In domo Foscari – Il governo

tempo di lettura: 3 minuti

23 ottobre 1457, Palazzo Ducale

L’atmosfera nella sala è pesante: un silenzio quasi tombale accompagna Francesco Foscari, che scende la stessa scala che trentaquattro anni fa aveva salito dopo la sua elezione a doge. Al suo fianco solo i famigliari, tra i quali il fratello Marco, al quale si regge nel camminare. Su di lui non poggiano più i simboli del potere dogale: il corno, il copricapo ufficiale del doge, gli è stato tolto, l’anello spezzato. Il grande Francesco Foscari, che per tre decenni aveva guidato la Serenissima, ha abdicato. Morirà tra una settimana, all’alba del 1° novembre 1457.

Come vedete, è passato moltissimo tempo dall’ultimo giorno in cui ci siamo visti, dal giorno della sua elezione. Cos’è successo nel frattempo? Sono stati anni complicati per la Repubblica di Venezia: anni di tragedie e di gloria; di pace e, soprattutto, di guerre. Guerre contro due principali nemici, il Ducato di Milano e l’Impero Ottomano. Contro di essi Venezia combatterà a lungo, da un lato per estendere i propri domini in terraferma, dall’altro per difendere i propri interessi marittimi. Alla fine, sembra che quel che aveva detto Tommaso Mocenigo nel 1423 fosse giusto: “Se voi, Dio non voglia, lo farete doge, vi troverete presto in guerra”. O no?

Facciamo un bel po’ di passi indietro e cerchiamo di ricostruire questi lunghi anni di governo del nostro Foscari. Il suo dogado, va detto, non partì proprio nel migliore dei modi. Nell’ordine: Venezia ricevette la dedizione (cioè la sottomissione) di Salonicco, città costiera macedone, che era però sotto assedio da parte dei Turchi e lo sarebbe rimasta per otto anni; poi subì le conseguenze di un’anomala siccità; infine vide la ricomparsa della peste, che tra le migliaia di vittime scelse di portarsi via anche quattro figli del doge. In una situazione così, Francesco Foscari non era molto intenzionato a dare anche inizio a delle guerre. Un altro importante governante, però, non condivideva la stessa idea: Filippo Maria Visconti, infatti, dopo essere finalmente riuscito a diventare duca di Milano, diede inizio ad una campagna di riconquista delle terre paterne, diretta sia contro Firenze, sia contro Venezia, le quali avevano approfittato della morte di Giangaleazzo Visconti per estendersi nelle proprie vicinanze.

Le due repubbliche, quindi, strinsero un’alleanza, volta a difendere la “libertas Italiae” contro le aggressioni milanesi. Fu un conflitto destinato a durare trent’anni, in tre diverse fasi, e che avrebbe portato, sì, Venezia a prendersi la Lombardia orientale e a minacciare Milano più volte, ma pagando un alto prezzo: non avere le energie per dedicarsi all’altro fronte, quello turco. Qui, mentre i vari principati balcanici subivano l’avanzata degli Ottomani (che ormai si erano portati da tempo sull’altro lato del Bosforo), il millenario Impero Romano d’Oriente mandava continue richieste d’aiuto all’Occidente latino, sperando che la minaccia della caduta di Costantinopoli bastasse per convincerli ad organizzare degli aiuti. 

Sfortunatamente, però, l’Occidente aveva altro a cui pensare: Francia e Inghilterra stavano combattendo la Guerra dei Cent’anni, i regni spagnoli e il Sacro Romano Impero erano impegnati nelle proprie crociate (la Reconquista e la Crociata Hussita) e l’Italia del nord era sconquassata dal conflitto che abbiamo appena visto. Per questo motivo, quando papa Eugenio IV riuscì ad organizzare la Crociata di Varna, solo gli stati dell’est Europa e la marina veneziana vi parteciparono, subendo, dopo alcune vittorie iniziali, una disastrosa sconfitta nel 1444. Era la condanna per Costantinopoli, che, sempre a causa delle guerre in cui era coinvolta Venezia, non poté ricevere da essa un grosso aiuto neppure durante l’assedio del 1453, che l’avrebbe vista soccombere contro il sultano Maometto II.

Torniamo a noi, allora, e guardando questo uomo anziano scendere le scale di Palazzo Ducale so cosa vorreste chiedermi: “E quindi? Quale fu il risultato di tutto ciò?”. Il risultato principale fu uno: Venezia divenne la più grande potenza italiana, e una delle più grandi d’Europa, ma dovette dividere le sue forze tra terra e mare, senza poter più sperare di ottenere una reale supremazia in entrambi. Francesco Foscari e il suo dogado sarebbero divenuti simboli di questo dualismo, il quale avrebbe contraddistinto la Repubblica fino alla battaglia di Agnadello, durante la guerra della Lega di Cambrai: questi, però, sono un luogo e una storia diversi, li vedremo un altro giorno.

Un pensiero su “In domo Foscari – Il governo

  1. La Porta della Carta con il Doge Francesco Foscari inginocchiato lancia un segnale preciso di umiltà verso la Repubblica, la pianta della Canea ci sono stato in giugno dell’anno scorso 2019 una con l’antico Faro e Porto una fortezza della Serenissima da mozza fiato vestigia indelebile della grandezza di VENEZIA , straordinaria foto della laguna con un rosso tramonto!

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