Nata straniera

Quando non appartenere a un’unica terra crea una grande donna, e una poetessa unica. 

Imtiaz Dharker è una bella signora dai capelli corvini e occhi di pece: ed è probabilmente fra le persone meno British che incontrereste a Londra, ma anche fra le meno indiane che trovereste a Bombay. Nata a Glasgow nel 1954 da genitori pakistani e oggi con casa in India e nella capitale del Regno Unito, la Dharker è considerata una delle maggiori poetesse di lingua inglese contemporanee; un’autrice che ha fatto della sua caleidoscopica identità culturale e mancanza di radici un approccio al mondo, all’uomo e al diverso critico, profondo, indipendente.

THEY’LL SAY: ‘SHE MUST BE FROM ANOTHER COUNTRY’ 

When I can’t comprehend

why they’re burning books

or slashing paintings,

when they can’t bear to look

at god’s own nakedness,

when they ban the film

and gut the seats to stop the play

and I ask why

they just smile and say,

‘She must be

from another country.’

When I speak on the phone

and the vowel sounds are off,

when the consonants are hard

and they should be soft,

they’ll catch on at once

they’ll pin it down

they’ll explain it right away

to their own satisfaction,

they’ll cluck their tongues

and say,

‘She must be

from another country.’

When my mouth goes up

instead of down,

when I wear a tablecloth

to go to town,

when they suspect I’m black

or hear I’m gay

they won’t be surprised,

they’ll purse their lips

and say,

‘She must be

from another country.’

When I eat up the olives

and spit out the pits

when I yawn at the opera

in the tragic bits

when I pee in the vineyard

as if it were Bombay,

flaunting my bare ass

covering my face

laughing through my hands

they’ll turn away,

shake their heads quite sadly,

‘She doesn’t know any better,’

they’ll say,

‘She must be

from another country.’

Maybe there is a country

where all of us live,

all of us freaks

who aren’t able to give

our loyalty to fat old fools,

the crooks and thugs

who wear the uniform

that gives them the right

to wave a flag,

puff out their chests,

put their feet on our necks,

and break their own rules.

But from where we are

it doesn’t look like a country,

it’s more like the cracks

that grow between borders

behind their backs.

That’s where I live.

And I’ll be happy to say,

‘I never learned your customs.

I don’t remember your language

or know your ways.

I must be

from another country.’

(I Speak for the Devil, 2003)

DIRANNO: ‘DEVE ESSERE DI UN ALTRO PAESE’

Quando non riesco a capire

perché danno libri alle fiamme

o squarciano tele,

quando non sopportano la vista

della nudità propria di dio,

quando censurano il film

e sventrano le poltrone per fermare lo spettacolo

e ne chiedo il perché,

sorridono soltanto, e dicono

‘Deve essere

di un altro Paese.’

Quando parlo al telefono

e le vocali suonano insolite,

quando le consonanti sono dure

e dovrebbero essere morbide,

lo capiranno all’istante,

lo fiuteranno,

lo spiegheranno subito

per loro intima soddisfazione,

faranno schioccare la loro lingua

e diranno,

‘Deve essere

di un altro Paese.’

Quando muovo la bocca all’insù

invece che giù,

quando indosso un velo

per andare in città,

quando credono che io sia nera

o sentono dire che sono gay

non ne saranno sorpresi,

contrarranno le loro labbra

e diranno,

‘Deve essere

di un altro Paese.’

Quando mangio le olive

e ne sputo i noccioli,

quando all’opera sbadiglio

nei momenti lacrimevoli,

quando la faccio nel vigneto

quasi fosse Bombay,

sbandierando il culo all’aria

mentre mi copro il viso

e rido tra le mani

si gireranno altrove,

scuotendo la testa tristemente,

‘Non conosce altro modo,’

diranno,

‘Deve essere

di un altro Paese.’

Forse c’è un Paese

dove viviamo tutti noi,

tutti noi folli

incapaci di giurare

fedeltà a stupidi vecchi e grassi,

ai truffatori e i delinquenti

con indosso l’uniforme

che conferisce loro il diritto

di sventolare una bandiera,

gonfiare il petto,

metterci i piedi sul collo,

e infrangere le loro stesse regole.

Ma da dove siamo ora

non assomiglia a un Paese,

bensì alle crepe

che si espandono fra i confini

alle loro spalle.

E’ lì che vivo.

E sarò felice di dire,

‘Non ho mai appreso i vostri costumi,

non ricordo la vostra lingua

né conosco i vostri modi di fare.

Devo essere

di un altro Paese.’

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