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Jodorowsky scala le montagne solamente quando sono sacre

Alejandro Jodorowsky è un personaggio misterioso quanto sensazionale. Scrittore, musicista, regista, costumista, studioso dei tarocchi e chi ne ha più ne metta, è stato un’icona del movimento psichedelico degli anni ’70, nonché uno dei più celebri cultori della cosiddetta psicomagia. La sua passione per il surrealismo e le forze occulte si riversa puntualmente in tutte le sue opere, in particolare nel film scandalo che ha fatto passare alla storia il suo nome di regista provocatorio, “La montagna sacra” (La montaña sagrada, The Holy Mountain, EEUU-Messico, 1973).

lamontagnasacra Chiunque abbia attraversato una fase di “sperimentazione” nella sua adolescenza, durante la quale la marijuana riempiva i portafogli più delle banconote e letture come Aleister Crowley sembravano la via d’accesso al mistero della vita, avrà senza dubbio visto o giurato di aver visto questa delirante pellicola (se avete di fatto ascoltato i Pink Floyd indossando magliette comprate alle bancarelle indiane e ancora non avete guardato Jodorowsky, rimediate immediatamente). “La montagna sacra” è un compendio di immagini metaforiche e orrende che richiamano i temi più controversi della società contemporanea, dalla violenza e il traffico d’armi al denaro e il capitalismo. Il tutto è circondato da un’estetica psichedelica chiaramente impregnata di quell’atmosfera avanguardista che caratterizzava la musica rock degli anni 60-70. La prima volta che ho timidamente approcciato il film avevo 15 anni, pensavo che i Jefferson Airplane avessero cambiato il mondo e leggevo tutto quello che mi capitava sotto mano a proposito di esoterismo o misticismo. Un cliché fatto persona direte voi, ma oggi non mi vergogno di ammettere che guardo indietro a quel periodo e a quella prima esperienza di cinema dell’occulto (se così può essere definito) con affetto e interesse.

holy_mountainScherzi sull’adolescenza a parte, la trama de “La montagna sacra” è estremamente simbolica e colma di riferimenti ad esperienze di ogni genere: quotidiane, politiche, sociali, ma anche religiose, estatiche e spirituali. Il protagonista, in cui molti hanno rivisto la figura di Gesù Cristo, si risveglia coperto di mosche in un luogo deserto dove fa amicizia con un nano senza braccia e senza gambe. Jodorowsky ha assegnato a ciascun personaggio una carta dei tarocchi, ma avendo dimenticato le innumerevoli informazioni sconnesse sulla lettura delle carte che avevo racimolato al liceo, non saprei e non ho voglia di spiegare per quale motivo il protagonista rappresenti il Matto e il povero nano inguardabile sia il Cinque di Spade. Sta di fatto che dopo aver affrontato una serie di esperienze allucinanti, comprendenti un gruppo di fanatici (del mercato turistico o della religione, non si capisce) che lo utilizzano come modello per un calco in gesso del Cristo crocifisso, il malaugurato protagonista si ritrova in una sorta di torre simile alla casa di Austin Powers, in cui un saggio guru, maestro di alchimia e inciuci strani, lo inizia ai misteri dell’immortalità. Esiste, infatti, una montagna sulla cui cima siedono nove uomini che hanno ottenuto il privilegio della vita eterna. L’obbiettivo dei due, accompagnati da una servitrice muta e nuda, diventa quello di detronizzare i signori della montagna per prendere il loro posto. Per fare ciò hanno bisogno di altre sette persone, che guarda caso sono già state scelte dal guru della torre in base al loro potere economico e politico. Dopo aver trasformato gli escrementi del protagonista in oro attraverso una complessa procedura alchemica (ogni buon padrone di casa si preoccupa di accogliere in questa maniera i propri ospiti, no?), il saggio presenta questi sette personaggi, ognuno dei quali mette in scena una metafora dei vizi e delle ipocrisie dell’uomo moderno attraverso immagini raccapriccianti che coinvolgono il mondo dell’arte e del mercato così come quello del crimine e della guerra. Per fare un semplice esempio prendiamo la donna che rappresenta Saturno: questa squallida figura dai capelli rosso fuoco (sangue?) dirige un’industria di “war toys” in cui lo scopo principale è quello di fare il lavaggio del cervello alle giovani generazioni attraverso giocattoli che le istighino all’odio e al nazionalismo: i bambini devono imparare ad odiare i peruviani, perché presto l’America dichiarerà loro guerra, e cosa c’è di più sano in una nazione dai saldi principi del mostrare ai futuri soldatini la spregevole natura bestiale dei nemici? Sembra logico dunque creare bambole in serie di streghe sudamericane che possono essere abbattute solo dalla potenza dei mitra a stelle e strisce.

L’inusuale gruppetto parte per la missione dopo una specie di “allenamento mistico”, nel corso del quale il saggio si prende palesemente gioco degli altri. Lungo la strada altre esperienze magiche e terrorizzanti si succedono senza dare un attimo di fiato allo spettatore, che viene investito da colori e riprese magistrali nella loro inquietudine. La fine del viaggio presenta una sorpresa davvero inaspettata che mi sembrerebbe stupido rivelarvi ora, o almeno la me delle bancarelle indiane mi sta pregando di stare zitta a tutti i costi perché così come i personaggi hanno attraversato delle vicissitudini per arrivare infine ad una rivelazione di natura spirituale rimasta ignota fino a quel momento, anche gli spettatori devono fare lo stesso, e a 15 anni, essendo stato il risultato per me assolutamente illuminante, rispettare questo parallelismo e mantenere il segreto sul finale a sorpresa mi sarebbe apparso come la cosa più giusta da fare. Guardate perciò “La montagna sacra” e anche se non vi è mai fregato nulla del surrealismo alla Led Zeppelin o dei tarocchi godetevi un’esperienza di cinema diversa dal normale, che ogni tanto fa sempre bene per allargare i propri orizzonti, spirituali e non. E poi chissà, magari (ri)cominciate a fumare erba e ad ascoltare gli Infected Mushrooms…

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Martina Barnaba

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