La libertà di stampa nel mondo è sempre più in pericolo

E’ stato pubblicato ieri l’indice della libertà di stampa a livello globale aggiornato al 2016 da “Reporters sans frontières”, una delle principali ONG impegnate nella difesa e nella promozione della libertà di informazione. L’indice, pubblicato ogni anno dal 2002, è un importante strumento per misurare la libertà dei giornalisti nel fornire informazioni al pubblico in 180 stati del mondo. Si basa su sette criteri: pluralismo, indipendenza dei media, ambiente e auto-censura, quadro legislativo, trasparenza, infrastruttura, abusi. Ad ogni nazione viene assegnato un punteggio da 0 a 100. Più è alto, peggiore è la situazione.

L’indice appena pubblicato mostra “un profondo ed allarmante declino del rispetto per la libertà dei media sia a livello globale che regionale”, testimoniato da un aumento del punteggio globale del 13.6% rispetto al 2013. Le ragioni vanno ricercate in una tendenza autoritaria di alcuni governi che porta ad un maggiore controllo sui media, la concentrazione delle testate nelle mani di pochi oligarchi e l’adozione di leggi penalizzanti i giornalisti.

La situazione europea appare migliore rispetto agli altri continenti. Il podio, infatti, è occupato da Finlandia, Paesi Bassi e Norvegia e tra le prime 20 classificate compaiono 14 nazioni del Vecchio continente. In particolare, la Finlandia, nonostante un aumento di 1.07, conferma la prima posizione per la quinta volta consecutiva. L’unica critica mossa al paese di Babbo Natale è l’alta concentrazione delle testate, in quanto Sanoma e Alma Media possiedono la maggior parte dei quotidiani. Ancora più lusinghiero è il commento che RSF riserva ai Paesi Bassi. “E’ una tradizione antichissima degli olandesi. La libertà dei media e di opinione è rispettata e l’indipendenza dei media protetta. Le leggi proibiscono le offese, la discriminazione e l’incitamento all’odio, ma la satira è permessa e non può essere soppressa. Un divieto sulle riprese in Parlamento senza il permesso esplicito dei parlamentari è una delle pochissime eccezioni alla regola.”

La situazione di ben 18 paesi è definita dall’indice come “molto critica”. Ad eccezione di Cuba (171°), sono concentrate tra Africa ed Asia, in particolare tra corno d’Africa, Maghreb, Medio Oriente ed Estremo Oriente. Prevedibile è la presenza di scenari di guerra ed instabilità, quali Libia, Siria, Sudan, Somalia e Yemen. Anche i due grandi produttori di petrolio dello scacchiere mediorientale sono entrambi classificati come “molto critici”, Arabia Saudita 165ª e Iran 169º – nonostante un miglioramento di quattro posizioni. La Cina guadagna ben 7.41 punti, ma rimane 176ª. A pesare sulle spalle dello stato più popoloso del mondo, il grande Firewall che monitora e controlla blog e social network, l’arresto e l’imprigionamento della giornalista Gao Yu e l’etichetta di predatore della libertà di stampa che RFS ha affibbiato al presidente Xi Jinping. Fanalino di coda, da oramai 8 anni, l’Eritrea, dove almeno 15 giornalisti sono incarcerati ed il presidente Issayas Afeworki ha affermato “quelli che pensano che ci sarà democrazia in questo paese possono pensarla in un altro mondo”.

In generale, le nazioni del BRICS, ad esclusione del Sudafrica (39º), non hanno ottenuto buoni piazzamenti: il Brasile è appena fuori i primi 100 (104º), l’India è migliorata ma è ancora 133ª, la Russia ha guadagnato 4.06 punti ed è addirittura 148ª. Di contro, gli Stati Uniti sono saliti di 8 gradini e si sono issati al 41º posto, ma RFS ha criticato la recente politica contro i leaks e la mancata protezione dell’identità delle fonti dei giornalisti. Emblematico è il caso del Giappone, i cui media sono annoverati tra i più influenti del mondo, che ha perso ben 11 posizioni. RFS punta il dito contro una dura legge che impedisce ai giornalisti di investigare sui “segreti di stato”, tra cui è stato inserito il disastro nucleare di Fukushima. Due casi antitetici dell’indice sono Tunisia (96ª) e Polonia (47ª). La nazione africana, nonostante ancora numerose criticità, è riuscita a scalare ben 30 posizioni, mentre il rigido controllo del governo polacco sui media ha causato il tracollo di ben 29 posizioni.

E l’Italia? Male. Il Belpaese continua a perdere posizioni – 28 dal 2014 – ed ora (77º) si classifica tra Moldavia e Benin. RSF punta il dito soprattutto contro l’allarmante livello di violenze contro i giornalisti, in particolari se trattano di casi di crimine organizzato o corruzione. Secondo “La Repubblica”, infatti, tra i 30 ed i 50 giornalisti sono sotto scorta a causa di minacce. Inoltre, viene portato in risalto il caso dei giornalisti Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi, i quali rischiano fino a 8 anni di carcere dopo lo scandalo Vatileaks 2 ed il conseguente “Avarizia”.

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