Le regole del pettegolezzo inglese

Kate Fox è un’antropologa inglese, che nei suoi studi si è concentrata con ironia sulla propria società di appartenenza. Il suo libro più famoso è Watching the English: The Hidden Rules of English Behaviour (2004), in cui cerca di spiegare le norme culturali degli inglesi usando metodi di “ricerca partecipata”. Da questo testo è tratto il brano che segue, soltanto un assaggio di una trattazione molto approfondita.

Regole sulla privacy

I pettegolezzi sarebbero tanto importanti per gli inglesi a causa della nostra ossessione per la privacy. Quando ho condotto interviste e discussioni di gruppo focalizzate con inglesi di diverse età e provenienza sociale, è divenuto chiaro come il loro divertimento nello spettegolare avesse molto a che fare con l’elemento di “rischio” che comporta. Benché la maggior parte dei nostri pettegolezzi sia abbastanza innocua (critiche e valutazioni negative sugli altri costituiscono solo il 5% del tempo dedicato a questa attività), si tratta comunque di chiacchiere sulla vita “privata” delle persone, e in quanto tali implicano l’idea di stare facendo qualcosa di malizioso o proibito.

L'”invasione della privacy” che comporta il pettegolezzo è quindi rilevante in modo particolare per i riservati e inibiti inglesi, per i quali la privacy è una faccenda terribilmente seria. È impossibile sovrastimare l’importanza della privacy nella cultura inglese. […]

Aggiungerei che un numero sproporzionato delle nostre regole e massime sociali più determinanti riguarda il mantenimento della privacy: ci viene insegnato a farci gli affari nostri, a non impicciarci, a stare sulle nostre, a non fare storie o scenate o ad attirare l’attenzione su di noi e a non lavare i panni sporchi in pubblico. È da notare qui come “Come va?” sia considerata una “vera” domanda solo tra amici molto stretti o in famiglia; in ogni altro caso, la risposta automatica e rituale è “Bene, grazie”, “OK, grazie”, “Oh, non posso lamentarmi”, “Non male, grazie” o un qualche altro equivalente, qualunque sia il proprio stato fisico o mentale. Se si è dei malati terminali, è accettabile “Non male, nonostante tutto”.

Di conseguenza, grazie all’inevitabile effetto “frutto proibito”, siamo una nazione di scostatori di tende, costantemente affascinati dalle vite private tabù dei “membri del nostro ambiente”. Gli inglesi potranno anche non spettegolare più di altri popoli, ma le nostre regole sulla privacy accrescono in modo significativo il valore del pettegolezzo. Le leggi della domanda e dell’offerta lo rendono un bene sociale prezioso, per noi. Le informazioni “riservate”, infatti, non si danno via alla leggera o per poco a tutti quanti, ma soltanto a coloro che conosciamo e di cui ci fidiamo.

Questa è una delle ragioni per cui gli stranieri spesso lamentano di come gli inglesi siano freddi, riservati, scontrosi e scostanti. Nella maggior parte delle altre culture rivelare dati personali di base – il nome, la propria professione, se si è sposati o meno, dove si vive – non è niente di speciale. In Inghilterra, estrarre tali informazioni apparentemente di poco conto a una nuova conoscenza può essere estremamente complicato: ogni domanda ci fa trasalire e balzare all’indietro.

La regola del tirare-a-indovinare

Per esempio, non viene considerato propriamente educato chiedere direttamente a qualcuno “Che lavoro fai?”¹, benché, riflettendoci, si tratti della domanda più ovvia da porre a una nuova conoscenza e il modo più semplice per iniziare una conversazione. Tuttavia, in aggiunta ai nostri scrupoli sulla privacy, sembra che noi inglesi abbiamo un bisogno perverso di renderci la vita sociale difficile, pertanto l’etichetta richiede di trovare un modo contorto e indiretto per scoprire quale sia la professione di qualcuno. Può essere terribilmente divertente ascoltare fino a quale torturato e subdolo punto arrivino gli inglesi per accertare l’occupazione di una nuova conoscenza senza mai di fatto porre la domanda proibita. Questo tirare a indovinare, che si verifica a quasi ogni ritrovo della classe media dove le persone si incontrino per la prima volta, prevede che si cerchi di azzeccare l’occupazione di qualcuno da “indizi” presenti in osservazioni su altre questioni.

