[ITA/ENG] Parole d’ombra – Words of Shadows

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La narrazione inaffidabile in I canneti di Jun’ichirō Tanizaki

tempo di lettura: 4 minuti

Considerato uno dei grandi della letteratura giapponese moderna, Jun’ichirō Tanizaki nasce nel 1886 a Tokyo. La sua carriera letteraria inizia nel 1910 con la pubblicazione di racconti brevi su alcune riviste, grazie ai quali Tanizaki si afferma rapidamente come scrittore anti-naturalista, mostrando un interesse per l’istinto umano, per le sue passioni nascoste. Centrali nei suoi racconti sono spesso femme fatale, bellissime e crudeli, a cui l’uomo perversamente si sottomette. Dagli anni ’30, Tanizaki inizia a sperimentare con un’estetica più classica, che si rifà al Giappone dell’antica corte imperiale, risultando talvolta critico verso un Giappone, il suo, che si è “modernizzato” imitando troppo l’Europa e abbandonando molta della propria tradizione.

Nel suo saggio Libro d’ombra del 1933, Tanizaki descrive, in modo quasi ‘architettonico’, la sua idea di estetica classica giapponese, che proprio sull’ombra si focalizza. Al bando quindi le luci elettriche degli europei, addio metallo: bentornato legno laccato, morbido, oscuro, sulla cui superficie lucida balla la fiamma di una candela o di un braciere, in una stanza silenziosa.

“Non fosse per l’ombra, non esisterebbe la bellezza”, dice Tanizaki, e confessa nelle ultime righe che quel Giappone, che ormai sembra scomparso, lui vorrebbe tenerlo vivo, almeno nella letteratura:

Nella casa chiamata ‘letteratura’ vorrei tetti aggettanti e muri oscuri, respingerei nell’ombra tutto ciò che risalta troppo chiaramente, la spoglierei delle inutili decorazioni. Non chiedo che questo sia fatto ovunque, ma che possa forse esserci concessa almeno una dimora dove si possano spegnere le luci elettriche, per vedere com’è il mondo senza di esse.

Di queste ‘ombre fra le parole’, Tanizaki fa uno dei suoi marchi di fabbrica. Lo si vede in racconti come Il ponte dei sogni (1959) o in romanzi come L’amore di uno sciocco (1924), in cui i protagonisti fingono di volersi confessare con il lettore, di volergli affidare i propri intimi segreti, per poi, in chiusura, insinuare il dubbio sulla veridicità del tutto, contraddicendosi, o mostrando quasi di non credere essi stessi alle proprie affermazioni.

La novella di cui voglio parlarvi oggi è, a mio parere, un piccolo capolavoro in tal senso, nel quale poter osservare questo ‘gioco di ombre’ tra autore e lettore.

In I canneti (1932), Tanizaki racconta la storia di un uomo (da qui in poi Watashi, in giapponese ‘io’) che, dopo un viaggio, trascorrendo la sera sull’argine di un fiume a bere sakè, incontra una persona del posto. Nell’originale giapponese, i due sono identificati solo grazie alla lingua che parlano: uno, il dialetto di Tokyo, l’altro, quello del Kansai (la zona di Kyoto e Osaka). Quasi senza presentarsi, l’uomo del Kansai (da qui in poi Watakushi, in dialetto del Kansai ‘io’) inizia quindi a raccontare una storia, per passare il tempo.

Racconta di quando suo padre lo portava da bambino sulla riva del lago a guardare la luna, come sta facendo in quel momento. Ogni anno, in quell’occasione, lui e il padre vedevano, oltre la finestra di una villa sul lago, una bellissima donna che suonava il koto, uno strumento simile all’arpa. Una sera di queste, il padre decise quindi di spiegargli il motivo delle ricorrenti visite, e il mistero dietro a questa suonatrice. Si apre così il racconto nel racconto nel racconto: il padre di Watakushi racconta a questi, che racconta a Watashi, che racconta a noi del suo viaggio e di questo strano incontro.

