I monasteri perduti del centro di Venezia

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La laguna veneziana sembra un luogo appositamente creato per la vita monastica: larghe distese pianeggianti isolate dall’acqua che offrono solitudine, silenzio, sicurezza e un’agricoltura di sussistenza fondamentale in tali condizioni. 

Il monaco è colui che sceglie di vivere mònos, da solo, per poter praticare l’ascesi spirituale, l’esercizio di avvicinamento a Dio, attraverso la rinuncia a qualsiasi bene materiale. Fu questa la decisione che presero i primi padri del deserto, uomini che abbandonarono casa, famiglia e ricchezze per ritirarsi nel deserto egiziano e vivere secondo i precetti di Antonio, Cipriano e Atanasio. Inizialmente dediti all’eremitismo, i padri del deserto si riunirono poi in gruppi di varie dimensioni, che iniziarono a sorgere in diverse parti del Mediterraneo. Anche il giovane figlio del console di Norcia, tale Benedetto, espresse il desiderio di condurre una vita di preghiere e rinunce sulle montagne attorno alla sua città, dove ben presto lo raggiunsero altri uomini: insieme a loro, Benedetto da Norcia fondò i primi monasteri e per loro scrisse la sua famosa Regola, caposaldo letterario e normativo del Medioevo europeo. Trae dunque le sue origini dal vicino Oriente il monachesimo benedettino, cenobitico e di matrice romana, che avrebbe poi plasmato la vita religiosa dei secoli successivi fino ai giorni nostri. 

Ma torniamo alla laguna di Venezia, uno dei luoghi ideali dove ritrovare il deserto dei primi monaci in una regione dove i monti solitari da loro prediletti scarseggiavano. Durante il IX secolo, dopo che il regno di Carlo Magno aveva iniziato a valorizzare la regola di Benedetto, sorsero le prime fondazioni monastiche lagunari: San Servolo (819), Sant’Ilario e Benedetto (820 ca.), San Lorenzo (853), SS. Cornelio e Cipriano (883). 

Si tratta di cenobi sorti in luoghi periferici della Venezia di allora, come Malamocco, Ammiana (isola non più esistente), Chioggia e Dogaletto; località, come già si è detto, ideali per una vita solitaria ma anche per meglio sfruttare le terre incolte e lontane della barena. Questo processo caratterizzò in particolare il Duecento, quando i religiosi si dedicarono alle prime grandi bonifiche lagunari dei territori di loro possesso, per trarre così profitto dalla sempre più elevata richiesta di cibo che veniva da Venezia. A partire però dal XIII secolo, fino al XV, i religiosi dovettero abbandonare queste aree. L’innalzamento delle acque costrinse infatti monaci, abati e priori a chiedere alla Serenissima nuove sedi in città o in altre isole più sicure: il monastero di Sant’Antonio a Torcello venne inglobato a un altro a Murano, mentre l’altro cenobio dell’isola, San Tommaso dei Borgognoni, scomparì, e i suoi monaci dovettero successivamente unirsi ai loro confratelli della Madonna dell’Orto; a Murano si trasferirono anche i religiosi del monastero dei santi Cornelio e Cipriano, prima sito a Malamocco, mentre l’abbazia di Sant’Ilario, a Dogaletto, venne spostata a San Gregorio a Dorsoduro, dopo che i Padovani, per interrare la laguna della nemica Venezia, avevano deviato il Brenta, allagando la zona. 

Anche il centro cittadino – la zona attorno a San Marco – fu toccato da questo esodo di religiosi, come testimoniano i pochi resti lasciati in questi luoghi dalle fondazioni monastiche. Lasciandoci alle spalle la piazzetta dei Leoncini, percorriamo la calle che costeggia il lato nord del palazzo patriarcale fino al canale, per poi attraversare il ponte a destra; fermarsi in questo luogo alle volte è quasi impossibile, visto il grande afflusso di turisti, ma se, dopo il ponte, si volta lo sguardo a destra, si può vedere la scritta “Museo Diocesano di Arte Sacra”. Stando alle ultime notizie reperibili, il complesso museale che custodiva le statue e i dipinti di proprietà del Patriarcato veneziano non ha più sede qui, ma, ancora oggi, dietro a questo portone, si trova l’unico chiostro romanico rimanente a Venezia: è il chiostro dell’antica abbazia di Santa Apollonia, fondata nel XII secolo,  di cui rimane solo questo portico rettangolare sorretto da coppie di colonnette romaniche e decorato da un’antica vera da pozzo, oltre che dalla raccolta di bassorilievi dell’antica basilica. 

Seguendo la calle dopo il ponte appena attraversato, si entra poi nella rughetta di Santa Apollonia, da seguire fino al vicino campo Santi Filippo e Giacomo: il nome viene dall’omonimo monastero, inizialmente costruito a partire dal 1185 ad Ammiana e dipendente da quello di San Lorenzo eretto sulla stessa isola. Nel 1387, a causa dell’innalzamento delle acque, i monaci dei santi Filippo e Giacomo dovettere cercare riparo a Venezia, dove trovarono posto proprio in questa zona: qui, inoltre, accolsero poi anche i monaci dell’antichissimo cenobio dei Santi Felice e Fortunato, fuggiti dall’isola di Salina per lo stesso motivo. Se dal campo si gira a sinistra verso calle degli Albanesi, dopo poco si vedrà sulla sinistra il cartello “Corte di Santa Scolastica”, la quale, nemmeno a dirlo, ricorda la presenza di una chiesa e di un monastero dedicati alla beata sorella di San Benedetto, entrambi devastati dall’incendio del 1105 e distrutti nel corso del XIX secolo. 

