Beirut for dummies from one of themselves – Lesson #2

Lezione #2: Prima di andare a salvare il mondo ricordati di fare colazione.

Questa storia comincia un anno fa.

Ero in Tunisia e, tornando a casa da scuola, mi sono ritrovata tra le mani una gattina brutta e puzzolente. Sentendola in linea con il mio spirito dell’epoca – provate a vivere di panini alla cipolla con 39 gradi all’ombra e sappiatemi dire – nel giro di 2 ore è diventata la figlia che non avevo. Facendola breve, la micia ora è in Italia ad aiutare mia mamma a superare la sindrome da nido vuoto e le è stato ufficialmente riconosciuto lo status di nipote.

Figura 1 – la trovatella che ghigna consapevole di averla scampata per un pelo. Archivio personale dell’autrice.

Così, pregna di materna attenzione verso il prossimo e ispirata dal mio stesso esempio di bontà e carità, in Libano ho deciso di spostare l’attenzione dai felini agli umani.

In questo momento scrivo da un parco cementato nel bel mezzo di un incrocio. Non so neanche perché lo chiamino parco ma tant’è. I buoni propositi e la fiducia in un mondo migliore che mi hanno spinto questa mattina a svegliarmi alle 7 – ALLE SETTE – con 2 ore e mezza – DUE ORE E MEZZA – di sonno alle spalle per aiutare un’organizzazione libanese a raccogliere fondi si scontrano violentemente contro una montagna umana vecchia di 18 anni.
Mario* mi fa venire voglia di smettere con la raccolta differenziata, tornare a mangiare carne, finanziare solo le multinazionali e spingere gli americani a votare Donald Trump solo per rendere il mondo in cui vive un posto peggiore. Se il diavolo fosse stupido come una patata e avesse l’accento britannico, Mario sarebbe il diavolo. Invece purtroppo Mario è solo un diciottenne annoiato e fuori posto che malagrazia ha me come team-mate.

La mattina non comincia bene: le 15 e-mail con cui l’organizzazione si era raccomandata di presentarsi alle 8 spaccate nel malefico centro di Beirut pare abbiano avuto effetto solo su di me. Sono letteralmente la prima ad arrivare, anticipando anche le responsabili, seguite dopo una ventina di minuti da due sedicenni molto scazzate, molto truccate e molto obbligate dal loro collegio privato a fare tot ore di volontariato a settimana, lo sponsor – tale Mr. X in Crocs e calzini che si presenta con una trentina di lattine di acqua di cocco. Quando gli chiedo una bottiglietta di acqua mi allunga una lattina di latte di cocco. Quando, perplessa, gliela richiedo mi riallunga la stessa lattina di latte ci cocco e sottolinea che “in fact this is coconut water” – e un’altra decina di volontari più o meno assonnati.

Il mio buonumore sparisce nel momento in cui capisco che la pila di ciambelle non sono per il “Noi” inteso come collettività buona che organizza l’evento, ma per il “Noi” paganti che partecipano finanziariamente alla raccolta fondi. Con l’autocontrollo del Dalai Lama, mi presto ad accartocciare bomboloni alla crema destinati a terzi. Sono le 8.45 e ho già un tic nervoso all’angolo destro della bocca, ma il piano di salvare il Medio-Oriente un gatto e un affamato alla volta è ancora presente da qualche parte in un angolo della mia mente.

Alle 10, 120 ciambelle dopo, in ritardo, in pigiama, appare il mio compagno di squadra. Cerca immediatamente la mia complicità chiedendomi a quale anno del liceo sono. Appurato che sono – ero – un’universitaria, chiede come va il primo anno. Quando scopre che ho 22 anni cambia tattica e si scusa del ritardo causa pesante dopo-sbronza e procede ad elencarmi i 10 shot che si è fatto la sera prima. Mollo la “vodka alla pera” e mi concentro sul cemento diventato improvvisamente di interesse nazionale.

Al momento, dalla postazione in cui sto scrivendo, ho impiegato circa 5 minuti per spiegargli le istruzioni della foto.

Figura 2 – Archivio personale dell’autrice.

Non che non capisse la dinamica, a sfuggirgli era il perché, lo scopo ultimo delle cose. Un filosofo, un genio, un illuminato a cui chiedi di attraversare la strada per comprare una bottiglia d’acqua e dei biscotti e ritorna 15 minuti dopo con 4 pepsi e una birra – che chiaramente fa finta di bere, perché sono le 10.30, perché il quartiere è islamico e perché chiaramente il giovinastro è tutto fumo e niente arrosto.
Il problema comunque è che, oltre a non sapere come annodare un cordino o gonfiare i palloncini – a quanto pare è un talento perché, davvero, ci ho provato ma non ce la può fare: non capisce come mettere la bocca – Mario non riesce neanche a tenerli in mano. Gli scivolano. Continua a rincorrerli come un cucciolo di labrador, e di questo passo ho paura che finisca sotto una macchina.                                                           

Al momento non so più chi sia il beneficiario di questo volontariato. Forse tutta questa storia della raccolta fondi è una grande messa in scena e in realtà sono la nuova assistente sociale di Mario, sono ostaggio della sua personalità contorta che, con 12 competitivissimi uomini sudati a cui legare in vita dei palloncini in meno di 5 minuti, si chiede chi sia il mio personaggio preferito in Game of Thrones.

Il che mi porta alle lezioni di sopravvivenza che la mia coinquilina, inserita nel mondo delle organizzazioni non governative, mi impartisce ogni qualvolta mi veda in difficoltà con la vita in generale. Cioè spesso.
In pratica ci sono due regole basilari per uscire con meno danni possibili dal trauma che un rapimento lascia: la prima è pensare sempre e solo al momento del rilascio – cosa che ho fatto a spese del tastino al centro del mio telefono premuto compulsivamente per controllare l’ora nel corso della mattinata – , la seconda, meno ovvia, è di mangiare tutte le volte che se ne presenta l’occasione perché non si sa con certezza quando e se ci sarà un altro pasto.

Ed è qui che ho sbagliato tantissimo. Perché 4 ore con Mario, 120 ciambelle per colazione le valevano tutte.

*Nome, ma non personaggio, di fantasia.

di Camilla Cimatti

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