prima e dopo il ricovero? Queste sono le domande che mi sono posta leggendo per la prima volta la sua cartella e alle quali ho cercato di trovare una risposta attraverso alcune ricerche, attenendomi alle fonti archiviali di San Servolo e alle frammentarie e incomplete notizie biografiche disponibili online. Premetto quindi che la biografia del pittore rimarrà a tratti vaga e fondata su mere supposizioni, ma spero, nel mio piccolo, di riuscire a spingermi oltre ai pochi anni riportati sulla cartella clinica e di far rivivere, seppur per poco, la memoria di Lajos Gulácsy.

Lajos Gulácsy fu un pittore ungherese nato a Budapest il 12 ottobre 1882 e morto ivi il 21 febbraio 1932. Trascorse 5 anni della sua vita nel manicomio dell’isola di San Servolo. Il vero nome del pittore è Lajos Gulácsy, ma sulla cartella clinica contenuta nell’Archivio di San Servolo risulta registrato sotto il nome di Luigi Gulácsy, uomo celibe, orfano di padre, figlio di Iolanda Horváth.

Stando alle scarse notizie biografiche reperibili, il giovane Gulácsy frequentò una scuola tecnica di indirizzo artistico, la Magyar Képzőművészeti Egyetem (Hungarian University of Fine Arts) nel quartiere Terézváros di Budapest, manifestando da subito la sua predilezione alla pittura. Proseguì i suoi studi in Italia, probabilmente ispirato dai grandi artisti occidentali ai quali la scuola ungherese l’aveva avvicinato. Si recò a Roma e a Padova dal 1902 al 1906, quando si spostò a Parigi. È probabile che abbia fatto ritorno in Ungheria poco prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, circostanza storica che lo traumatizzò. Stando ai dati di provenienza riportati sulla cartella clinica, pare che fu proprio a causa di questo trauma che egli si recò, o venne accompagnato, all’Ospedale civile di Budapest.

Nonostante questo periodo della vita di Gulácsy rimanga in parte nell’ombra, sappiamo con certezza che nell’estate del 1914 egli si trovava a Venezia. Ciò che non è chiaro è se sia stata una decisione del pittore quella di allontanarsi nuovamente dall’Ungheria oppure no. Ciò che sappiamo a livello storico è che gli anni immediatamente precedenti allo scoppio della Prima Guerra Mondiale non furono facili per la popolazione ungherese. Il Paese mancava di una propria autonomia, essendo sotto dominio austriaco da secoli e subendo quindi influenze in campo politico, militare e finanziario. Ciò portò inevitabilmente alla nascita di movimenti nazionalisti e alla conseguente resistenza austriaca. Durante la Prima Guerra Mondiale i disordini si moltiplicarono, il malcontento era sempre più diffuso tra la popolazione e le insurrezioni sempre più violente. È comprensibile come un momento storicamente destabilizzante come questo abbia creato forti sconvolgimenti a livello mentale come nel caso del pittore Gulácsy.

Da sx: “Chevalier aux roses” (1915), “Man with hat and woman with black scarf” (1915), “the Opium smoker’s dream” (1918)

[…]

