Recensione: “Persone normali”

Nota: la recensione è basata sull’originale inglese.

Persone normali (Normal People, Sally Rooney, 2018; prima ed. italiana 2020; serie tv BBC Three e Hulu) potrebbe sembrarvi la solita solfa. La ragazza intelligente, bruttina e disadattata a scuola comincia a uscire in segreto con uno del gruppo giusto, belloccio, taciturno e con il solito conflitto interiore da “sono-popolare-ma-il-mio-terribile-segreto-è-che-sono-sensibile-e-intelligente-(senza-contare-che-amo-pure-leggere-ahimè)”. La storia, però, non si concentra tanto sulla loro esperienza amorosa delle superiori, quanto sul loro arrivo all’università a Dublino e sul cambiamento profondo che questo comporterà. Lungi dagli orrori squallidi che vi siete sorbiti se siete stati adolescenti nei primi Duemila (e di cui lascio qui un fulgido esempio per traumatizzare i fortunati scampati), il romanzo si concentra sulla scoperta di essere fragili, anonimi, bisognosi di affetto e di un qualche tipo di sicurezza – in altre parole, sulla scoperta di essere “persone normali” – e su come affrontare questa novità.

Si tratta di un romanzo sulla fatica di essere e diventare se stessi, sulla gioventù che non è tanto spensierata come vorremmo, sulle grandi aspettative deluse e rabberciate, sullo sporco e il taciuto che ognuno di noi si porta dentro. I protagonisti e la loro sensibilità si troveranno presto schiacciati in una realtà con cui non sono in sintonia e dov’è la paura – di agire, di sentire, di prendere posizione, di comunicare sinceramente – a farla da padrone. Scopriamo presto che l’università, dove speravano di ritagliarsi uno spazio proprio, non è quello che si aspettavano. La bolla rispetto al mondo adulto ma anche lo spazio di simulazione dello stesso che è l’ambiente accademico si rivela presto per il ricettacolo di insicurezze che è, dove si deve ostentare disinteresse e ridicolizzare la serietà per nascondere le proprie debolezze: lo scambio di opinioni, i riferimenti ricercati, l’impegno politico, una vita sessuale variegata sono più simili all’affermazione di sé sugli altri che a occasioni di messa in discussione e formazione individuale. Il mondo che i protagonisti devono navigare, dentro e fuori dall’accademia, è una dimensione dove l’immagine di sé che si impone agli altri (e sugli altri) è più importante della fatica dell’autoconsapevolezza, tanto che il romanzo riassume diversi tipi di mascolinità fragile, che si estremizza in aggressività e violenza o in paralizzante insicurezza, di ossessioni con la corporeità e con il proprio aspetto, di timori di comunicare davvero per paura di rifiuto ed esclusione, di ingiustizie sociali, che amplificano ogni difficoltà.

La mancanza di strumenti per far fronte a questa insicurezza si manifesterà presto in varie forme (attacchi d’ansia, depressione, disturbi alimentari), ma il grande pregio del romanzo è il saper raccontare la fragilità con infinita delicatezza. Lo stile è piuttosto diretto, conciso e ben capace di modulare la fisicità del sentire: raggeliamo con i personaggi, i palmi ci sudano come sudano loro, le guance si scaldano con le loro. È uno stile che racconta tutto, ma senza scadere nel feticismo della sofferenza che sembra spopolare ultimamente. La Rooney sa come realizzare sulla pagina silenzi pieni di significato e l’onesta semplicità di certe riflessioni. La fisicità che accompagna questo sentire fa sì che, nel silenzio della comunicazione mancata, ogni suono sia amplificato e il più piccolo tocco sopraffaccia – una sensazione opprimente, non fosse che è mitigata da una paralizzante tenerezza. L’efficacia della scrittura della Rooney è tale che, alla fine del libro, sembra anche a noi di essere stati soffocati e confortati a un tempo nella scatola di sardine della copertina, che finalmente però inizia ad aprirsi al mondo.

La tenerezza dei protagonisti – quasi opprimente anche nei suoi frustranti sviluppi – pervade l’intero romanzo, anche in quei momenti dove i due non funzionano come vorremmo, dove fanno sbagli di cui poi si pentono, dove si scervellano individualmente senza pensare di chiedere il punto di vista dell’altra persona. Senza risparmiarci imbarazzi o il violento bisogno di prendere i due e sbattere le loro granitiche capocce l’una contro l’altra, il romanzo ci mostra come Marianne e Connell, con le loro imperfezioni e fragilità, imparino maldestramente a conoscere se stessi, chi sono e cosa vogliono, gestendo a poco a poco la paura e realizzando che quell’intimità quasi soffocante di un rapporto profondamente vero – e per questo a suo modo eccezionale – è una certezza che può offrire un conforto e un sollievo rari. I pasticci che i protagonisti dovranno superare per arrivarci sono di una normalità quasi banale, e il punto sembra essere proprio questo.

Persone normali è un romanzo sulla normalità vissuta dai giovani adulti di oggi, quelli che sono ancora “giovani” nel senso di “inesperti” e guardano con lieve imbarazzo alle nuove generazioni, che sembrano cresciute molto più in fretta, tenendo il mondo in mano, e con scetticismo alle vecchie, i cui inviti a non lamentarsi e la cui perplessità rispetto a tutta questa paura di stare al mondo rendono spesso inconcludenti i tentativi di trasmettere il proprio disagio. È la generazione che alle superiori era ancora imbranata, che a diciott’anni era ancora ragazzina nonostante il sesso e i giochi di potere e i gruppi giusti e i gruppi sbagliati. È la generazione cui si è aperto il mondo davanti, ma che non è necessariamente entusiasta all’idea che il futuro sia per forza a chilometri e chilometri di distanza da casa e che soffre per essere sempre a metà, sempre provinciale ma mai a sufficienza. È la generazione che all’estero prende nuove abitudini e cambia modo di vestire, ma che continua a tornare a casa per le vacanze e nei fine settimana; la generazione per cui il sesso è una questione molto concreta, imprescindibile e spesso determinante nei rapporti, ma che non ha davvero capito come diamine funzioni; è la generazione per cui le relazioni a distanza hanno iniziato a diventare la normalità, insieme al passaggio dal telefono fisso ai messaggi istantanei, allo scoprire che nessuno completa davvero le letture assegnate al corso, ai social, al bisogno della borsa di studio e di quel lavoro extra per potersi permettere un lavoro decente dopo la laurea, ai viaggi con gli amici durante l’estate, ai pettegolezzi che non sono più “solo” passaparola ma anche immagini e video che coinvolgono molte più persone molto più in fretta, alla liberazione paralizzante della vita adulta. Mi sembra che questo libro parli soprattutto a una generazione a metà, che si sente in dovere di fare del proprio meglio ma è segretamente terrorizzata perché il mondo le cambia continuamente intorno (dal T9 all’iPhone, dalle cassette VHS ai reel di Instagram, dagli esercizi di corsivo agli appunti al computer): le sembra sempre che le manchi la terra sotto i piedi e matura su uno sfondo incerto, mentre i più giovani e i più vecchi sembrano avere delle certezze ben più solide su cui contare.

Il messaggio del libro è, però, confortante: nonostante le difficoltà, a poco a poco i protagonisti riescono a ritagliarsi una propria identità e consapevolezza, pur imperfette come non possono non essere. Per quanto possa sembrare soffocante come la scatola di sardine in copertina, soprattutto in mondo proiettato sulla superficie del sé e su quella del globo, l’intesa profonda e sincera tra due esseri umani diventa un primo passo e un primo punto di arrivo nel raggiungimento della vera maturità.

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