Il libro più lungo che non sia mai stato scritto

di Marco Galzignato

Amérique Je T’Aime and it may be fun to be fooled
but it’s more fun to be more to be fun to be little joe gould
— E. E. Cummings

Al primo posto nella lista dei “libri più lunghi mai scritti” si colloca Artamène ou Le Grand Cyrus, di circa due milioni di parole, pubblicato attorno al 1650, e scritto nominalmente da Georges de Scudéry, anche se pare che il reale autore del romanzo sia la sorella Madeleine. Che poi la madeleine, inteso come dolce francese, è anche il catalizzatore di un’altra opera rappresentativa del genere del roman-fleuve, la proustiana À la recherche du temps perdu (1.267.069 parole), che sicuramente è un esempio ben più noto. Due opere gargantuesche, certo, ma che impallidiscono di fronte ad un altro libro, di oltre 9 milioni di parole, che lo stesso autore definì “12 volte più lungo della Bibbia, scritto a mano in 270 quaderni per gli appunti macchiati di caffè, grasso e birra”: The Oral History of Our Time (Storia orale del mondo contemporaneo), di Joseph Ferdinand Gould.
Come Erodoto con le
Historiae ambientate nell’antica Grecia o Froissart con le Chroniques durante il Medioevo, Gould sognava di narrare il mondo a lui contemporaneo attraverso i suoni e le voci che udiva in città — le storie che sentiva sulla metro, i racconti dei senzatetto, le conversazioni volgari dei venditori ambulanti a Coney Island, leggende urbane, aneddoti di prostitute e taxisti. Decise di chiamare il suo libro, rigorosamente manoscritto con l’inchiostro rubato all’ufficio postale, “The Oral History of Our Time”. Da notare il fatto che Gould usasse il termine “oral history” una decina d’anni prima che venisse ufficialmente coniato da Alan Nevins della Columbia University (1948).

Il problema con questa storia è che The Oral History non è mai esistito. O forse sì?

Joseph Mitchell, giornalista del New Yorker, scrisse due profili su Gould, il primo dei quali, Professor Seagull (“Il Professor Gabbiano”, nel dicembre 1942), si riferiva al fatto che Gould sosteneva di aver tradotto alcune poesie di Henry Wadsworth Longfellow (che era un po’ il nostro Leopardi, almeno prima che arrivassero Whitman e Frost e l’America si dimenticasse di lui) nella lingua dei gabbiani, e di aver anche composto alcune poesie nella medesima lingua. Nel complesso il profilo presentava il protagonista come un uomo eccentrico con cui i lettori avrebbero facilmente simpatizzato, tanto che alla redazione arrivarono alcune lettere destinate a Gould, molte delle quali contenevano anche dei soldi per aiutarlo a completare il suo magnum opus.
Il secondo, Joe Gould’s Secret, apparso nel settembre 1964 e considerato il capolavoro di Mitchell, è un bellissimo pezzo di giornalismo. In esso, oltre a narrare il triste destino di un uomo distrutto, Mitchell raccontava l’amara verità: The Oral History non era mai esistito, ma era soltanto l’ennesima invenzione di uomo con gravi problemi psicologici.
Joe Gould’s Secret
sarà il suo ultimo articolo, complice un blocco dello scrittore che durerà più di trent’anni. Fino alla sua morte, avvenuta nel 1996, Mitchell non scriverà più.

Quale che fosse il problema di Gould (forse una forma di autismo), ne soffriva già da bambino, e questo influiva sul suo rendimento scolastico. All’ultimo anno di high school, ai test di ammissione all’università, prese quattro D e una E (la F di oggi). Affetto da ipergrafia, scrisse su tutti i muri della sua stanza, e anche sul pavimento. La sorella minore, Hilda, fingeva che non esistesse, e molti dei suoi rapporti con altre persone esistevano unicamente nella sua testa.
Fu ammesso ad Harvard solo perché sia suo nonno, che insegnava alla Harvard Medical School, sia suo padre, erano stati studenti di Harvard (in barba al sistema educativo americano). Contrariamente a quanto si pensava, non si laureò nel 1911, ma subì un crollo psicologico che lo portò ad abbandonare gli studi. In ogni caso, aveva superato solamente pochi esami.
Per un po’ girovagò per il Canada, poi, interessatosi alla dottrina eugenetica, si recò in North Dakota per misurare il cranio di un migliaio di indiani Chippewa, che non sempre apprezzavano. Tornato a Manhattan, si stabilì nel Village [Greenwich Village, nde] e si dedicò completamente al suo
opus. Gould pensava che i posteri avrebbero guardato al suo libro come allora si guardava a Declino e caduta dell’Impero Romano di Edward Gibbon. Le sue ultime volontà (di cui portava sempre una copia con sé, in una busta sigillata che teneva nel taschino) stabilivano che alla sua morte il suo lavoro dovesse essere donato per due terzi alla libreria di Harvard, e per un terzo allo Smithsonian.
Che cosa ne è stato di quel testamento? Ma soprattutto, che cosa ne è stato di
The Oral History? Mitchell non riuscì mai a trovarla, e perciò sostenne che Gould si fosse inventato tutto, ma se invece fosse stato Mitchell ad inventare tutto?