Ci è dato sapere che nella primavera-estate del 1914, spinto da cause ignote, egli si recò a Venezia. Fu in questa circostanza che il 14 agosto 1914 venne rinchiuso nel manicomio di San Servolo “per fatti d’improvvisa alienazione mentale, affetto da manie di suicidio e persecuzione” secondo quanto riportato dal dottor Calimani il giorno della reclusione. Sempre stando alla cartella clinica, nel primo periodo di ricovero, il pittore si riferiva spesso ad episodi della guerra in Ungheria temendo di avere ripercussioni dirette dovute a “qualche cosa di sovversivo che egli aveva scritto un tempo”. Era spesso depresso, silenzioso e malinconico a causa degli avvenimenti bellicosi. Nonostante sulla cartella sia riportata come data d’uscita dal manicomio il 20 maggio 1919, e quindi dopo cinque lunghi anni dalla data di reclusione, le descrizioni della sua vita manicomiale sono alquanto scarse e lacunose. Risulta che dopo circa un anno a San Servolo, la madre, Iolanda Horváth, venne a fargli visita, avvenimento che lo rese “contento”. Inoltre chiese più volte notizie di un suo amico pittore, perché desiderava che gli portasse il materiale per dipingere. Non ci è dato sapere se davvero il collega a cui ci si riferisce nella cartella abbia effettivamente accolto la richiesta di Gulácsy, ma molti quadri pervenutici fino a oggi sono datati nel periodo che va tra il 1914 e il 1919. Non ci sono testimonianze che attestino con certezza che queste opere siano state dipinte durante il periodo di reclusione a San Servolo, ma le date sulle tele combaciano con quelle della cartella clinica. È altresì vero però che nel 1915 il Medico Direttore Cappelletti aggiunge questa nota alla cartella: “da parecchio tempo tranquillo, meno confuso; è dimesso oggi in via di esperimento”. È probabile che a questa dimissione “di prova” sia seguito un secondo ricovero durato fino al 1919, dato che questa viene riportata come data di uscita definitiva.

Inoltre, nella cartella clinica di Gulácsy, in data 30 novembre 1914, viene menzionata la sorella: “13 XI – Si scrive alla sorella”. Purtroppo non sono rintracciabili informazioni dettagliate sulla famiglia del pittore, tuttavia ci è dato sapere che durante l’epoca del Gulácsy visse una certa Irén Gulácsy (Szeged 1894 – Budapest 1945). Irén Gulácsy fu una scrittrice e studiosa di musica e pittura. Scrisse romanzi e articoli per riviste e quotidiani ungheresi minori. Tra i suoi scritti più conosciuti si ricordano Fekete völegények (Nuvole nere) del 1927 e Pax Vobis del 1930. Non sono disponibili dati certi che attestino un legame né di fratellanza né di altro tipo tra i due Gulácsy, anche se ciò pare molto probabile data la provenienza di entrambi e l’epoca in cui vissero.

Tornando alla vita di Lajos Gulácsy, sappiamo che nel 1922, successivamente al suo rilascio dal manicomio di San Servolo, si tenne una mostra, probabilmente in Ungheria, dove vennero esposte le sue opere, tra cui quelle che presumibilmente dipinse sull’isola. Dopo questa breve parentesi espositiva, nel 1924 Gulácsy perse completamente la vista. Il profondo trauma causato dai disordini ungheresi e dalla guerra non lo abbandonò, tanto che sembra sia stato rinchiuso nuovamente in un istituto manicomiale ungherese a Lipótmező dove trascorse il resto della sua vita e dove probabilmente morì, nel febbraio del 1932. Dopo la sua morte, venne lui dedicata una mostra al Budapest National Salon nel 1936. Così come quelle sulla sua gioventù, anche le notizie relative alla vecchiaia e alla dipartita di Lajos Gulácsy sono scarse e lacunose. Le ricerche sulla vita del pittore conducono però ad un certo Zsolt Gulácsy-Horváth, la cui biografia è altrettanto ridotta.

Zsolt Gulácsy-Horváth è uno scultore contemporaneo, la cui ultima opera è un busto di István Széchenyi, un nobile ungherese vissuto fra i XVIII e il XIX secolo. La sua opera più conosciuta è invece una targa commemorativa dedicata ai caduti della Rivoluzione ungherese del 1956, una rivoluzione a stampo anti-sovietico scoppiata nell’allora Ungheria sovietica che costò la vita a quasi tremila civili ungheresi per la dura repressione da parte delle truppe del regime. Ciò che lascia pensare ad una parentela fra i due non è soltanto il cognome Gulácsy, ma anche il cognome Horváth che riporta alla sopracitata madre del pittore, Iolanda Horváth. Sebbene la cartella clinica del Gulácsy pittore fosse stata lasciata bianca alla voce “FIGLIUOLANZA”, il suo decesso tredici anni dopo l’allontanamento da San Servolo impedisce di stabilire con certezza se il Gulácsy scultore non sia suo figlio.

Di Linda Pietrasanta

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