Un commento sui problemi di traffico nell’area locale, per esempio, provocherà la risposta “Oh, sì, è un incubo, e l’ora di punta è anche peggio – vai al lavoro in macchina, per caso?” L’altra persona sa perfettamente quale sia la vera domanda, e di solito risponde cortesemente sia alla domanda sottesa sia a quella effettivamente posta, dicendo qualcosa come: “Sì, ma lavoro in ospedale, quindi almeno non devo arrivare in centro”. Chi pone le domande è quindi autorizzato a fare un tentativo diretto: “Oh, l’ospedale – quindi sei un dottore?” (Quando sono possibili due o tre possibili occupazioni, è educato menzionare, al primo tentativo, quella di stato più elevato – dottore invece di infermiere, custode o studente di medicina; avvocato invece di segretario. Inoltre, benché una supposizione esplicita sia permessa a questo punto, è meglio che venga espressa come un’affermazione interrogativa piuttosto che con una domanda diretta.)

Tutti conoscono le regole di questo gioco, e la maggior parte delle persone tende a offrire “indizi” utili all’inizio della conversazione per accelerare il tutto. Anche se si è timidi, in imbarazzo per il proprio lavoro o si cerca di risultare enigmatici, prolungare la ricerca di indizi troppo a lungo è considerato molto scortese, e una volta che qualcuno ha fatto un tentativo diretto, si è tenuti a rivelare la propria occupazione. È quasi altrettanto maleducato ignorare ogni ovvio indizio fornito dalla nuova conoscenza. Se (per continuare sul tema medico) questa persona menziona che il suo studio è proprio dietro l’angolo, è una questione d’onore azzardare “Oh, quindi… sei un medico di base?”

Quando viene finalmente rivelata la professione della persona, è consuetudine esprimere sorpresa, per quanto noiosa o prevedibile possa essere l’occupazione. La risposta standard a “Sì, sono un dottore [o insegnante, contabile, consulente informatico, segretario, ecc.]” è “Oh, davvero?” Come se si trattasse di qualcosa al contempo inaspettato e incantevole. A ciò segue quasi invariabilmente una pausa imbarazzata, mentre l’uno cerca disperatamente un commento o una domanda appropriata e l’altro prova a pensare a qualcosa di modesto, divertente ma anche in un certo qual modo notevole con cui replicare.

Tecniche simili di provare-a-indovinare sono usate spesso per scoprire dove vivano le persone, se siano sposate, quale scuola o università abbiano frequentato, e via dicendo. Alcune domande dirette sono più maleducate di altre. […]

Questi rituali ci permettono, alla fine, di ottenere delle rudimentali generalità, ma le regole sulla privacy inglesi assicurano che qualunque altro dettaglio più interessante sulla nostra vita e i nostri rapporti rimanga riservato ad amici stretti e alla famiglia. Si tratta di informazioni “privilegiate”, da non diffondere indiscriminatamente. Gli inglesi sono abbastanza orgogliosi di questo loro tratto, e guardano con scherno all’americano stereotipato che “ti dice tutto del suo divorzio, della sua isterectomia e del suo terapista che non vi conoscete neanche da cinque minuti”. Questo cliché, sebbene non del tutto privo di fondamento, ci dice probabilmente di più sugli inglesi e le nostre regole sulla privacy di quanto non dica sugli americani.

 

 

¹ Si è scelto di usare un “tu” generico perché si suppone che lo scambio avvenga tra adulti di età simile e in un contesto sociale amichevole e non troppo formale dove in italiano ci si darebbe del tu, per esempio un pranzo a casa di amici, una festa, un’uscita di gruppo dove non tutti si conoscano (v. poi).

 

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