Apprendiamo così che la misteriosa suonatrice si chiama Oyū, e che il padre, invaghitosi di lei da giovane ma non potendo sposarla poiché vedova con un figlio, per poterle stare vicino sposò la sorella, Oshizu. Questa, venuta a sapere che i sentimenti del marito erano ricambiati dalla sorella, si offre di essere moglie solo de iure, così da permettere un’unione de facto tra il padre e Oyu. Tra pettegolezzi della gente del posto, scontri tra le rispettive famiglie e il successivo sviluppo in un triangolo amoroso, la storia si complica sempre più.

Vuoi per i continui incastri nella narrazione, vuoi per l’abbondante sakè che accompagna il tutto, compaiono sempre più indizi che fanno dubitare di ciò che stiamo leggendo. Anche Watashi stesso ne dubita: è infatti ben strano, osserva, che un bambino di dieci anni abbia potuto capire e ricordare con precisione un tale racconto del padre. La risposta di Watakushi non soddisfa del tutto, limitandosi a spiegare che si ricordò tutto a memoria fino a quando non poté capire meglio la storia.

La storia del padre di Watakushi continua con particolari decisamente tanizakiani, oscillando tra l’erotico e il tragico, e credo che anch’io vi lascerò con un po’ di suspense su questo finale.

È però memorabile il finale dell’intera novella: terminato il racconto di Watakushi, egli osserva che, anche quella sera, in quella villa sul lago, la signorina Oyū potrebbe essere vista suonare il koto, come sempre. Watashi è stupito:

‘Che strano,’ pensai, ‘la signorina Oyū dovrebbe avere ormai quasi ottant’anni, non è così?’ Chiesi, ma si sentì solo il fruscio dell’erba nel vento. Non riuscivo a vedere i canneti che coprivano la riva, e l’uomo era svanito, come dissolto nella luce della luna.

Tanizaki ci lascia così, con più domande che risposte. La più grande, forse la più straniante: Watakushi è mai esistito o è stata solo un’allucinazione? Dal momento che l’intera novella non si era mai data la pretesa di essere una storia vera, perché dovrebbe inquietarci non avere una certezza alla fine? È in questa ambiguità, in questo chiaroscuro che sta tutta la grandezza di Tanizaki: è l’eleganza con cui gioca con la nostra mente per restituirci l’importanza dell’ombra e per metterci in guardia contro la seducente semplicità di cercare confini netti tra luce e buio, tra noto e ignoto, tra verità e menzogna.

Ciò che non è menzogna non mi interessa.

Jun’ichirō Tanizaki

English version

Unreliable narration in Jun’ichirō Tanizaki’s The Reed Cutter

Reading time: 4 minutes

One of the greatest novelists in modern Japanese literature, Jun’ichirō Tanizaki was born in Tokyo in 1886. His literary career begins in 1910, when he publishes some short novellas on student magazines that earn him a quick rise to fame as an anti-naturalist writer, who expresses an interest for human instinct and for its hidden passions. Among the main roles in Tanizaki’s novellas we can find the femme fatale, as beautiful as she is cruel, and to whom men pervertedly submit. Starting from the 1930s, Tanizaki begins to experiment with more classical aesthetics, inspired by the ancient Japanese imperial court, often to express criticism towards his contemporary Japan, which has “modernized” in a more European fashion and has abandoned many of its traditions.

In his 1933 essay “In Praise of Shadows, Tanizaki describes, in an almost architectural way, his view of classical Japanese aesthetics, focused, indeed, on shadows. So forget about Europe’s electric lights, get rid of metal: welcome lacquered wood, on whose sombre, soft, polished surface candlelight gracefully dances, in a dark room.

