The Empire of Light

Era abbastanza singolare. Sopra di lui, un cielo terso e luminoso, e la pittoricamente armonica distribuzione delle rade nubi dai connotati quasi plastici: una visione fuori dal tempo, il segno della presenza di Dio; un caso, si intende – non si poteva, questo apparirà incontrovertibile e chiaro come il sole, concepire l’esistenza di un’entità i cui stanchi desideri e umori si trovassero per più di qualche istante, anche solo per un fortuito accadimento della sorte, allineati ai frastagliati, iridescenti margini dell’animo umano, che di quelle nubi ricorda la sonnolenta mutevolezza e, a tratti, il cupo cipiglio che lascia presagire violente tempeste interiori.

Sopra di lui, dunque, un’immagine così perfettamente nitida da risultare alla lunga disturbante.

In una camera acusticamente anecoica, una camera, cioè, quasi totalmente insonorizzata, il silenzio può condurre alla follia in meno di un’ora. Una follia rapida, una follia indolore, passa per l’udito.

Ma l’occhio ha bisogno di tempo. Lentamente logorato dalla perfezione di un panorama fisso ed immutabile, è violentemente tirato fuori e subito intollerabilmente compresso nella propria orbita, tremante e percorso da spasmi, attratto e repulso da ogni elemento della rivoltante composizione, che è natura pura e senza uomo, non la natura a noi nota: non lo sarà mai e mai dovrebbe esserlo. Si agita convulso in cerca di un errore, di un qualsiasi errore che contribuisca a riportare quanto ha davanti ad una dimensione umana, in cui un battito di palpebre sia consentito. E invece resta ben spalancato. L’occhio è veicolo della più autentica e cristallina pazzia. Inizierà come un fastidio leggero, la vaga percezione della spinta che, prepotente, sempre più dilata nell’infinito e costringe all’annullamento in se stesso l’orizzonte visivo. Già a quel punto sarà tale la nausea, tale il disagio, da rendere presto impossibile una coscienza dell’esperienza sensoriale a cui diversi organi sono preposti, una consapevole scomposizione di essa nei suoi cinque elementi fondanti. E così, uno stridulo e penetrante fischio permeerà papille e recettori tattili, colmerà i timpani e le narici, protrarrà in eterno la respirazione. Non più ottuso da alcunché, l’occhio potrà dunque valicare i propri limiti e gettare lo sguardo oltre quanto di tangibile vi sia mai stato: ammirerà la luce in sé e per sé, senza l’inutile tramite della materia.

Sulla strada, comunque, tutto taceva. L’umido tepore trovava la sua più placida espressione in un’aria dalla consistenza liquida, attraverso cui si diffondeva, vibrante, l’eco di un tempo primordiale che avrebbe presentato condizioni ambientali non dissimili e chiaramente ideali per lo sviluppo della vita, se mai fosse davvero esistito. Un cono di luce calda e abbacinante, tremolante come filtrata e rifratta da infinite, infinitamente varie superfici, fluiva incessante dall’alto di un lampione, unica fonte luminosa nel desolato circondario di insignificanti ed anonime dimore ora vuote e forse mai abitate; schermava e dava forma al cuore pulsante del mondo, lì sul marciapiede, in una notte altrimenti buia e senza stelle. Perché, nel cielo, era ancora giorno. Era sempre giorno.

Nell’uomo che, in posizione fetale, stava seduto per terra con la schiena poggiata al lampione, iniziava a germinare, seppur in uno stato poco più che embrionale, la coscienza di quanto gli stesse intorno: preso atto della propria innata capacità di percepire la realtà circostante senza porsi troppe domande in merito, si interrogava adesso sulla natura surreale di quell’oasi dalla luminosità soffusa, assediata da un opprimente mare di tenebra.

