La chiesa di San Niccolò dei Mendicoli

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Per partire con il nostro viaggio nella religiosità veneziana non si può che cominciare dalla chiesa di San Niccolò dei Mendicoli, uno dei più antichi santuari della laguna situato nel sestiere di Dorsoduro a pochi passi dallo IUAV. Di antico in questo luogo non c’è solo la struttura, risalente al VII secolo, ma la stessa religiosità che, come in molti casi a Venezia, pone le sue radici nelle origini orientali della città.

Il santo a cui è dedicata la chiesa è infatti San Nicola, vescovo tra il III e il IV secolo della città di Myra in Turchia: nell’iconografia tradizionale è rappresentato, come si può vedere nella statua collocata presso l’altare maggiore, con tre sfere d’oro, che rimandano a un miracolo per cui avrebbe donato queste tre sfere arrivategli provvidenzialmente dal cielo a tre fanciulle prive di dote residenti nella sua diocesi. Durante le crociate, la città in cui era sepolto, Alessandretta, fu presa dai Veneziani, che portarono parte della sua salma nella chiesa di San Niccolò del Lido, mentre il resto finì nella chiesa di San Nicola a Bari; fatto sta che per commemorare l’evento la nobile famiglia Corbelli fece edificare una cappella nel proprio feudo di Ca’ Zozzana, i cui barcaioli elessero il santo a loro protettore chiedendo di mutare il nome della loro borgata in quello della città in cui Nicola era stato vescovo. Nacque così il paese di Mira, sulla Riviera del Brenta. Questa digressione ha lo scopo di mostrare quanta fortuna ebbe la devozione di questo santo non solo in luoghi di tradizione marinara, ma anche presso le classi sociali più povere e indigenti.

Il nome della chiesa infatti fa riferimento a due categorie particolarmente svantaggiate che veneravano con fervore il santo. Innanzitutto, i mendicanti e i pellegrini che affollavano Venezia, città capace non solo di arricchire le élite ma anche di gettare sul lastrico molte persone: questi poveri trovavano spesso riparo nel portico ancora oggi presente sul lato orientale della chiesa. I mendicoli però non erano solo i mendicanti, ma anche gli stessi abitanti della borgata, famosi per la loro povertà e la loro propensione alla delinquenza, stereotipo durato fino a non molti anni fa. Questi si riconoscevano così tanto nella devozione al santo orientale da darsi il nome di Nicolotti: costituivano una delle fazioni popolari di Venezia che ogni anno organizzava, presso il Ponte dei Pugni, un’enorme rissa contro i loro acerrimi nemici, i Castellani; così tanta era l’importanza di questo gruppo che la Serenissima concesse ai suoi partecipanti non solo l’elezione, che avveniva nella chiesa, di un capopopolo denominato Doge dei Nicolotti, ma anche la possibilità di avere un proprio stendardo a testimonianza della particolare autonomia di questa zona.

Come abbiamo già detto, antica è anche la struttura che ospita il culto del santo. Entrando dal campiello adiacente si viene accolti in uno spazio piccolo ma straordinariamente decorato da statue, dipinti e una stupenda decorazione lignea a intarsi d’oro che incornicia la navata principale in un gioco di riflessi dorati e che fa risaltare notevolmente il dipinto di scuola veronese sul soffitto. Vi potreste ora chiedere dove sia l’antichità, visto che la decorazione è palesemente rinascimentale: essa si trova in alcuni elementi tipici delle prime chiese cristiane e nella struttura che recupera l’organizzazione spaziale delle chiese greche e orientali che influenzarono i primi secoli di Venezia. La chiesa innanzitutto è bassa, con il soffitto spiovente in legno e le travi a vista; le sue colonne sono tozze, decorate alla maniera bizantina, e delimitano tre navate piccole, poco illuminate e nettamente divise dal presbiterio da un’iconostasi, elemento ben visibile nelle chiese ortodosse, dove è sempre ricoperto da moltissime icone. La parte absidale della chiesa è quella che fa più risaltare l’antichità della chiesa. L’abside è divisa, secondo lo schema delle chiese più antiche, in tre cappelle che svolgevano le funzioni di presbiterio (quella centrale), di cappella del Santissimo (a sinistra) e di sacrestia (a destra), una distinzione ancora ben visibile, benché in parte non più esistente. Il presbiterio si trova allo stesso livello delle altre parti della chiesa, mostrandoci come nei primi secoli del cristianesimo il clero non fosse ritenuto moralmente superiore al laicato. Quando però la Chiesa di Roma, per accrescere e stabilire il suo potere sul mondo secolare, vorrà rendere evidente la superiorità dei sacerdoti sui laici, non solo imporrà ai primi di non sposarsi, di non spargere sangue e di non lavorare per differenziarsi dal clero peccatore per natura, ma innalzerà anche materialmente, a riprova della maggiore vicinanza a Dio, il luogo occupato dal clero durante la celebrazione della messa.

Per concludere degnamente la nostra visita, saliamo sul tozzo campanile romanico della nostra chiesa. La vista, seppur limitata, è sensazionale in termini sia estetici che geografici: a nord vediamo il quartiere più recente della città, sorto con la grande crescita di importanza della stazione; ad est i nostri occhi corrono verso l’isola della Giudecca, che sembra voler raggiungere San Marco; a sud la stupenda costruzione del mulino Stucky ci parla di una Venezia, ormai perduta, che sapeva coniugare bellezza e produttività; ad ovest non possiamo non accorgerci del Tronchetto, da cui partono le grandi navi che fanno tanto discutere. Ciò che si vede fa ben capire come la chiesa dei Mendicoli, sorta nella zona più periferica e povera di Venezia, sia ora circondata da strutture moderne che mettono in comunicazione la città con il resto del mondo, ma che hanno anche tagliato fuori dai circuiti turistici alcune realtà che pure hanno tanto da offrire, come questa. Se vogliamo che questo luogo fondamentale per la storia e la religiosità cittadina non sia completamente dimenticato, soffermiamoci qualche volta a pensare da dove è partita Venezia, come è ora e dove, attraverso un recupero intelligente dei luoghi meno noti ma più importanti, potrà arrivare in futuro.

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