A Lepanto in pantofole – Parte 3

Epilogo

Golfo di Corinto, 7 ottobre 1571

Il mare intorno a noi è rosso. Sì, sarà banale da dire, però guardate oltre la murata della nave: decine di cadaveri stanno galleggiando sull’acqua, a tre ore dall’inizio del combattimento. Ma lo scontro non è ancora finito, e l’aria continua a puzzare di polvere da sparo e a risuonare del rombo dei cannoni. Noi siamo fortunati: finora nessuno ci ha fatto la pelle, nonostante l’ammiraglia del Venier sulla quale ci troviamo si trovi incastrata tra molte altre navi (e non tutte amiche). Ciò non significa che non dobbiamo fare attenzione: assalti e contrassalti tra le navi continuano imperterriti, con gli equipaggi e i soldati che cercano di ammazzare i comandanti avversari.

Anche l’ammiraglio ottomano, Müezzinzade Alì Pascià, sta ancora combattendo, tirando sciabolate a destra e manca: il suo turbante, alto e colorato, svetta nella mischia, anche se è un po’ traballante, probabilmente perché è stato ferito anche lui. I soldati cristiani lo notano, e stanno cercando di farsi sotto, di avanzare sulla Sultana e di farlo fuori: ci provano in molti, che saltano sulla nave nelle loro armature; soldati pontifici e spagnoli, portati dalla riserva del marchese di Santa Cruz, ci riescono, si fanno avanti, straziano le carni di chi si trova di fronte con le loro spade, mentre il turbante dell’ammiraglio non si vede più. Eccoli, l’hanno trovato: è disteso a terra, ferito da un’archibugiata; parla in italiano ai soldati, dicendo loro di scendere in coperta, a saccheggiare la nave, ma la voce che il Pascià è stato preso si diffonde; arriva un soldato spagnolo, l’ammiraglio prova a chiedere salva la vita, ma a quello non importa, e un suo fendente mozza di netto la testa del turco.

Dopodiché, l’uomo si lancia in acqua con la testa, e raggiunge a nuoto la galea di Don Giovanni: non sono complimenti però, quelli che si sente rivolgere, ma un rimprovero colmo di dispiacere: “Che vuoi ch’io faccia di questo capo? Hor gettalo in mare”. L’ordine però non viene eseguito, e la testa viene infilzata su una pertica, visibile a tutti i soldati ottomani. Questi ormai sono sempre più scoraggiati, anche perché Alì Pascià non è l’unico comandante ad essere ucciso. Ormai la battaglia sta volgendo al termine.

 

Sono passate alcune ore, lo scontro è terminato e le navi cristiane si sono riunite, portando al traino o comandando anche le navi turche catturate: i prigionieri sono più di ottomila, mentre si contano forse trentamila uomini tra i morti e i feriti. Anche i cristiani hanno pagato un prezzo alto, di circa ottomila morti e altrettanti feriti, però sono riusciti a liberare quindicimila schiavi, che ora si preparano a tornare ad una vita quasi normale. Ora i comandanti si riuniscono sull’ammiraglia di Don Giovanni: c’è tensione, nonostante si sia raggiunta la vittoria, in particolare tra Gianandrea Doria e Marcantonio Colonna; il comandante pontificio accusa infatti il genovese di essere fuggito dalla battaglia, magari grazie a un accordo con Ucchialì, mentre Doria si difende, e ha effettivamente ragione.

Vi ricordate che non riuscivamo più a vederlo, perché si era allargato troppo? In realtà la sua non era stata una mossa sbagliata, ma un tentativo di colpire Ucchialì e poi di bloccare il suo inserimento nello schieramento cristiano. La sua azione è ora infatti approvata da tutti gli altri comandanti, con Don Giovanni che si complimenta con lui; l’ostilità di Colonna è invece una questione personale, che risale all’inizio della campagna ed è causata dal fatto che, dopotutto, Colonna è solo un comandante militare, senza esperienza navale, e ciò aveva creato problemi nella scelta di alcune decisioni.

Ora resta solo da decidere che fare con questa flotta vittoriosa: innanzitutto bisogna far curare i feriti e sistemare le navi da riparare, poi gli ammiragli (che hanno mandato la notizia della vittoria a casa) devono scegliere se e come continuare la campagna. Alcuni propongono di provare a dare l’assalto a Costantinopoli, altri di prendere alcune piazzeforti dell’Egeo, o persino Cipro. La verità, però, è che è stata vinta una battaglia, ma non ancora la guerra: i turchi hanno comunque tolto Cipro ai veneziani, e non è scontato che la Lega riesca ad accordarsi per andare effettivamente a recuperarla. Al momento, come dirà il sultano Selim II, i cristiani sono solo riusciti a bruciargli la barba (la flotta), ma quella ricrescerà, mentre il braccio (cioè Cipro) che i turchi hanno tagliato ai veneziani no. 

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