Multiculturalismo e integrazione: dove abbiamo sbagliato?

“Multikulturalismus ist gescheitert.”
“Il multiculturalismo ha fallito.”
Angela Merkel

In questi giorni, per ovvi motivi, si fa un gran parlare di società multietnica e di modelli da importare e seguire nel tentativo di rendere più efficiente, smart (passatemi il termine), l’interazione tra le diverse culture che ormai coabitano all’interno delle nostre società europee.

Ho voluto iniziare la mia riflessione con una citazione della cancelliera tedesca in tempi non sospetti (settembre 2010) parlando della Germania e del suo modello sociale. Ho attentamente scelto questo personaggio politico, e il periodo in cui ha fatto questa affermazione, per non scadere nelle pieghe della sterile retorica populista nostrana con la quale in questi giorni si sta cercando di “affrontare l’argomento”.

Il mio ragionamento, infatti, avrebbe l’ambizione di sottrarsi a qualsiasi credo politico basandosi più sulla lettura di dati oggettivi e di fatto, piuttosto che su opinioni personali spesso viziate da idee preconcette.

I media ci hanno raccontato di “ghetti”, banlieue, storie di degrado e di esclusione sociale: tutti problemi figli di politiche di integrazione, attuate fin dagli anni ‘50 e ‘60 in paesi come Inghilterra e Francia, che si sono rivelate fallimentari. Parlando con dei ragazzi francesi in Erasmus in Italia, ho avuto l’occasione di tastare personalmente quanto pesi ancora sulla coscienza della società francese il passato coloniale per la sola Algeria, debito che i governi transalpini pensavano di aver in parte ripagato costruendo ad hoc squallide periferie in cui accogliere i “nuovi cittadini”. Ovviamente aspettandosi da questi ultimi un cospicuo ritorno elettorale per la generosità e accoglienza dimostrata.

Con queste premesse non è difficile immaginare quanto sia stata difficile l’integrazione, lenta e graduale, da parte di questi immigrati dalle ex colonie. Processo che, tutt’altro che concluso, si trova oggi a doversi sobbarcare del peso di centinaia di migliaia di persone richiedenti asilo e protezione dagli angoli più pericolosi e poveri dell’Africa e del Medio Oriente. Andiamo a vedere, per esempio, più nel dettaglio che cosa sono le banlieue parigine: al di là delle infelici costruzioni popolari (certi architetti dovrebbero essere processati per le loro “creature”), esse sono oggi ancor più di ieri il simbolo della mancata integrazione. Ebbene sì, perché non basta dare una casa e una cittadinanza a una persona per farla sentire italiana piuttosto che inglese o francese, e purtroppo ce ne stiamo accorgendo solo ora.

Non è sufficiente nemmeno che l’istruzione sia accessibile a tutti, che lo stato sia laico e che la sanità sia di un buon livello e gratuita, se un ragazzo delle banlieue ogni volta che cerca lavoro fa fatica perché al suo CV non viene perdonato il fatto di essere nato e cresciuto in periferia, e che periferia!

Così, invariabilmente, i giovani più fortunati arrivano a un lavoro dignitoso solo dopo un iter di medio-lungo assistenzialismo, i meno fortunati invece brancolano nel buio della disoccupazione perpetua o, peggio ancora, della criminalità organizzata, quella dei facili guadagni dovuti allo spaccio di droga che facilmente prolifera in zone così degradate.

Dall’analisi fin qui fatta potrebbe sembrare tutta colpa dei singoli governi e dei loro fallimentari esperimenti d’integrazione, e cadere in questo equivoco è molto facile, ma basta spostarsi nel nord Europa nei paesi scandinavi o nel ricco Benelux per rendersi conto di quanto questa intuizione sia sbagliata.

Qui, nelle terre in cui il cittadino è seguito dalla nascita alla tomba dallo stato sociale, si è riusciti a garantire una casa più che dignitosa a tutti, una buona istruzione, ottimi servizi sociali con sistemi di assistenzialismo ai disoccupati che fanno impallidire gli standard francesi, figuriamoci quelli italiani, per poi finire con il lavoro che è ben retribuito e consente una vita dignitosa.

Problema risolto, direte voi? Assolutamente no!

A Oslo – senza citare la più inflazionata Molenbeek a Bruxelles – ritroviamo i ghetti. Gli immigrati cercano di ricreare in miniatura la società che hanno lasciato nei paesi di origine, chiudendosi nei loro quartieri e mettendo gradualmente i nativi nelle condizioni di uscire da quella specifica zona urbana. A Gronland, quartiere a poca distanza dal centro cittadino, le poche norvegesi rimaste preferiscono tingersi i capelli di scuro piuttosto che rischiare di attirare l’attenzione la sera uscendo di casa. Non è certo un mistero la predilezione delle donne bionde e nordiche per molti di noi uomini mediterranei, figuriamoci per chi viene dai paesi arabi. E si potrebbero citare tanti altri e vari esempi in cui sono gli stessi norvegesi a essere ostracizzati a casa loro, dai loro stessi concittadini.

Cosa lega l’esempio francese a quello norvegese?

In entrambi i casi si era ampiamente sottovalutato il problema identitario. Se parte degli immigrati rifiuta l’integrazione pur avendo le migliori condizioni per “diventare come noi”, o quantomeno per integrarsi ai nostri stili di vita, come possiamo pretendere che essi riescano a inserirsi in contesti in cui il modello di società multietnica è sbagliato a monte? O addirittura inesistente e improntato al momento contingente di carattere emergenziale, come nel caso italiano?

Il problema è molto complesso e vasto, ma non c’è da stupirsi se i governi democraticamente eletti di Ungheria, Slovenia, Polonia e Croazia rifiutano categoricamente di far diventare le proprie società multietniche, arrivando anche a erigere odiosi muri per proteggere le proprie popolazioni da ondate migratorie non più contenibili in numero e di difficile, a volte impossibile per i paesi più piccoli, assorbimento e gestione.

Per capire meglio la situazione bisognerebbe anche guardare all’economia. Sì, lo so che per alcuni può sembrare inappropriato legare l’utilità delle persone al loro apporto economico all’interno di una società, ma questa è la realtà dei fatti e va analizzata per quello che è. Vi siete mai chiesti perché la Germania, dopo una calda estate di critiche al governo ungherese, abbia infine deciso di accogliere i richiedenti asilo provenienti solamente dalla Siria? Perché solo i siriani? Forse i nigeriani che scappano da Boko Haram hanno subito meno atrocità? Ovvio che no; la risposta è facilmente individuabile nella classe media siriana: avvocati, insegnanti, professionisti qualificati… tutte persone molto più facilmente integrabili nell’economia tedesca dei pescatori e agricoltori del delta del Niger. Questi ultimi, infatti, finirebbero presto per pesare in massa sullo stato sociale tedesco come manodopera scarsamente qualificata, mettendo a serio rischio la qualità dell’intero welfare teutonico, in primis per gli stessi tedeschi che, particolare non trascurabile, lo finanziano pagando le tasse.

In questo scenario preoccupante c’è ancora chi nega il fallimento della società multietnica per come è stata intesa e concepita da noi europei fino ad ora. Il problema è aperto, ma prima ancora di parlare di possibili soluzioni bisognerebbe guardare la realtà per quello che è, per poi trovare un rimedio adeguato.

Pochi leader europei hanno avuto il coraggio di fare questa autocritica senza scadere nel populismo da campagna elettorale, e uno di questi è di sicuro la cancelliera Merkel. Speriamo sia un buon inizio!

Contributo esterno di Alessio Alfonsi

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