La lezione del 12 ottobre 1492

Quel promontorio doveva apparire all’orizzonte.

Era il 12 Ottobre. Mi immagino lo sguardo che si posa casualmente sull’orizzonte. Uno sguardo disinteressato, ormai stanco dalla consuetudine del paesaggio, uno sguardo senza alcuna aspettativa. La linea lontana che separa le onde dalle nuvole continua ininterrotta da quasi un mese. Piatta. Solo il tuffo del sole nel mare e il suo riemergere mattutino la interrompono scandendo il passare dei giorni. Giorni che si fanno sempre più pesanti perché ogni notte passata nel buio infinito aumenta l’inquietudine. L’uomo non è fatto per vagare. Pellegrini in questa vita abbiamo per natura bisogno di una direzione. Desideriamo, cerchiamo … qualcosa. Un desiderio che ci spinge “oltre”, aldilà delle colonne d’Ercole del nostro limite umano alla ricerca di qualcosa. Questo qualcosa può essere più o meno definito. Come lo era l’idea delle Indie di Colombo o una generica sete di vita di Ulisse. Ci spinge oltre. Non siamo fatti per una linea ininterrotta all’orizzonte. Abbiamo bisogno di una meta, un promontorio dove puntare la prua.

Il filosofo messicano Leopoldo Zea parla proprio di una vera necessità: “l’Europa aveva bisogno dell’America. La sua scoperta non è stata frutto del caso, ma il risultato di una necessità. L’Europa aveva bisogno dell’America, nella testa di tutti gli europei c’era l’idea di America, l’idea di una terra promessa. Una terra nella quale l’uomo europeo potesse collocare i suoi ideali, visto che non poteva più collocarli in alto: non poteva più collocarli nel cielo. Grazie alla nuova fisica infatti il cielo smetteva di essere luogo di ideali per trasformarsi in qualcosa di illimitato, infinito, morto. L’idea del mondo ideale è quindi scesa dal cielo e si è incarnata in America. Da qui che l’uomo europeo dovesse uscire a cercarla e trovarla, la terra ideale.”
Ecco perché quel promontorio doveva apparire la mattina del 12 Ottobre 1492.

Ora, perché è importante ricordare questa ricorrenza dopo 525 anni? Quale lezione può ancora darci la storia?

La risposta è suggerita innanzitutto dal modo in cui dovremmo definire questo momento storico: non si è trattato di un descubrimiento, ma di un encuentro. Si tratta della ricorrenza dell’incontro più importante della storia dell’umanità: l’incontro con l’altro. E da questo incontro abbiamo ancora tanto da imparare.
Due infatti sono le posture che possiamo adottare di fronte ad un’entità altra: quella dell’uguaglianza e quella della differenza. Entrambe sono sbagliate. La prima rischia di degenerare in indifferenza sterile, la seconda, peggio ancora, sviluppa una relazione di asimmetria tra soggetti superiore-inferiore ed inevitabilmente ci spinge verso il desiderio di assimilazione, ovvero “rendere simile”. Quest’ultima è quella  che viene adottata, in due modi speculari, nel 1492 ed è per questo che si perde la ricchezza dell’incontro. Nelle prime cronache, i conquistadores descrivono gli indios come animali mansueti e facilmente malleabili. Le prime impressioni indigene invece esaltano il carattere divino di personaggi barbuti metà umani e metà animali, in quanto gli spagnoli venivano confusi come un tutt’uno con i loro cavalli. Entrambi gli errori risultarono fatali. La divinizzazione da parte degli indigeni aztechi è il fattore che determinerà la loro sconfitta di fronte all’esercito di Hernan Cortes. Mentre lo sguardo di superiorità dei conquistadores sarà la causa degli orrori della colonizzazione e della totale negazione dell’altro. Colombo ha scoperto l’America, ma non gli americani. Ecco perché O’Gorman dice che l’America sia stata di fatto “inventata”.
La storia ci propone quindi una terza posizione, quella di stare di fronte all’altro come ad un soggetto allo stesso tempo uguale e differente, come ad una sostanza umana, ma realmente diversa. Non vi deve essere un’opposizione tra noi e loro, ma una fusione in cui ci si plasmi reciprocamente rispettando e conservando però le nature originarie. In spagnolo le parole nosotros e otros [noi e altri, ndr] si abbracciano in un nos-otros che conserva però le due entità distinte. In un mondo interculturale dove in nome della globalizzazione si rischia di neutralizzare i caratteri distintivi dell’altro, questa è la lezione della ricorrenza del 12 Ottobre. Equa dignità e tolleranza. La lezione dell’incontro tra due uomini che guardandosi negli occhi si riconoscono uguali, ma si accettano anche come fondamentalmente diversi.

di Rachele Airoldi

 

 

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