Nel 1923, Broom pubblicò il “Capitolo CCCLXVIII della Storia Orale del Mondo Contemporaneo, di Joseph Gould”. Sul The Dial apparvero altri due capitoli, nel 1929. La redazione ne aveva richiesti degli altri, ma la rivista fallì tre mesi dopo.
Nel 1942, Horace Gregory, poeta amico di Gould, raccontò a Mitchell di aver letto almeno cinquanta dei quaderni di Gould, e di averi trovati molto interessanti, con “lampi di genio del New England” e “grande chiarezza espressiva”, ma che la maggior parte non poteva essere pubblicata perché da lui ritenuta “troppo oscena”. Mitchell accantonò la cosa.
Vittima di continui crolli psicologici, nel 1952 Gould venne portato al Pilgrim State Hospital, ad Islip, allora il più grande istituto psichiatrico esistente. Non se ne andò più. Nessuno gli fece mai visita. Morì il 18 agosto 1957, una domenica.
Non lasciò alcun testamento. Il
Time gli dedicò un necrologio: “Gould non aveva parenti, ma molti amici, tra cui il poeta E.E. Cummings, l’artista Don Freeman e gli scrittori Ezra Pound e William Saroyan.” Nessuno di loro si presentò al suo funerale.

Alla sua morte, Mitchell cercò il manoscritto instancabilmente, guardando ovunque. Nessuno sapeva dove fosse. Era stato anche nella casa in cui Gould era cresciuto; l’anziana signora che viveva lì gli aveva raccontato di aver trovato in soffitta degli scatoloni di cartone pieni di quaderni per gli appunti. Alla fine, non sapendo cosa farne, li aveva fatti portare alla discarica di Norwood, Massachusetts.
C’era anche chi diceva che il libro fosse custodito nella cantina di una casa di proprietà di una misteriosa vedova di Long Island, oppure disseminato in un centinaio di appartamenti nel Village. Gould aveva sempre raccontato a Mitchell che conservava la maggior parte dei suoi manoscritti in una fattoria a Long Island. La fattoria in effetti esisteva, e si estendeva per migliaia di acri a Central Islip, NY, solo che era nota ai più come Manhattan State Hospital for the Insane. In poche parole, un manicomio.

Forse quelle che sembravano contraddizioni non lo erano affatto, ma erano, invece, indizi dell’esistenza di uno schema. Gould scrisse The Oral History, e poi semplicemente lo perse. Era un genio, ma era anche pazzo. Nemmeno Mitchell l’aveva capito, ma forse non era nemmeno troppo interessato a leggere The Oral History quando incontrò Gould per la prima volta. Nel 1942, la sua esistenza costituiva una bella storia; nel ‘64, la sua non esistenza gli avrebbe fatto vendere più copie.

Dopo che il New Yorker ebbe pubblicato “Joe Gould’s Secret”, Mitchell ricevette numerose lettere. Una di esse era stata inviata da una donna di nome Florence Lowe, che si presentò come un’amica di Gould, e inviò a Mitchell uno dei suoi quaderni, asserendo di averne interi bauli pieni. Mitchell le chiese se poteva tenerlo, e donarlo poi alla New York Public Library. La Lowe acconsentì, e si rese disponibile ad inviarne altri. Mitchell non le scrisse più.
Il quadernetto è datato 1922. Il titolo recita “Meo Tempore. Seventh Version. Volume II” e contiene anche un saggio, intitolato “Insanity”.
In esso, Gould scriveva: “La presunzione di poter dividere le persone in pazzi e assennati risiede nella supposizione che entriamo davvero in contatto con la vita di qualcun altro. Pertanto ritengo il più assennato degli uomini essere colui il quale riconosce fermamente il tragico isolamento dell’umanità e persegue placidamente i propri obiettivi fondamentali; suppongo di sentirmi così a tale proposito perché soffro di manie di grandezza. Sono convinto di essere Joe Gould.”

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