Diventare l’Italia

Come una foto scattata quasi per caso può trasformarsi in un simbolo: la storia della donna che diventò l’Italia.

Quando Federico Patellani scattò la più famosa delle sue 700mila foto in carriera, non avrebbe mai potuto immaginare che un soggetto così umile, a tratti quasi giocoso, sarebbe diventato uno dei simboli della Repubblica Italiana.

Patellani fu un grande fotografo, e nel 1946 aveva già stupito i direttori dei giornali italiani con la qualità dei suoi negativi. Era stato in Africa Orientale, seguendo le truppe dell’allora Regio Esercito di Sua Maestà; poi, anni più tardi, aveva documentato la terribile anabasi dei soldati italiani sul fronte orientale, che dalla Russia cercarono di sopravvivere sfidando i nemici, il freddo e la fame. Pochi mesi più tardi testimoniò l’abominio americano perpetrato contro l’abbazia di Monte Cassino e fu il primo a “ricostruire” la dinamica della fucilazione di Mussolini.

Una carriera di tutto rispetto, che si è però conservata, nella memoria comune, in un’immagine ben diversa dagli orrori della guerra. Federico Patellani ha iscritto il suo nome sull’albo della Storia d’Italia fotografando una donna di venticinque anni, il cui volto emerge da un famosissimo titolo del Corriere della Sera: era il 2 giugno 1946, si battezzava la nuova Repubblica, e per osmosi milioni di italiani avrebbero visto in lei, protagonista sconosciuta, la personificazione dell’Italia. Il Paese voleva dimenticare in gran fretta un passato controverso, e quella foto divenne subito un emblema di speranza, di trepidante attesa verso il futuro.

Come ben sappiamo, il Novecento è stato molte cose: il secolo dello sterminio, il secolo del calcio, il secolo degli americani. Ma è stato anche il secolo della fotografia. Ci sono degli scatti così iconici da reggere il paragone con le migliori sculture e i testi più raffinati. Dal soldato che bacia una donna a Times Square alla bambina vietnamita che fugge, nuda, da un bombardamento al napalm, potremmo citare decine di esempi per riuscire a descrivere, con una sola immagine, quello che milioni di parole non riuscirebbero a fare.

Ebbene, nulla spiega il referendum del 2 giugno 1946 meglio della foto di Federico Patellani. Questa misteriosa Anna, che per più di cinquant’anni rimase anonima, rappresentò fisiognomicamente le tensioni di un Paese ancora diviso tra passato e futuro, monarchia e repubblica, vittoria e sconfitta. Tutte le opinioni pubbliche occidentali riconobbero nei suoi lineamenti la nuova Italia: da Mondadori, che pubblicò la foto sul Tempo una settimana dopo lo scrutinio, fino a Life, rivista forse tra le più lette, a quel tempo, dalle élite anglosassoni. Anna superò quindi i confini della sua vita ed entrò nella Storia, per sempre simbolo di una scelta di tanti anni fa che, ancor oggi, influenza in modo determinante la nostra vita.

Fino alla fine degli anni Novanta, nessuno seppe nulla di questa modella improvvisata. Federico Patellani, da fotografo e artista, portò il segreto con sé nella tomba; nessuno, neppure familiari o collaboratori, seppero mai nulla. È stato grazie ad una recente inchiesta di Repubblica che si è potuto indovinare l’identità di questa donna che, forse senza volerlo, è diventata la personificazione dell’Italia del secondo Novecento. La notizia è arrivata in forma anonima nel 2016, e diceva: la donna che cercate è Anna Iberti, ha vissuto una vita tra insegnamento e giornalismo, e ha dedicato ogni giorno all’attività sociale delle varie correnti del PSI.

Fu una donna estremamente riservata, che per tutta la vita non parlò mai della foto e raccontò ben poco anche ai figli. Disse solamente che venne scattata sulla terrazza dell’Avanti! di Milano, a pochi isolati di distanza dall’appartamento dove trascorse poi il resto dei suoi anni.

Svelato il mistero dietro ad uno dei volti più iconici del nostro Novecento, il fascino resta. Tutti noi siamo attratti dalla fiducia straordinaria che emerge dal volto di questa giovane donna. Anche senza sapere che si trattò di Anna Iberti, in lei vediamo un’italiana, tutti gli italiani, anzi l’Italia stessa. Un Paese profondamente umile, talvolta anche troppo, che però difficilmente perde la speranza nei momenti più bui.   

Oggi si celebra il 71esimo anniversario della Repubblica Italiana. Per onore della critica, viene da chiederci che cosa resti di quell’aspettativa, di quella voglia di realizzare subito un grande avvenire. Ci si domanda – ahimè con un po’ di amarezza – che cosa penserebbe la nostra Anna del Paese che ci ritroviamo tra le mani. Ebbene, uno dei pochi aneddoti raccontati dalle sue figlie (riservate, forse per genesi, quanto lei) è il seguente. Nel 1996, pochi mesi prima della morte, Anna Iberti passò con le figlie dinanzi a un’edicola, dove un giornale riproponeva, per l’ennesima volta, la foto del referendum. Sul momento, Anna si lasciò sfuggire un commento amaro: forse la Repubblica Italiana era invecchiata con lei, “è messa male come me, del resto”.

Una sottile ironia, che lascia però spazio alla riflessione. In questi ultimi anni, l’Italia e l’Europa sono chiamate ad affrontare sfide senza precedenti, in grado di determinare il futuro dei prossimi secoli. I problemi sono sulla bocca di tutti: globalizzazione, immigrazione, tenuta delle strutture nazionali ed europee, cambiamenti climatici e teatri di guerra. Per molto tempo abbiamo lasciato spazio alla negatività, alla cupa attesa di una fine terribile. Ma negli ultimi mesi sembra che il sorriso di Anna stia tornando tra gli italiani. Pare che ci siano ancora dei bagliori di speranza, e, forse, la nuova – la nostra – generazione affronterà i grandi dilemmi non più guardando al passato, ma desiderando un avvenire migliore. Proprio come fece Anna, che a venticinque anni vide crollare il mondo e non si diede per vinta; proprio come quella fotografia, anche noi potremmo passare (chissà, un giorno) alla storia.

di Federico Sessolo

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