Le honorate veneziane

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Rialto, 12 giugno 1566

Anche oggi iniziamo il nostro viaggio dal cuore economico della Serenissima, anche se lo facciamo a una settantina di anni di distanza: la città ha subito dei cambiamenti in questi decenni, si è indebolita economicamente e politicamente, ma resta uno dei più grandi centri del commercio mediterraneo ed europeo. Questa sua condizione le porta grossi benefici, ma anche fenomeni complessi da affrontare: uno di questi è il dilagare della prostituzione. Lo si può notare facilmente un po’ ovunque, ma soprattutto qui vicino, nella zona delle Carampane, un gruppo di strade che prende il suo nome dalle case della famiglia Rampani (Ca’ Rampani), dove si trovano dei bordelli: è sempre qui che si trova il famoso Ponte delle tette, chiamato così perché si racconta che le prostitute esibiscano dalle case vicine i propri seni, per dissuadere i giovani (su ordine del Consiglio dei Dieci) dall’omosessualità.

Al di là di queste leggende (non confermate dai documenti), le prostitute a Venezia sono davvero molte: si parla di quasi 12’000 donne in una città di 150’000 abitanti. La maggior parte di loro sono prostitute di strada, che si spostano spesso vestite con abiti maschili e che subiscono dallo stato tutta una serie di divieti (tra i quali andare in chiesa durante le funzioni più frequentate o vestirsi da donne sposate).

Alcune però sono particolarmente benestanti, vestono abiti ricchi, simili a quelli delle patrizie, e portano addosso gioielli e profumi costosi; sono anche educate nelle arti della musica, della poesia, dell’eleganza e della retorica. Sono le cortigiane, le “prostitute di palazzo”, che qui a Venezia vengono chiamate honorate proprio per la loro fama di donne che non offrono ai propri clienti solo sesso, ma anche una compagnia intellettuale. Si possono notare perché indossano vesti dalle ampie scollature e, spesso, delle calzature molto alte, che possono superare i 30 centimetri, facendole spuntare tra la folla e costringendole a farsi accompagnare da delle ancelle; le seguono poi artisti, poeti o alti dignitari, loro amanti o ammiratori, che fanno loro compagnia nei salotti del patriziato veneziano.

Queste donne sono così presenti nella vita dell’alta società che l’anno scorso, nel 1565, è stato pubblicato un Catalogo di tutte le principali et più honorate cortigiane di Venezia, con inclusi i nomi, gli indirizzi e le tariffe di queste donne: tra di esse c’è una diciannovenne, Veronica Franco, avviata a questa professione dalla madre. Al momento la ragazza non è ancora molto conosciuta, tanto che offre i propri servizi a soli due scudi (poco più della paga giornaliera di un marinaio): nella sua folgorante carriera arriverà a vendere un suo bacio per 6 scudi e una prestazione completa per 50.

Questi prezzi ci fanno capire a che livello arriverà la clientela di Veronica. Famosa per la sua cultura, nei salotti dei Venier (suoi protettori) Veronica conoscerà Bernardo Tasso, padre di Torquato, e Paolo Manuzio, figlio di Aldo e stampatore come il padre, che con lei discuterà spesso di poesia, argomento in cui lei stessa si cimenterà: nel 1575 verrà pubblicato un suo volume di poesie, Terze rime, e nel 1580 le Lettere familiari a diversi, tra le quali si troveranno 50 lettere e due sonetti dedicati al re Enrico III di Francia, con cui Veronica avrà una relazione nel 1574 (giusto per ricordarci a che livello, come vi raccontavo prima, arriverà la sua clientela).

Gli ultimi anni della sua vita non saranno particolarmente gioiosi, perché segnati da un’accusa di eresia (dalla cui condanna scamperà grazie ai suoi contatti in alto e alla sua strenua autodifesa) e dal successivo sequestro dei suoi beni: per questo motivo, dopo essersi vista rifiutare dalla Serenissima la proposta di istituire una casa per prostitute madri da lei amministrata, sarà costretta a esercitare ancora la sua professione, almeno fino al 1582, se non fino a poco prima della sua morte, nel 1591.

Non è però così che voglio chiudere la visita di oggi, ma con delle parole di Veronica stessa, provenienti dalla Terze rime e rivolte a Maffio Venier, cugino del suo amante Marco e suo avversario letterario, che in alcune poesie le aveva rivolto aspre invettive:

Non so se voi stimiate lieve risco | entrar con una donna in campo armato; | ma io, benché ingannata, v’avvertisco | che ‘l mettersi con donne è da l’un lato | biasmo ad uom forte, ma da l’altro è poi | caso d’alta importanza riputato. | Quando armate ed esperte ancor siam noi, | render buon conto a ciascun uom potemo, | ché mani e piedi e core avem qual voi; | e se ben molli e delicate semo, | ancor tal uom, ch’è delicato, è forte; | e tal, ruvido ed aspro, è d’ardir scemo. | Di ciò non se ne son le donne accorte; | che se si risolvessero di farlo, | con voi pugnar porían fino a la morte. | E per farvi veder che ‘l vero parlo, | tra tante donne incominciar voglio io, | porgendo essempio a lor di seguitarlo.

(XVI, vv. 58-75)

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