L’uomo, bisogna osservare, era vestito di tutto punto e, con quell’alto cilindro nero sulla testa ciondolante, non rendeva certo giustizia all’impeccabilmente elegante completo che aveva indosso, maltrattato e forse un po’ infastidito dall’incuria riservatagli, passata sotto silenzio poiché l’attenzione degli osservatori, se ve ne fossero stati, sarebbe stata completamente assorbita dalla candida camicia bianca, autenticamente abbagliante in un contesto quasi crepuscolare.

Probabilmente pensò, e pensò molto e riguardo a molte cose, ma proprio non gli riusciva di venire a capo della questione, forse perché non era per niente un’anima contemplativa. In realtà, non sapeva cosa fosse e basta. Ed ancora, quanto già detto va inteso come nient’altro che un tentativo di interpretare e decifrare i brani di confuse emozioni e sensazioni che affioravano nella povera creatura, assolutamente incapace di esprimerli od esternarli in modo intellegibile, fosse anche per il tramite della lingua, né a se stesso né ad altri.

Altri. Fu questo il primo concetto a farsi strada nell’immaginazione del curioso personaggio, che subito risultò particolarmente entusiasta circa la prospettiva dell’esistenza di individualità differenti dalla sua e della logicamente conseguente possibilità di interagire con esse – tanto entusiasta da sollevarsi in posizione eretta e muovere i primi, incerti passi. E, posando un piede davanti all’altro, si mise a girare in tondo, descrivendo col suo incessante moto una circonferenza di sempre più ampio diametro, che arrivò infine a lambire il perimetro dell’area illuminata. A quel punto, e solo a quel punto, percepì d’un tratto il peso del mondo sulle proprie spalle, tanto più gravoso e pressante quanto invisibile e addirittura inconsistente. E così, lentamente, con movimenti meccanici e scanditi dal ritmico infrangersi al suolo delle gocce di sudore formatesi sulla sua fronte e da essa discese lungo l’importante naso, giù fino alla punta e poi nel vuoto, fece ritorno al posto che aveva inizialmente occupato e si accartocciò nuovamente su se stesso, regredì quanto più gli riuscì: non gli era infatti possibile, come avrebbe voluto, fare ritorno all’accogliente grembo di una madre della cui esistenza non era affatto certo, e doveva perciò accontentarsi della carezza disinteressata e casuale dei raggi che, come una compassionevole mano estranea, gradita per il suo calore ma percepita come elemento intrusivo in quanto sconosciuto, si protendevano a consolarlo da un anonimo lampione in ferro battuto.

La crisi di panico si protrasse per un tempo indefinito ed indefinibile. Il tempo stesso, d’altro canto, non possedeva un significato proprio in un contesto dove l’animo umano era misura di tutte le cose, nonché unica entità cui tale nozione potesse, per una qualche celata affinità tra due concetti egualmente astratti e complessi, risultare comprensibile.

L’uomo, sfortunatamente, non sarebbe però stato in grado di cogliere quella sottile concordanza né la più palese delle ovvietà, non in quello stato alterato, e solo gradualmente ed a fatica riemerse dall’apnea in cui un’atavica paura del buio lo aveva precipitato. Le pupille innaturalmente dilatate, infine, non poterono più sopportare la pur modesta sollecitazione luminosa, e costrinsero le palpebre ad una disperata serrata. Un immediato senso di frescura si diffuse allora in tutto il corpo, prossimo al collasso, i cui muscoli spasmodicamente contratti si distesero con sollievo. Intirizzito e madido di sudore, si concesse un momento per riprendere il controllo.

Aprì gli occhi. Avvenne tutto in una frazione di secondo: gli riuscì di cogliere di sfuggita la luce del lampione che si affievoliva ed in un soffio svaniva; lo colse un terrore cieco e nero mentre le tenebre, fino a quel momento trattenute, si riversavano impietosamente su quanto di bello ci fosse ancora nel mondo; guardò in alto, e per la prima volta, l’ultima volta, una di troppo, fissò lo sguardo nel cielo; subentrò una calma spenta, la calma della vita che è già fuggita senza far rumore. E lui, per ore, gridò nel buio.

In alto, ovviamente, era giorno.

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