Diario palestinese #4: LA FRONTIERA

La frontiera israeliana, se non la vedi, significa che sei stato orbato di botte. Beh, intendiamoci, pure ad occhi chiusi uno capirebbe di essere davanti alla dogana di Israele: le bandiere bianche con su  impresso lo scheletro celeste della stella di Davide, sulle pareti marmoree e sui tabelloni lampeggianti le lettere e i caratteri quadri e spigolosi come quadra e spigolosa è la lingua semitica che rappresentano; una grossa menorah, il candelabro ebraico a sette braccia, che troneggia dinanzi all’aeroporto; gli uomini della sicurezza che si mimetizzano nascondendosi ai turisti, ma ai quali non sfugge il minimo respiro del più piccolo insetto che vi sia nel loro arco visivo, quando solo visivo. E poi quegli scatoloni di vetro: le cabine attraverso cui saremmo dovuti transitare per metter piede sul suolo di quello che dal 1948 era lo stato d’Israele. Cabine di vetro dove delle gentili signorine – ragazze niente male, c’è poco da dire – ti chiederanno, come angeli candidi, è la prima volta qui per te in Israele? Che cosa devi fare qui? Dove dormirai? Devi mica andartene in posti particolari? E se non fosse che avrei dovuto dormire e andarmene nei Territori Occupati – cosa su cui evidentemente era meglio non aprir bocca – gli avrei pure dato il mio numero di telefono. Sta di fatto che optai per far finta di essere un tizio inebetito dalla vita, senza alcuna base di inglese, nonché incallito e fanatico cristiano voglioso di vedere i luoghi santi di Gerusalemme: sì sì, yes! Ai em a pelegrin! (altro che pilgrin: pareva una bestemmia, detta col mio accento), speriamo che se la beva, veri gud. Se l’è bevuta, bai bai – ché poi in cimbro-veneto i bai son gli insetti e quanto di simile e piccolo sguazzi nel marciume –, ma se la berranno pure per tutti gli altri del nostro gruppo? Chissà. Sta di fatto che, sì, mentre speri che se la bevano e che non ti facciano problemi per passare la frontiera, il cuore ti batte perfino dentro alle meningi.

Quindi, la frontiera israeliana, la senti per bene. Arrivavamo da Istanbul, dove avevamo trascorso una metà della giornata precedente, nella notte avevamo volato sopra alla Turchia, al Mediterraneo e a Cipro; attraversammo le cabine di vetro della frontiera alle quattro e mezza del mattino. Quando fummo fuori contattammo l’autista che venne a prenderci con uno di quei furgoncini che ci avrebbero accompagnato per tutti i giorni seguenti: nell’attesa dell’arrivo del furgoncino, di fronte all’aeroporto e all’immensa menorah, vidi un’altra di quelle immagini che mi si imprimevano di dentro durante i miei viaggi. Ecco, c’erano sti due colombi, alti vicino a una delle giunture dei pilastri d’acciaio che sostenevano le tettoie all’ingresso dell’aeroporto, due colombi bianchi e grigi, quasi identici. Uno stava appollaiato su quella giuntura, quell’altro gli si agitava accanto in un frullare di penne, tentava di cacciarlo via, gli piombava addosso, lo arpionava con le sue zampette e lo beccava sulla testolina. Seguitò a quel modo finché l’altro colombo dovette svolazzare fuori dal suo rifugio e lasciare il posticino sotto a quella tettoia. L’altro, più grosso e prepotente, s’appollaiò soddisfatto sul pilastro dopo quei due minuti di battaglia – o di aggressione? – che m’erano parsi due secoli. Dopo quei due secoli l’autista arrivò e ci aiutò a ficcare gli zaini sul furgoncino.

