Un sabato sera come un altro

È un sabato sera come un altro. Ho passato la giornata in Zona 4, scherzando con mio padre che dopo la Zona 2 Londra si trasforma nella mia città di origine, e lamentandomi e difendendo allo stesso il clima, di questa città che adoro da quando sono arrivata nove mesi fa. Ho finito prima del previsto oggi e, felice e distrutta, sono saltata sulla Piccadilly Line che mi ha riportato in centro. Qui ho trovato i miei coinquilini e siamo andati al cinema a vedere l’ultimo film dei Pirati dei Caraibi. È una giornata come un’altra.
Usciamo dalla sala e la mia amica riaccende subito il cellulare – da tifosa vuole sapere come è andata la Juve. Io sono ancora con la mente dentro al film. È un sabato sera come un altro, finché Silvia non alza gli occhi dallo schermo e mi dice seria: “Adesso andiamo a casa. C’è stato un altro attentato, sul London Bridge, due minuti fa.” È come se di colpo l’idea di essere a Londra passi dalla possibilità di vedere i nuovi film prima che escano in Italia ad essere nel punto rosso al centro di un bersaglio.
Usciamo dal cinema e iniziamo ad andare verso casa, mentre controlliamo i cellulari per sapere cosa sta succedendo. Vedo qualche chiamata persa e mi affretto a scrivere alla mia famiglia che sto bene, che non sono al London Bridge, e a chiedere lo stesso ai miei amici che vivono qua. C’è già una vocina nella mia testa che sussurra che dopotutto non siamo poi così distanti, ma cerco di ignorarla, mi dico che ci siamo solo suggestionando a vicenda tra noi tre, mentre attraversiamo la strada quasi di corsa. La gente intorno a noi non sembra tradire alcuna ansia particolare – mi domando quanti sappiano già cosa è successo. O cosa sta succedendo, mi informa la BBC: è accaduto qualcosa al Borough Market e ancora a Vauxhall, mentre noi ci avviciniamo al British Museum.
Continuiamo a camminare velocemente e a leggere le ultime notizie, tutte che parlano di un incidente d’auto, che però sembra troppo simile a quello accaduto a Westminster poco tempo fa per essere solo un “incidente”. Mi accorgo che finora nessuno ha parlato di attentato e che i canali ufficiali sono cauti nel tracciare correlazioni tra questi tre avvenimenti. Dicono solo che un furgoncino bianco ha investito quattro o cinque persone, non sappiamo altro. Tutti nei commenti parlano di terrorismo. Noi tre camminiamo a passo veloce e ci guardiamo in giro – dopotutto siamo sempre in centro.
Adesso stralci di notizie menzionano spari e coltellate. Non si capisce niente, tranne una cosa: non li hanno ancora presi.
È difficile controllare il nervosismo, anche se le strade che percorro sono tutte tranquille alla luce dei lampioni. Passiamo il British Museum con il mio coinquilino che ripete “okay, è un furgoncino bianco”. Posso quasi sentire i nostri pensieri che ci dicono di non farci suggestionare, che stiamo bene e siamo lontani, ma di andare subito a casa, così come mi immagino che ci percorra la stessa l’ansia ogni volta che vediamo una macchina svoltare da una curva cieca. Siamo dietro al British quando tutti e tre abbiamo un tuffo al cuore: qualcuno dietro di noi sta gridando – ma sono solo un gruppetto di ragazze urlanti su un taxi, probabilmente ancora nei bagordi del sabato sera. Imprechiamo e ridiamo tutti e tre, e di nuovo mi chiedo se le persone che passiamo sappiano cosa sta succedendo.
Chiamo mia madre e non è una gran mossa perché mezza addormentata coglie solo “attentato”. Dirle ad alta voce che può stare tranquilla, però, aiuta a tenere a bada la tensione. Mi concentro su quello che le ho appena detto e mi sento un po’ stupida – in fondo, non sono particolarmente vicina al London Bridge. Ma queste strade che ho percorso da sola alle quattro del mattino non mi sembrano le stesse stanotte, così come il familiare suono delle sirene è più sinistro che rassicurante. Qui sono molto più assordanti che a casa, è una delle prime cose di cui mi sono accorta appena arrivata. Stasera il loro rumore spaccatimpani mi parla di preoccupazione febbrile e non so se è vero o me lo sto solo immaginando ma mi sembra che corrano tutte in un’unica direzione. Arriviamo a casa in silenzio.
È solo nella nostra cucina che sento la tensione allentarsi. Scopro su Twitter che il furgoncino bianco si dirigeva a sud e lo sciogliersi dei nervi mi fa sentire quasi stupida ad essere stata in ansia tutto il tempo. Ma il sollievo ha vita breve mentre continuiamo a leggere di come dal furgone siano scesi uomini armati che hanno iniziato ad accoltellare i passanti. È questo che mi fa più impressione, insieme al pensiero che non li hanno ancora presi: si sono messi ad accoltellare gente a caso, che passava per strada, che sedeva al ristorante. Le notizie sono ancora confuse – qualcuno nei commenti ha persino il coraggio di suggerire una correlazione con il calo di popolarità della May in vista delle elezioni.
Io e i miei coinquilini restiamo in piedi a leggere le notizie e farci compagnia, mentre rispondiamo ai nostri amici e ci informiamo su come stiano quelli qui a Londra, l’atmosfera quasi rilassata. Dentro la nostra cucina la prospettiva che tutto questo sia successo dove vivo mi sembra quasi irreale. È solo prima di addormentarmi che mi passa per la mente che è stato solo due giorni fa che con i miei amici sono andata a passeggiare sul London Bridge.

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