Riflessioni interdiscorsive sotto l’ombrellone, tra Catullo e Carl Brave

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A che serve studiare oggi letteratura, storia, filosofia e in generale le discipline umanistiche, custodi di un sapere forse troppo poco concreto per le richieste professionali della società attuale? Alcuni dei massimi studiosi del secolo scorso, come Marc Bloch, hanno ricordato che l’uomo è per definizione sapiens: solo nella “virtute e canoscenza” parrebbe realizzarsi la vera vocazione della nostra specie e non da un mero bilancio di costi e benefici. In particolare, gli studi letterari hanno per me un fascino speciale perché sono frammenti di un discorso secolare fra interlocutori di diversi contesti socioculturali e testardamente volto a dimostrare che, al di là di tutte le sovrastrutture, è possibile rintracciare un sostrato comune a tutti gli uomini attraverso i millenni.

Questo discorso non coinvolge esclusivamente le opere del canone letterario più comune, ma riguarda molteplici testi, nell’accezione più ampia fornita dalla linguistica, cioè enunciati complessi dotato di senso compiuto. Le canzoni rientrano facilmente in questa categoria, essendo un’ideale prosecuzione di una tradizione lirica popolare, spesso di argomento amoroso. Già solo concentrandosi sulle hit che ritmano le nostre estati, molteplici sono le possibili somiglianze che si possono incontrare fra queste produzioni culturali e i titoli più noti della nostra tradizione letteraria. La stessa stagione estiva 2021 vanta diversi esempi, che magari abbiamo canticchiato distrattamente al bar o in macchina lungo l’autostrada.

MAKUMBA, duetto di Carl Brave e Noemi, ha mantenuto in questi mesi un posto considerevole nelle classifiche dei siti e web-player più noti. Ma a cosa si deve questo successo? Sebbene indubbiamente legato alle dinamiche di “stardom”, vista la popolarità dei due cantanti protagonisti, credo che questo traguardo sia legato alla capacità di giocare con topoi del nostro orizzonte culturale ormai millenari. Già solo dal ritornello, la canzone parrebbe rimandare a termini chiave altamente evocativi, quali la passione erotica inscritta in un tempo esistenziale, scandito da albe e tramonti, e difesa gelosamente da magici rituali:

E mentre il sole sale, sale, sale, sale su
E a chi ci vuole male, male, male, una macumba
Che mi frega a me, mi basta che rimani tu

Makumba, Noemi e Carl Brave, 2021

Sono elementi che si possono rivedere in toto nel celeberrimo carme V di Catullo (per intenderci, quello di “Dammi mille baci e altri cento” etc.). L’amore cantato dal poeta latino trova un doppio ostacolo: la finitezza della vita umana e lo stigma sociale. Il primo elemento è reso dal contrasto tra l’infinità del ciclo dei giorni (definiti soles per metonimia) che tramontano (possunt occidere) per poi ritornare (redire), e la pochezza della vita umana, riassunta in quella “una sola notte”. Il secondo, invece, compare già al secondo verso, in cui vengono presentati i pettegolezzi dei vecchi brontoloni, richiamati alla fine della lirica con l’espressione “malus invidere”: gettare il malocchio. In maniera simile, il sole per Carl Brave e Noemi “sale su” e la loro passione è ugualmente minacciata da “chi ci vuole male”. Nonostante i duemila anni di distanza, le risposte a questo problema sono simili e si trovano direttamente nella passione amorosa, che viene proposta come valore assoluto e “intrattabile”, per usare le parole scelte da Roland Barthes in Frammenti di un discorso amoroso. In virtù di questa nuova scala di valori è possibile ignorare gli ostacoli della società e della stessa finitezza umana. Entrambi i testi infatti s’imperniano attorno ad espressioni simili: l’invito a “non stimare un soldo” in endecasillabo falecio e la semplicità di “che mi frega a me” a ritmo pop, accentuata dalla contro-minaccia della makumba, un arcano rito malefico contro i propri detrattori. La presenza dell’amat* è una ragione più che sufficiente per far fronte a questi ostacoli.

È quindi lecito parlare di filiazione catulliana per la hit estiva? Credo che, più che di rapporto diretto (in termini tecnici, intertestuale), si possa parlare di rapporto interdiscorsivo, così come definito dalla critica letteraria (Cesare Segre fra tutti). Lo studioso, infatti, ha dimostrato che i testi letterari sono scomposti in “materiali antropologici”, posti allo stesso livello del materiale folclorico e che diventano veri e propri “paradigmi conoscitivi”, simili a quelli ricavati durante la nostra esperienza di vita. Catullo, più di altri, è una vera e propria enciclopedia di questi “materiali”: frammenti culturali che, in un continuo lavoro di reimpiego, sono giunti fino a noi con immutata forza e che si possono comprendere grazie allo studio della letteratura e al confronto diretto con questi testi. E forse anche e soprattutto per questo le “belle lettere” sono vitali per l’homo sapiens: tentare di conoscere i giganti su cui siamo seduti, anche quando distrattamente canticchiamo la nuova hit dell’estate che passa alla radio, in coda sull’autostrada.

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