Gli Oscar di Linea20: Minari

Tempo di lettura: 4 minuti

Minari, quinto film diretto da Lee Isaac Chung, è uscito lunedì in Italia, in concomitanza con la riapertura dei cinema. La pellicola, che ha il sapore dei film indipendenti che raccolgono l’eredità del cinema non statunitense e vogliono raccontare l’esistenza umana per com’è nel quotidiano, si presenta come una saga famigliare mite, in cui le vicende dei Ly sono veramente l’unica cosa che viene raccontata.

Trama 3/5

Voto3

Arkansas, anni ’80: Jacob è un immigrato coreano che si trasferisce dalla California alle pianure dell’Ozark inseguendo il sogno di coltivare prodotti della terra natia. Insieme a lui si muovono la moglie Monica e i figli Anne e David. Quando non lavorano alla fattoria appena acquisita, Monica e Jacob lavorano come sessatori di pulcini, mentre i figli sono affidati alla nonna, trasferitasi dalla Corea proprio per fare da baby-sitter.  Intorno alle vicende della famiglia, e di pochi personaggi che le si affiancano, ruota l’intera pellicola. L’immigrazione e il sogno americano non diventano i temi centrali, ma piuttosto rimangono come parte integrante delle vicende quotidiane dei personaggi. Non c’è epicità o sensazionalismo, ma un’attenzione alla fragilità e alla precarietà dell’esistenza che si affiancano alla vitalità spontanea e particolare di ciascuno dei protagonisti.

Ciò che il regista Lee Isaac Chung riesce a fare è prendere le proprie vicende autobiografiche di immigrato di seconda generazione e metterle in una pellicola che le universalizza con un ottimismo delicato. Questo ottimismo annulla le possibilità di critica sociale, che sono lasciate allo spettatore: anche le situazioni su cui si sarebbe potuto insistere in questa direzione sono stemperate dai toni placidi del film e scivolano senza conflitto nel racconto del quotidiano. Da una parte, questo tipo di approccio permette al film di raccontare i Ly con voce intima e mite. Dall’altro, tuttavia, allontana la narrativa dalla realtà dei fatti, e ciò che rimane alla fine del film è la percezione di aver vissuto una fiaba, piuttosto che le vicende umane di una famiglia.

Alan Kim (David) e Yoon Yeo-jeong (Soon-ja, la nonna) mentre piantano il minari, in una scena del film

Regia 3/5

Voto3

Lee Isac Chung sceglie una regia lineare, definita dalla critica più vicina alla tradizione cinematografica coreana che a quella statunitense. La prima metà del film scorre lenta ma piacevole, fa sì che lo spettatore conosca i personaggi e ci si affezioni attraverso il racconto del loro quotidiano: la poesia delle piccole cose funziona bene, e riesce a non annoiare. La seconda parte del film fatica di più: da una parte, il regista cerca un climax per gli eventi accumulatisi nella prima parte, e fa in modo che a ciascuno dei Ly accada qualcosa che rivoluzioni in maniera definitiva il proprio mondo personale e, di conseguenza, quello della famiglia. Dall’altra, però, l’ottimismo menzionato sopra vela questa costellazione di piccoli drammi, e vi toglie emotività, perché esiste già nello spettatore la consapevolezza che, alla fine, il mito della famiglia trionferà.

Gli elementi che le scelte registiche fanno emergere in maniera importante, seppur delicata, sono due: la relazione complessa fra identità diverse, e la sfida quotidiana della costruzione di un rapporto. Jacob e la sua famiglia sono immigrati coreani, ma il film inizia a seguirli quando sono già negli Stati Uniti da anni. David, il piccolo di famiglia, addirittura non è mai stato in Corea. Il confine fra l’identità americana e identità coreana si fa labile, e Minari riesce a raccontare la complessità di questo rapporto attraverso alcune battute e alcuni dettagli ben inseriti. In primis, la lingua: se Jacob e Monica parlano, in famiglia, esclusivamente in coreano, i bambini inseriscono espressioni e parole in inglese. Oppure, quando la nonna arriva in casa Ly, David ribadisce che non vuole dormire con lei perché puzza di Corea. Pronta, la sorella gli risponde che lui nemmeno ci è mai stato, in Corea. E proprio qui, nel legame tra David e la nonna, sta il secondo filone narrativo del film che funziona: l’incontro iniziale tra i due è quasi scontro, poi, pian piano, i due superano le incomprensioni dovute alla differenza generazionale e culturale e capiscono come entrare in relazione l’uno con l’altra. La nonna non sarà mai, per David “una vera nonna, che fa i biscotti”, ma diventerà una figura di riferimento capace di raccontare qualcosa al piccolo della famiglia. Sarà proprio con David che la nonna pianterà il minari, pianta che dà il titolo al film. La pianta, che cresce in maniera quasi spontanea vicino ai flussi d’acqua, diventa l’immagine della resistenza e della capacità di adattamento della famiglia. Questo simbolismo, spiegato per altro in maniera abbastanza esplicita, rinforza l’atmosfera fiabesca del racconto, e diventa immagine dell’eterna promessa di un futuro migliore. Coerente con il tono generale del film, dunque, ma a tratti un po’ stucchevole.

Noel Kate Cho (Anne) e Alan Kim (David) in una scena del film

Cast 4/5

4

È Alan S. Kim, interprete del giovane David, la vera rivelazione del cast secondo la critica. Effettivamente, è facile affezionarsi al viso piccolo ed espressivo dell’attore, e al mondo visto dai suoi occhi. Insieme a lui si muove sullo schermo Youn Yuh-jung, nonna Soon-ja, che veste bene i panni della figura di riferimento non convenzionale e riesce a dare un tocco personale che le dona originalità. La sua performance diventa magistrale verso la fine del film, quando uno dei colpi di scena che muovono verso il climax cambia Soon-ja inesorabilmente. Le scene con Youn Yuh-jung, a questo punto, guadagnano una forza espressiva unica nel corso del film. Menzione speciale anche a Will Patton, che interpreta un veterano della guerra di Corea, fervente religioso e da tutti considerato pazzo, che aiuta la famiglia Ly con il lavoro in fattoria. Will Patton costruisce un personaggio spiazzante che, pur rimanendo ai margini della narrazione, risulta indimenticabile allo spettatore.

In conclusione, quello che Minari fa è raccogliere l’esperienza autobiografica del regista, e raccontarla con toni miti e fiabeschi: il risultato è un film capace, da una parte, di narrare, dall’altra di emozionare attraverso il racconto del quotidiano. La percezione, tuttavia, alla fine, è che manchi qualcosa: uno slancio verso qualcosa di più, che veramente permetta allo spettatore di raccogliere l’esperienza del film e di trasformarla in una riflessione autonoma e rilevante.

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