Premio Strega 2021: Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone (Ponte alle Grazie)

Senza difese, torni

vita che splende.

Senza difese, splendi come vita. 

Vita

abbandonata.

Vita 

di tutti.

Vita che torna, 

a tutti.

Splendi come vita è un racconto a tutto tondo sulla maternità: biologica, surrogata, simbolica.
Biologica perché Maria Grazia è nata nel 1969 da una relazione clandestina avuta dalla madre Lucia Galante. Nella società iper-cattolica e democristiana dell’Italia del boom economico, una simile condotta non può fare altro che attirare il biasimo corale del paese in cui la donna vive. Schiacciata dall’ostracismo della sua comunità, Lucia si suicida gettandosi nel Tevere assieme al suo amante. Poco prima di morire, si premura di lasciare la piccola Maria Grazia sul prato di Villa Borghese: verrà trovata poco dopo e adottata dal dirigente del PCI Giacomo Calandrone. Tuttavia, Splendi come vita non è la storia di Lucia o Giacomo: è una struggente lettera d’amore per Consolazione, detta Ione, moglie di Calandrone e madre adottiva di Maria Grazia.

Madre adottiva, madre surrogata, madre del cuore: negli ultimi anni sono stati coniati numerosi termini che cercano di descrivere il ruolo di quelle donne che si trovano ad allevare un figlio non da loro partorito. Eppure, in pochi capitoli il romanzo di Calandrone spazza via ogni possibilità classificatoria, ogni categorizzazione in potenza, per dimostrare cosa significhi essere una madre in atto. Due sono le madri di Maria Grazia: Lucia e Ione che, in un eccesso d’«amore ansioso», fa precipitare la figlia di quattro anni nel «Disamore», sentimento feroce e terribile che arriva a sconvolgere le dinamiche tra madre e figlia. Spinta da uno scrupolo di correttezza, Ione confessa infatti alla figlia di non essere la sua madre biologica: la bimba risponde compunta che non le interessa, che la «Mamma vera» è lei. Nonostante ciò, la rivelazione ha il potere di una bomba sugli equilibri domestici. Ione scava un solco tra lei e la figlia, si sente una truffatrice, comincia a ritrarsi nel guscio di una malattia psichica che mostrerà fin da subito il suo potere corrosivo. Il 1976 è lo spartiacque che incrinerà definitivamente la lucidità mentale della madre di Maria Grazia: come la nube tossica sprigionatasi dall’ICMESA di Meda avvelena Seveso, Limbiate e Cesano Maderno, la psicosi si mangia Ione in modo sempre più evidente. Il riferimento al disastro di Seveso, peraltro evocato anche nelle liriche di Calandrone, si trova esattamente a metà del romanzo e diventa un’allegoria del baratro all’interno del quale sia Ione che Maria Grazia si trovano a sprofondare.

Splendi come vita è infatti una ferita da cui gronda dolore, è un flusso di coscienza a metà strada tra verso e prosa con il quale l’autrice cerca di riannodare i fili di un rapporto che rischia di perdersi tra le pieghe del tempo. Il dialogo con Consolazione, infatti, non si interrompe mai: Maria Grazia ripercorre assieme a lei gli episodi fondanti della sua infanzia, dell’adolescenza e dell’età adulta. Ancora di più, è proprio il rapporto con la madre, mai idilliaco, che fa zampillare nella donna la vocazione letteraria. Ione diventa quindi anche madre simbolica della parola poetica della figlia: è la stessa Maria Grazie a confessare questo debito fin dall’esergo del romanzo. «Ti accompagno a parole, perché a parole / sono nata da te». Due versi semplici, quasi un epigramma, che racchiudono in loro il senso di un intero romanzo. Un romanzo che è amore, sofferenza, rimpianto ma soprattutto voce. Già la filosofa Luisa Muraro ha affermato che è da nostra madre che abbiamo «imparato a parlare». La figura materna diventa quindi cruciale nella costruzione dell’identità poetica di Calandrone: polo attrattivo e repulsivo allo stesso tempo, la figlia-autrice instaura con la madre un rapporto dialettico che le permette di crescere e affermarsi in quanto soggetto a sé. Nel corso del romanzo, infatti, il lettore vedrà Maria Grazia passare da bimba abbandonata a Villa Borghese a figlia amata-odiata a studentessa ribelle a madre a sua volta. Splendi come vita è, in ultima analisi, un grande atto di fede nei confronti del potere della parola poetica, l’unica in grado di veicolare oltre le tenebre della morte una dichiarazione d’amore così struggente come quella di Maria Grazia per Ione.

Perché potrebbe vincere: Per il grande sperimentalismo che caratterizza un romanzo ibrido, a metà tra poesia e prosa, che ha il merito di svelare in poche righe (o versi?) la complessità delle passioni umane. Certamente in Splendi come vita i lettori non troveranno le descrizioni perfettamente orchestrate di Umberto Eco, la prosa di Lagioia o la narrazione accattivante di Starnone: sarà forse possibile intravedere un po’ del coraggio di Helena Janeczek e della sua Gerda Taro o la grande originalità di Vassalli e della sua Chimera. Maria Grazia Calandrone dimostra con il suo romanzo che la poesia è tutt’altro che morta. Al contrario, gode di ottima salute ed è pronta, a bisogno, a ibridarsi con il genere romanzesco. Tentativo già ampiamente avviato da molti illustri antesignani…

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