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Riflessioni riflesse: la questione della lingua

No. La questione della lingua non si apre e nemmeno si chiude con Pietro Bembo.
Si tratta di un dibattito che, semmai, si apre con il De Vulgari Eloquentia e che viaggia nei secoli perlomeno fino a Manzoni. Sì, cinque maledetti secoli di “Quale dev’essere la lingua della letteratura?”, “Meglio Dante o Petrarca?”, “Esiste una lingua comune in Italia?”, “Ma perché per i francesi è sempre tutto così semplice?”. Alla faccia dell’uovo e della gallina. Ovvio è che vi sono momenti di maggiore e minore tensione all’interno del dibattito, momenti in cui le contingenze storiche, culturali e letterarie sferrano pugni nello stomaco agli intellettuali, altri in cui li lasciano respirare.
Un bel pugno nello stomaco doveva esserselo preso Dante, sette secoli or sono. Il Poeta, quello con la P maiuscola, il grande sperimentatore due-trecentesco che riuscì a navigare forme e contenuti tra i più disparati e che a questa benedetta lingua ci pensò davvero molto. Ed in questo, il De Vulgari Eloquentia (DVE, per i fans) ne è la massima esemplificazione. Eppure, il Genio, quello con la G maiuscola, non riuscì a trovare una soluzione; nessuna traccia del volgare illustre, né a destra, né a sinistra degli Appennini, ed il trattato sull’eloquenza in volgare rimase incompiuto ed abbandonato al suo triste destino. Due secoli di oblio, finché il buon Gian Giorgio Trissino, un nome una garanzia, non lo riesumò da qualche fondo dimenticato e lo riportò all’attenzione critica degli intellettuali.
Questo è il primo motivo per cui i letterati post-danteschi non diedero la benché minima importanza alle tesi dell’Alighieri. Il secondo, ma forse primo per rilievo, è la presenza della vox magna di Francesco Petrarca, altresì conosciuto come il padre (adottivo?) dell’Umanesimo. Scrivo “primo per rilievo” perché, nonostante il DVE non fosse mai uscito dallo scrittorio del suo fautore, dobbiamo ammettere che Dante aveva comunque lasciato ai posteri una sorta di testamento letterario e linguistico, quella storiella intitolata Comedìa (Divina Commedia, per i fans), quella storiella con la quale era abbastanza sicuro di potersi procacciare il tanto ambito alloro poetico. Peccato che, con il Poeta ancora in vita, correva l’anno 1315, il lauro poetico se l’era accaparrato Albertino Mussato, pre-umanista padovano che era stato ufficialmente riconosciuto come poeta laureato per la sua opera, non in volgare, ma in latino. Insomma, le tendenze linguistico-letterarie dell’epoca non sorridevano al volgare dantesco, fatto non estraneo allo stesso Alighieri, come possiamo leggere nella sua tenzone con Giovanni del Virgilio. E questo spiega anche l’immediata (s)fortuna dell’opera dantesca tra gli intellettuali magni.
Eppure, Dante c’aveva visto lungo.
Con il Quattrocento esplodeva l’Umanesimo e la ripresa coatta della letteratura e delle lingue classiche, soprattutto del latino. Ovvio, la letteratura in volgare, anche di livello alto, non venne abbandonata, come non venne abbandonato il dibattito sulla lingua, ma il potere era detenuto dal classicismo.
Però, davanti ad una lingua scritta che sfuggiva sempre più a quella parlata e davanti ad una classe cortigiana che di latino ne sapeva davvero poco, si poneva un dilemma: quale la lingua della diplomazia e delle cancellerie? Fintanto che correvano i tempi aurei del Notaro e di Pier delle Vigne, la diplomazia era gestita dagli intellettuali, da coloro che comunicavano in latino e che nel tempo libero scrivevano sonetti alle donne amate, ma nel Quattrocento i tempi erano cambiati. Se fino a mezzo secolo fa, prima della diffusione capillare della televisione e dello strapotere dei media, la situazione linguistica era frammentaria (Dante c’aveva visto veramente lungo), figuriamoci che cosa poteva essere sei secoli or sono. Un disastro, a malapena si riusciva a comunicare con il vicino di casa; della serie che il milanese chiede alla fiorentina della “palpa” (carta) e a questa si blocca la crescita. Insomma, la sensibilità nei confronti di una ricerca di una lingua comune si faceva sempre più forte. Nel frattempo Commedia, Canzoniere e Decameron erano diventati dei veri e propri best-sellers e vi era una diffusa simpatia per il fiorentino, un po’ come per noi quando basta la gorgia di Benigni per strapparci un sorriso.
Da Milano a Napoli, passando per Ferrara, Mantova e chi più ne ha, più ne metta, tra nobiltà di sedile aragonese, fabulae mitologiche e rappresentazioni estensi, era stato srotolato il tappeto rosso per la sfilata di Pietro Bembo. Me lo immagino, il Bembo, mentre espone trionfante le sue Prose della volgar lingua (Prose, per i fans) stringendo la mano a Clemente VII, nonché Giuliano de Medici, vincitore dell’Oscar come miglior attore nel dibattito inscenato nelle Prose. Ma basta così.
Ciò su cui penso sia importante riflettere e che spesso viene ignorato è il fatto che il Bembo, pur geniale e di lodevole competenza scientifica e filologica, si inserì in un dibattito aperto, nel quale le sue tesi erano state già suggerite da personaggi quali Vincenzo Colli (il Calmeta, per gli amici), un povero gramo dimenticato da tutti.
