25. La vera Venere Anadiomene

Venere Anadiomene è uno dei soggetti iconografici forse più famosi e rielaborati della storia dell’arte. Tiziano, Botticelli, Bouguereau, Cabanel, Ingres: moltissimi artisti si sono dedicati a raffigurare la dea nata dalle acque, reinterpretando un soggetto perduto attribuito nientemeno che ad Apelle (autore anche della – perduta – Battaglia di Isso).

Il soggetto è stato interpretato con statuaria intensità o con seducente sfacciataggine, ma la modella del “più grande dei pittori” era probabilmente molto più vicina al ritratto immaginario (1896) che le fece John William Godward (1861-1922).

Secondo Plinio il Vecchio (Historia Naturalis, XXXV, 36), Pancaste (o Campaspe) era una figura prominente della città di Larissa, in Tessaglia. La più amata tra le concubine di Alessandro, divenne oggetto di un ritratto di Apelle per volere del sovrano, che, per sfoggiarne la straordinaria bellezza, voleva che l’amante venisse dipinta nuda. Il risultato lasciò il conquistatore estremamente soddisfatto, al punto che, intuendo che il pittore, nel realizzarlo, si era innamorato della splendida donna, decise di premiarlo facendogli dono dell’oggetto del suo amore.

Plinio sottolinea che Alessandro fece questo “ne dilectae quidem respectu motus, cum modo regis ea fuisset, modo pictoris esset”, cioè senza minimamente curarsi di ciò che potesse provare Campaspe a venir passata come una spilla da un re a un pittore.

Il quadro di Godward ha il merito di offrirci la psicologia che Plinio non esplora, quella, appunto, della concubina tessala. Campaspe sta posando per Apelle. Non è stata particolarmente cerimoniosa: si è slacciata la veste e si è messa in posa lì dove si è spogliata. Nello studio preparatorio, quest’impressione era alimentata anche dalla presenza di un vaso e un braciere  chiaramente parte dell’arredo della stanza, tra cui Campaspe si è comodamente appoggiata. Si tratta di una donna che non prova pudore per la propria nudità, cui è ormai abituata, come è anche abituata ad avere lo sguardo di qualcuno – un uomo – puntato addosso. Si appoggia al muro alle sue spalle con sicurezza, inarcando il corpo in una posizione che non nasconde nulla del suo splendido corpo. Lo sguardo è fiero e diretto: Campaspe è apertamente consapevole della propria oggettiva bellezza, che la rende superiore anche perché è la ragione della sua posizione di favorita.

Inoltre, la pelle diafana e – intuiamo – serica di questa bellissima donna è enfatizzata dalla durezza e dalla freddezza della pietra su cui poggia, che la rende ancor più desiderabile. Il contrasto cromatico, poi, tra la pietra scolpita e il blu della veste trasparente e della parete decorata sono un altro espediente per far risaltare il biancore caldo della corpo che, sebbene di proporzioni e fierezza statuarie, è chiaramente di materia viva. Le labbra piene, le gote leggermente arrossate (il cui colorito riprende principalmente quello dei capezzoli e dell’ombelico) e il già menzionato sguardo di sotto le ciglia non fanno che rendere Campaspe ancor più attraente.

Godward richiama la Venere Anadiomene per cui Campaspe sarà modella nelle viole tra i suoi capelli e nel motivo a conchiglie che orna il bordo esterno del medaglione sul muro. Il richiamo alla dea è anche, ovviamente, un richiamo al ruolo di Campaspe alla corte di Alessandro Magno; questo aspetto è ricordato anche dal sacerdote raffigurato nel bassorilievo, che, con un tirso e una pelle di animale, indirizza il pensiero alla forte sensualità dei rituali bacchici.

Si deve sottolineare che quest’ultimo elemento – come anche quello delle sfingi sul bassorilievo inferiore e quello fallico dell’asta che Campaspe sorregge con la mano sinistra – sono sì un riferimento alle componenti orientaleggianti del regno di Alessandro, ma sono probabilmente in proporzione maggiore il risultato di un gusto del periodo per un generalizzato Oriente dalle connotazioni sensuali ed esotiche.

Nonostante però Campaspe sia chiaramente bellissima e attraente, la sensazione che percepiamo guardandola non è quella suscitata, per esempio, dalla languida Venere di Cabanel. Campaspe non è invitante, ma assertiva. La sua sicurezza annichilisce, e il suo sguardo, sebbene non sia pudicamente rivolto altrove, ci fissa come uno spillo al nostro posto. Si potrebbe supporre che ciò sia dovuto al fatto che, abituata al proprio ruolo di concubina, non reputi il sesso un atto di divertimento, ma un dovere intriso di dignità sociale: si tratta dell’amante di Alessandro Magno, dopotutto, e si può supporre con una certa sicurezza che in quel momento Apelle non avrebbe nemmeno potuto osare avvicinarsi a un possesso del re di Macedonia senza esplicita autorizzazione. Se, da una parte, il re può fare di lei ciò che vuole e lei non può sottrarsi al suo volere in nessun modo, dall’altro questo la rende intoccabile a ogni altro uomo. Forse è propria questa algida dignità che la renderà la modella ideale per la divina, intoccabile Afrodite.

 

 

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