RI(AP)PRENDIAMOCI: Il post-apocalittico

Il primo movimento della conoscenza è la sorpresa: osservare una cosa comune e rimanere meravigliati per il fatto che esista esattamente così. Il secondo movimento della conoscenza è la domanda: perché è così? Ed è importante chiederselo, con studiata irregolarità. Abbandonare le cose che ci stanno attorno all’abitudine del loro significato vuol dire lasciare che l’opinione diventi dogma e la reinterpretazione eresia. Vuol dire vivere nel mondo più finito e limitato possibile. Per questo dico, ri(ap)prendiamoci le cose: riscopriamole e nel farlo riprendiamole per noi, per liberarle, per tutti. Libertà è una funzione del saper raccontare.

Apocalisse in origine significava svelamento di verità: l’Apocalisse di Giovanni non era il libro della fine del mondo, ma il libro delle rivelazioni – apokalypsis eschaton, l’apparire della verità attorno alla fine del mondo. Due millenni di pessimismo e terrore della morte ne hanno riplasmato il significato.

L’uomo capitalizza ciò che è suo: lo Spazio, il Tempo, il Mondo. Non un’espressione d’arroganza, quanto una necessità ontologica. Principio Antropico: l’universo dev’essere tale da permettere al suo interno l’esistenza di osservatori – noi. Ma funziona anche nel senso inverso, e la nostra esistenza al suo interno è il confine ultimo della nostra conoscibilità.

Allora il post-apocalittico diventa il tempo dopo la fine del Tempo, il territorio dell’ignoto; e nel raccontarlo, perché anche l’escatologia più laica trova ad un certo punto inevitabile la domanda sul dopo, l’uomo si trova a dover essere il protagonista-narratore del post-apocalisse. Se la Statua della Libertà collassasse durante l’inverno nucleare senza essere vista da dietro le lenti d’una maschera antigas, farebbe rumore? Ancora, sarebbe mai esistita?

Così l’umanità è necessaria per raccontare il mondo dopo la propria fine, prima condizione del paradosso; la seconda è la (r)esistenza del mondo, e qui si trova la vera arroganza. Nello scegliere tra se stesso e ciò che lo circonda, l’uomo preferisce uccidere il suo territorio. In The Road di Cormac McCarthy, l’umanità viene ridotta ai suoi componenti minimi – la vita di fronte alla morte, l’amore, la volontà – ma il mondo attorno ai protagonisti è morto, e di conseguenza moriranno loro. L’universo diventa un singolo momento narrativo della loro morte. Nulla può sopravvivere a parte l’uomo, ed ancor meno vivere o prosperare.

Per questo l’uomo si circonda, nelle sue narrazioni, di rovine: rovine in cui morire e rovine in cui vivere, alcune anche rovine di cui vivere. Lo scheletro infestato del sogno americano: Fallout; la fuga da un tempo martoriato: La Jetéè; l’impero desertico della velocità: Mad Max. L’unico modo che l’uomo ha per immaginarsi vivo è circondarsi di cenere.

Ma a volte lo si resuscita, l’ignoto come opera aperta. The Book of the New Sun, di Gene Wolfe, esiste dopo un apocalisse così remoto da essere diventato una genesi. Non un circolo, un eterno ritorno: non ce n’è bisogno quando tutto continua a divenire qualcos’altro, a collegarsi e crescere tendenzialmente all’infinito. Biomega, di Tsutomu Nihei, dove mondo ed umanità collaborano per sognarsi una nuova esistenza oltre l’annichilimento della Terra, oltre lo spazio conosciuto, un mondo tubolare teso ad una nuova vita.

Nausicaa e la Valle del Vento, di Hayao Miyazaki. L’Uomo, quello primigenio ed onnipotente –noi, ascesi a divinità d’un età dell’oro che non sappiamo di star vivendo- ha ucciso il mondo, e così l’uomo, quello minuscolo, l’escremento antropologico dell’eschaton. L’umanità vive nel terrore di ciò che la circonda, il Mar Marcio, la piaga geologica che pervade ogni cosa: non si può ucciderla, non combatterla, non fuggirla, solo sopravvivere ed attendere un’altra, ulteriore fine.

Solo, non è vero: il Mar Marcio nasconde la vita, il futuro. È un ecosistema difensivo, una fortezza che deve difendere la possibilità di un’esistenza dalla conoscenza dell’uomo – e fino a questo punto, la storia non sarebbe che un’altra anti-narrazione: l’umanità ne verrebbe per forza a conoscenza e, per prendere possesso di questa possibilità vitale, finirebbe per distruggere quel che desidera salvare. Una morale non detta sussurrerebbe, non può andare a finire altrimenti. Davvero v’aspettavate di salvare un mondo già dichiarato morto?

Non c’è risposta – perché la storia evita di cadere in questa dialettica. Gli umani non cercano di prendere possesso della fonte della vita, ma lasciano che faccia ciò che deve (vuole) fare. Si crea una convivenza tra due esseri viventi. Il mondo non è il cadavere patogenetico che sottostà all’uomo, e l’uomo non è lo psicotico macellaio di un mondo santificato – un dualismo arbitrario ed abbandonato. Rimane la libertà di un nuovo mondo non conquistato o colonizzato, semplicemente accaduto – libertà di agire, di vivere e, soprattutto, di raccontare altre storie.

di Mattia De Franceschi

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