Sebbene fosse sul punto di albeggiare, non avevo ancora chiuso occhio: io e Cos detenevamo il record di resistenza al sonno, per il momento. Poi, in viaggio dall’aeroporto di Tel Aviv diretti a Nazareth – la nostra prima tappa, a Nord di Israele – mi misi a farmi gli unici selfie della mia vita, fotografandomi con la gente che stava crollando su sé stessa peggio delle torri gemelle, prede dell’assopimento, accatastata l’una sull’altra in un groviglio di corpi e sedili e tutt’un ronzio di russare. Mi fotografai con Riki, e la mia faccia da topo muschiato tutto infervorato si contrapponeva alla sua inebetita dal dormiveglia. Dall’altra parte, ti ripeto, c’era questa Cos, che studiava ingegneria chimica al politecnico, era mora e magra, aveva due occhi da cerbiatta e in quei momenti le insegnavo a scrivere in arabo sui finestrini appannati. Almeno finché non si addormentò pure lei. Allora rimasi a scrivere in arabo da solo. Come un pirla, sì, o meglio: come un mona, come si dice dalle nostre parti. Fuori da quei finestrini, scorrevano campi brulli e colline rocciose, madidi delle prime luci dell’alba. Quello scheletro di stella celeste svolazzava sulle bandiere bianche che sovrastavano le autostrade come truppe vigili e impassibili, allineate su lunghi schieramenti regolari.

Per arrivare a Nazareth, furono due ore di viaggio. Non perché Israele sia grande, anzi: per attraversare il paese da parte a parte, da Est a Ovest, mettiamo da Tel Aviv a Gerusalemme, non ci si impiegherebbe più di un’ora. Un diverso discorso vale per le distanze degli estremi punti opposti a Nord (frontiera con Libano e Siria) e Sud (confini con Giordania ed Egitto), mettiamo rispettivamente dalle ridenti cittadine di Metula e di Eilat, ché per farci un viaggetto in automobile ci vorrebbe la bellezza di sei ore e mezza – con un paio di pause per un caffè corretto, s’intende, senza percorrerla tutta di filato. Piuttosto, furono due ore di viaggio perché, quella mattina, la prima la trascorremmo in viaggio verso Nord, la seconda agonizzò mentre stavamo tutti concentrati a Nazareth per sforzarci di cercare l’indirizzo del luogo dove saremmo stati ospitati: a forza di cambio marce e manovre e retromarce su per le stradine strette e scoscese di Nazareth, finì che ammaccammo un paio di auto parcheggiate.

Erano pressapoco le otto del mattino quando potemmo dire di essere arrivati: pareva già mezzogiorno, e per il caldo, e per il chiarore di quella palla di fuoco che non credevo fosse lo stesso sole delle nostre parti. Il nostro alloggio era una struttura dedicata all’accoglienza dei pellegrini cattolici, un edificio molto grande e in quel momento completamente vuoto: ci accolse solo una signora pasciuta, la carnagione bronzea, i capelli bruni e gli occhi larghi e scuri – dello stesso tipo di cui ne avremmo visti molti, nei giorni seguenti. Era un’arabo-israeliana, ossia una donna di etnia araba ma nata e cresciuta nello stato di Israele e per di più, in questo caso, cattolica. Il paese di Nazareth, definita anche la capitale araba di Israele, era un paese dove la maggioranza degli abitanti restavano arabi, per quanto fossero cittadini israeliani. Nazareth si arroccava sulla sommità di una serie di collinette attigue, una mischia di casupole dal tetto piatto che si abbarbicavano sulle loro pendici e le ricoprivano per intero.

Non trattenevo l’emozione: ero arrivato dove volevo andare! Ero in Israele! Anzi no, ero in Palestina! Che diavolo! Ero là dove volevo essere, malgrado quella confusione infernale coi nomi, sorellina. Mi piazzai su di una delle terrazze più alte che avevamo a disposizione e lasciai che i miei occhi scivolassero giù per i declivi, seguendo l’andamento delle casupole, l’una che si aggrappava sulle spalle dell’altra, qualche gallo che zampettava impettito per le stradicciole a tratti sterrate, il nitrito di un cavallo lì vicino. Non riuscivo a concepire che, malgrado fossero le otto del mattino e gli occhi mi sfrigolassero per il sonno, dovessi andarmene a dormire. A dormire! Proprio ora che ero dove volevo essere e avevo a disposizione un tempo così limitato! Al ché, nel leggere i pensieri che mi trasparivano da un volto fatto paonazzo dall’emozione, Beppe mi costrinse ad andare a riposare. Scelsi un letto a castello, mi sistemai nel posto sopra ad Elvira che ancora cinguettava come una cocorita. Io pensavo ai galli e al cavallo, a tutti i cavalli e a tutti i galli che avrei voluto vedere subito in quel momento, mettendomi a girovagare per le strade di Nazareth, la capitale araba di Israele. Buona-notte, dissi da sopra, buona-notte, rispose Elvira da sotto, e gli altri già ronfavano.

Notte un accidente, dannazione, era quasi mezzogiorno.

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