È però un altro il monastero protagonista, per fama e ricchezza, della zona di San Marco: San Zaccaria. Il cenobio venne fondato negli anni ’20 del IX secolo su iniziativa del doge, forse Giustiniano Partecipazio, ma vide la sua vera fioritura tra il X e l’IX secolo, quando assunse chiaramente la funzione di monastero dogale: le benedettine che vi abitavano erano per lo più rappresentanti delle più illustri famiglie veneziane, così come la loro badessa, la cui elezione era spesso manipolata dal doge a vantaggio della propria casata. Non si pensi però a queste donne come semplici marionette nelle mani delle famiglie e del serenissimo principe, dal momento che godevano di un potere economico e politico non indifferente. Riguardo il primo punto ricordiamo che l’area del monastero era molto vasta per una città come Venezia: se, dalla corte di santa Scolastica dove ci siamo fermati, continuiamo lungo calle degli Albanesi e poi dalla riva degli Schiavoni prendiamo il sotoportego di San Zaccaria, entriamo in un campo chiaramente delimitato dalla chiesa, dalle costruzioni monastiche alla sua destra e, a sinistra, da una serie di negozi inseriti in un lungo edificio ad arcate; ebbene, quest’ultimo era il chiostro originario del convento, che dava sull’orto e sul cimitero delle monache. Non è facile trovare in città un altro caso così lampante della fusione architettonica tra le precedenti strutture monasteriali e ciò che venne costruito successivamente. Va anche detto che le monache avevano in dotazione moltissimi terreni sulla terraferma, che compravano, vendevano e cedevano come qualsiasi possidente terriero dell’epoca. Ed è sempre un terreno che ci introduce al potere simbolico del monastero: dicono le cronache che il monastero possedesse un terreno nei pressi del palazzo ducale necessario al doge, il cosiddetto “brolo”, a cui le monache cedettero al doge permettendo così la costruzione della sua cappella privata, che noi conosciamo come Basilica di San Marco. Vuole la tradizione che da qui prese il via il rituale annuale di ringraziamento da parte del capo della città, che a ogni Pasqua si recava alla chiesa di San Zaccaria per rendere omaggio alle donne velate. 

Come si capisce, non siamo di fronte a un’abbazia qualsiasi, ma a un centro spirituale cittadino che interagiva in un modo speciale con le massime autorità: già si è detto che qui trovavano casa le figlie minori delle più illustri famiglie, poiché certo era un luogo centralissimo e quindi sicuro in cui porle, ma anche perché era un convento importante, ricco, e dove c’erano perfino “possibilità di carriera” piuttosto elevate. Questo le monache lo sentivano, e vollero renderlo visibile: tra ‘400 e ‘500 decisero di rinnovare l’antica chiesa medievale (di cui rimane la splendida cripta, tuttora visitabile), e progettarono una nuova, imponente struttura, dotata di un’alta abside gotica con cappelle radiali, tipica delle grandi chiese mete di pellegrinaggio. Le monache sapevano di essere le custodi di un luogo antico, rispettato e ricco, e dovevano dimostrarlo: anche la facciata, stupendo esempio del primo Rinascimento veneziano ad opera del Codussi, sembra indicare la maestosità, il rispetto, la ricchezza associate al monastero. 

È forse più facile capire osservando il tutto dall’alto, usando Google Maps: si può vedere chiaramente l’isola, delimitata da un canale ad arco formato dal rio di San Provolo e dal rio del Vin, che l’intero complesso anticamente occupava e che aveva delimitato con due portoni di grandi dimensioni posti l’uno in corrispondenza del sotoportego di San Zaccaria, l’altro (decorato con una splendida lunetta gotica) all’imbocco della calle che riporta a piazza San Marco. Questo ci fa capire che, anche al centro di una città viva e rumorosa quale era Venezia, le monache avevano trovato il loro deserto, si erano chiuse nella preghiera e nel silenzio, ma senza abbandonare mai lo sguardo su ciò che c’era fuori dal muro, sulle possibilità di un mondo in cambiamento e sulle occasioni da cogliere. 

La città di Venezia, lo si è già detto molte volte, è un luogo pieno di sorprese e di luoghi nascosti: questa zona è una delle più sorprendenti da questo punto di vista, testimone silenziosa delle vicende dei monasteri lagunari. Forse risulterà difficile immaginarsi come dovesse essere la zona in oggetto in quei secoli, con i chiostri, i campanili e i canti gregoriani che provenivano dalle chiese, ma è bene ricordare queste storie, perché anche per la Venezia di oggi l’innalzamento delle acque e il modo in cui affrontarlo sono un problema molto attuale. 

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