A Londra vedete mai mucche vestite di flanella grigia?

“Cranford” è un romanzo di Elizabeth Gaskell (1810-1865), pubblicato tra il 1851 e il 1853 sulla rivista Household Words, curata da Charles Dickens. La scrittrice si occupò principalmente di raccontare la società vittoriana in tutte le sue forme con uno stile versatile e innovativo, come per esempio nel caso di “Nord e Sud” (1854-5, edito in Italia da Jo March), che parla dei profondi disagi e mutamenti sociali comportati dalla rivoluzione industriale. Tra i suoi lavori più noti vi sono anche “Wives and Daughters” (1865) e una biografia di Charlotte Brontë.

In “Cranford”, la Gaskell esplora la vita di un paesino – Cranford, appunto – e la sua società di signore «aristocratiche» ma di mezzi modesti. Squisito nella sua trattazione episodica, il romanzo racconta i tentativi della comunità di opporsi al cambiamento e preservare i propri anacronismi con risvolti che spesso fanno sorridere.

Non dimenticherò mai lo sgomento che si diffuse quando un certo capitano Brown venne a vivere a Cranford e, adducendola come ragione per cui non avrebbe preso una tal casa, parlò apertamente della propria povertà, e non sussurrando a un amico intimo dietro porte e finestre in precedenza sigillate, ma in mezzo alla strada! E con la sua stentorea voce militare, poi! Le signore di Cranford erano già in agitazione per l’invasione del loro territorio da parte di un uomo, e per di più un gentiluomo, che la buona educazione imponeva loro di frequentare. Si trattava di un capitano che percepiva metà paga e aveva ottenuto un qualche impiego in una ferrovia vicina, contro la quale la cittadina aveva indetto petizioni accorate. Inoltre, se, come se non fossero sufficienti il suo essere di sesso maschile e i suoi rapporti con la detestabile ferrovia, era anche tanto sfrontato da parlare del fatto di essere povero – bene, allora doveva essere spedito a Coventry! La morte era concreta e comune quanto la povertà, eppure le persone non ne parlavano mai ad alta voce per strada. Era parola che non doveva essere menzionata a orecchie beneducate. Avevamo tacitamente concordato di ignorare il fatto che l’indigenza potesse impedire di fare qualunque cosa a chi ci associavamo in termini di parità sociale. Se quel qualcuno arrivava o se ne andava a piedi da una festa, era perché la serata era così bella, o l’aria così tonificante, non perché le portantine erano costose. Se indossavamo tessuti stampati invece di sete estive era perché preferivamo un materiale lavabile più facilmente, e così via, fino a renderci ciechi di fronte al volgare (parola terribile a Cranford) fatto che noi tutti eravamo persone di mezzi assai modesti. Ovvio, quindi, che non sapessimo come comportarci di fronte a un uomo che era in grado di parlare di povertà come se non fosse una disgrazia. Eppure, non so come, il capitano Brown si era reso una persona rispettata a Cranford e riceveva visite nonostante tutti i propositi che le signore avevano avuto in senso opposto. Durante una mia visita a Cranford, circa un anno dopo che vi si era stabilito, fui sorpresa di sentir riportare le sue opinioni come particolarmente autorevoli. […] Non aveva notato tutti i piccoli sgarbi e le omissioni di irrilevanti cerimonie con cui era stato ricevuto. Era stato amichevole benché le signore di Cranford fossero state fredde, aveva risposto in buonafede a piccoli complimenti sarcastici, e con la sua virile franchezza aveva sopraffatto tutta la ritrosia in cui si imbatteva in quanto uomo che non si vergognava di essere povero. Infine, il suo eccellente buonsenso maschile e la facilità con cui ideava espedienti per risolvere i dilemmi domestici gli avevano guadagnato l’eccezionale posizione di autorità tra le signore di Cranford. Per quanto lo concerneva, lui continuava a comportarsi come sempre, tanto ignaro della sua popolarità quanto lo era stato del contrario, e sono sicura che rimase stupefatto quando un giorno scoprì che il suo parere era tanto stimato da far prendere con assoluta serietà un suggerimento che aveva dato per scherzo.

Si trattava di questo: una vecchia signora aveva una mucca Alderney che considerava una figlia. Non si poteva farle visita per il debitamemte breve quarto d’ora¹ senza sentirsi parlare del meraviglioso latte o della meravigliosa intelligenza di questo animale. L’intera cittadina lo sapeva, e manteneva un atteggiamento di benevolenza e riguardo nei confronti della Alderney della signorina Betsy Barker. Pertanto, grandi furono la compassione e il dispiacere quando, in un momento di distrazione, la povera mucca finì in una pozza di calce. Si lamentava tanto forte che presto venne udita e soccorsa, ma nel frattempo la povera bestia aveva perso la maggior parte del pelo, e uscì dalla pozza con un aspetto pietoso, tutta nuda e infreddolita com’era. Tutti compatirono l’animale, sebbene alcuni non riuscissero a trattenere i sorrisi di fronte al buffo spettacolo. La signorina Barker arrivò alle lacrime per il dolore e la disperazione, e in paese si disse che avesse addirittura pensato di provare un bagno d’olio per l’animale. Questo rimedio, forse, era stato raccomandato da uno dei molti cui chiese consiglio, ma la proposta, sempre che sia mai stata fatta, venne demolita dal deciso “Procuratele un gilè e dei mutandoni di flanella, signora, se volete tenerla in vita. Ma le consiglierei di sopprimere subito la povera creatura.” del capitano Brown.

La signorina Barker si asciugò le lacrime e ringraziò il capitano dal profondo del cuore. Si mise al lavoro, e poco a poco tutta la città affluì per vedere la Alderney pascolare placidamente, abbigliata di flanella grigio scuro. L’ho vista io stessa più di una volta. A Londra vedete mai mucche vestite di flanella grigia?

A cura di Rachele S. Bassan

¹ All’epoca, una visita formale a casa di qualcuno, in particolare se inaspettata, doveva durare quindici minuti per non essere considerata maleducata. A Cranford questa regola è osservata con ferrea disciplina, tanto che è la prima istruzione che viene impartita ai giovani appena arrivano in città, come racconta un altro episodio del romanzo.

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