“Were it not for shadows, there would be no beauty”, says Tanizaki, confessing in the last lines that he would like to keep that now-gone Japan alive, at least in literature:

In the mansion called literature I would have the eaves deep and the walls dark, I would push back into the shadows the things that come forward too clearly, I would strip away the useless decoration. I do not ask that this be done everywhere, but perhaps we may be allowed at least one mansion where we can turn off the electric lights and see what it is like without them.

Tanizaki makes one of his trademarks of the ‘shadows between words‘. We can see it in novellas such as The Bridge of Dreams (1959) or in novels such as A Fool’s Love (1924), in which the main characters pretend wanting to confess to the reader, to entrust them with their most intimate secrets, and then, at the end, insinuating the doubt on the whole story’s truthfulness, contradict themselves, or show that they themselves sometimes do not believe their own tale.

The novella I want to talk to you about today is, in my opinion, a little masterpiece in this sense, one in which we can observe this ‘game of shadows’ between the author and the reader.

In The Reed Cutter (1932), Tanizaki tells the tale of a man (hereinafter Watashi, ‘I’ in Japanese) who, after a trip to the Kansai region (the area of Kyoto and Osaka), meets a local man while spending the evening on a river’s bank drinking sake. In the original Japanese text, the two men are identified only by the language they are speaking: one,Tokyo’s dialect, the other, the Kansai’s one. The man from Kansai (hereinafter Watakushi, ‘I’ in Kansai’s dialect) begins to tell his story, to pass the time.

He tells of when his father used to go with him to the lakeside to gaze at the moon, like he is doing (at this moment) now. Every year on that occasion, he and his father, looking through the window of a mansion on the lake, saw a beautiful woman playing the koto, an instrument similar to a harp. One of those nights, his father decides to explain the reason behind these visits, and the mystery of the koto player. Thus begins the tale in the tale in the tale: Watakushi‘s father tells him, who is telling Watashi, who is telling us about his trip and this bizarre situation.

We then learn that the mysterious koto player is called Oyū, and that Watakushi‘s father, who had fallen in love with her in his youth but could not marry her due to the customs of the time (as she was a widow with a child), married her sister, Oshizu, to be able to stay close to her anyway. Oshizu, then, having come to know that her husband’s feelings were reciprocated by her sister, tells him and offers to be his wife only de jure, to allow them to be together de facto. Between the gossip of the locals, the clashes between the two families and the subsequent development into a love triangle, the story becomes more and more convoluted.

Be it because of the embedded narrative, or because of the amount of sake drank by Watashi, more and more clues appear that make us doubt what we are reading. Watashi himself is in doubt: it is indeed strange, he notices, that a ten-year-old boy could have understood and remembered accurately a tale such as his father’s. Watakushi‘s answer is not entirely satisfactory, only explaining that he had remembered it all by heart until he had been old enough to understand it completely.

Watakushi‘s father’s tale goes on in a clear ‘tanizakian’ fashion, swinging between the erotic and the tragic, and I think I will leave you hanging on this tale’s ending.

The whole novella’s ending, however, is iconic: having concluded his tale, Watakushi observes that this night too, in that lakeside villa, Lady Oyū might be seen playing the koto as she has always done. Watashi is amazed:

That’s odd, I thought. But Miss Oyū would be nearly eighty years old by now, wouldn’t she? I asked, but there was only the rustle of the wind blowing across the grasses. I could not see the reeds that covered the shore, and the man had vanished as though he had melted into the light of the moon.

Tanizaki leaves us with more questions than answers. The greatest, perhaps the most alienating one: was Watakushi ever real, or was he just an hallucination? Since the whole novella never claimed to be a true story, why should we be frustrated at not knowing the truth in the end? It is in this vagueness, in this penumbra that Tanizaki’s greatness lies: it is the elegance with which he plays with our minds to restore shadows to their place and to warn us against the tempting simplicity of seeking clear boundaries between light and darkness, between known and unknown, between truth and lie.

What is not a lie does not interest me.

Jun’ichirō Tanizaki

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