E poi c’erano quelli della lingua cortigiana, scritta e parlata presso la curia romana e caratterizzata da un consistente poliglossia, nella quale la meglio ce l’aveva (indovinate un po’?) il fiorentino. E ancora l’inascoltato Machiavelli, autore di un Discorso sulla nostra lingua, fratello del DVE in quanto a spiacevoli sorti, rimasto sullo scrittorio del buon Niccolò e sostanzialmente ignorato, tanto da far sorgere nella critica il dubbio che si trattasse di opera apocrifa. Machiavelli frequentava gli Orti Oricellari fiorentini in compagnia del Trissino, sostenitore di una lingua mescidata, artificiosa e profondamente latinizzata, insomma, una lingua cortigiana, e ne aveva le tasche piene. Machiavelli auspicava l’utilizzo di una lingua naturale, fremente di vitalità, di un fiorentino cinquecentesco dell’uso, non di una lingua morta come poteva essere il fiorentino delle Tre Corone o di una lingua sostanzialmente inesistente, come poteva essere la lingua cortigiana. E vi assicuro che il secolo successivo Machiavelli avrebbe proposto un fiorentino seicentesco e quello dopo un fiorentino settecentesco, fino all’italiano del XXI, magari con un corretto utilizzo del congiuntivo e dell’opposizione tra “tu” e “te”.
Insomma, una volta eliminato l’autore del Principe ed una volta appurato che la lingua cortigiana esisteva solo e soltanto nella percezione di coloro che la utilizzavano e che la sua forma cambiava in base alle diverse contingenze storiche, politiche e culturali, rimanevano solamente il Bembo e le sue Prose.
Ed il buon Pietro vinse. E vinse alla grande se pensiamo al fatto che il secolo scorso quel feticista dell’estetica di Benedetto Croce non riconosceva altra lingua al di fuori del fiorentino (amen). Possiamo ben dire che le tesi bembiane ebbero una forte risonanza in tutti i secoli a venire.
Nel Seicento e nel Settecento il dibattito sulla lingua continuava, ma vi era anche una penuria di metodo che ostacolava un’analisi intelligente della storia della letteratura e, di conseguenza, della lingua della letteratura. Basti pensare alle manualistiche storie della letteratura del Mazzuchelli o del Tiraboschi; blocchi di carta nati dalla giustapposizione su di un’immaginaria linea del tempo dei personaggi che hanno avuto la meglio sulla storia. Nessun approccio storico o critico.
Insomma, per fortuna che arrivò il Romanticismo e con lui l’approccio storico e, soprattutto, l’idea di identità nazionale. I letterati e gli intellettuali del passato non erano più personaggi isolati nel tempo, ma individui che interagivano con determinate situazioni storiche, politiche e culturali, oltre che con gli intellettuali del passato, del presente e del futuro. Ma soprattutto vi era il disperato bisogno di costruire un’unità nazionale e come, se non attraverso l’unità linguistica?
Nell’Ottocento non vi era unità politica, almeno fino al 17 marzo del 1861, ma in ogni caso il sentimento unitario e l’influenza dello stesso sul popolo italiano non fu immediato. C’era però Manzoni, sì, quello dei Promessi Sposi, odiatissimo dalla stragrande maggioranza degli studenti, eppure di fondamentale importanza nelle sorti della lingua italiana (ebbene sì, i-ta-lia-na). E Manzoni, ma non solo lui, si rese conto che Machiavelli c’aveva visto lungo (questo lo dico io, in realtà) e che la lingua è un elemento vivo e, soprattutto, sociale. I Promessi Sposi ebbero una genesi ed una costruzione lunga, lunghissima e travagliata e proprio per una questione di carattere linguistico. Ma fu proprio a partire da questo romanzo che Broglio fece pubblicare, a fine secolo, sulla base delle tesi manzoniane, il Novo vocabolario della lingua italiana, che era proprio novo e non nuovo, secondo la monottongazione del fiorentino (qualcuno ha detto fiorentino?) coevo.

Ciò che dovremmo chiederci oggi è: quali saranno le sorti della nostra lingua?
Trovo che la questione della lingua sia oggi più preoccupante che mai, perché non vi è più un sano interesse nel ricercare una lingua per la letteratura alta e limitata all’ambito scrittorio; non si tratta più di dover semplicemente sopravvivere alla minaccia della spontanea evoluzione linguistica, perché la minaccia maggiore sono le nuove tecnologie e, soprattutto, le nuove logiche di vita.
E nel frattempo muoiono i dialetti ed i congiuntivi, lasciando il posto al bombardamento di sempre nuovi forestierismi e tecnicismi finalizzati a tenere il passo di un mondo tecnologico e globalizzato.
Ed il prossimo passo?

di Giulia Barison

Un pensiero su “Riflessioni riflesse: la questione della lingua

  1. condivido le tue preoccupazioni per i dialetti e soprattutto per gli anglicismi, e un po’ meno per i forestierismi in generale, e per i congiuntivi, che per fortuna sono vivi e vegeti da tutti gli studi degli ultimi tempi. 🙂 bella questa sintetica ricostruzione della questione della lingua.

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