Imprenditori della guerra

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Marignano, 14 settembre 1515.

Oggi, come avrete notato, non ci troviamo a Venezia, ma nelle campagne di Marignano, l’attuale Melegnano, una località poco lontana da Milano. In una giornata qualunque, davanti ai nostri occhi ci apparirebbero prati, alberi e giusto qualche casa in lontananza, verso il paese: questa però non è una giornata qualunque, e al nostro sguardo essa offre uno spettacolo molto meno bucolico del solito. I prati sono ricoperti di corpi, a migliaia, accompagnati dalle urla più o meno sommesse dei feriti non ancora soccorsi; sulle fronde degli alberi si trovano degli impiccati, appesi là da qualche ufficiale troppo severo o dalla soldataglia che ne ha saccheggiato le abitazioni; alcune case, infine, sono state date alle fiamme, dopo essere state svuotate del loro contenuto.

Qual è stata la causa di questa devastazione? Tra ieri e stamattina questo luogo è stato il teatro della battaglia di Marignano, uno degli scontri più feroci del Rinascimento, tanto da essere stata soprannominata la battaglia dei giganti. Da un lato gli Svizzeri, dall’altro Venezia e il Regno di Francia, si sono appena scontrati per il controllo del Ducato di Milano, fino a poco fa in mano ai primi; ciò che vi voglio mostrare oggi, però, non è la battaglia (infatti siamo arrivati a scontro finito), ma i suoi protagonisti: in particolare, parleremo delle compagnie di ventura e di uno dei loro condottieri, Bartolomeo d’Alviano, artefice della vittoria franco-veneziana di questa giornata.

Le compagnie di ventura sono gli attori principali delle guerre in Italia tra XIV e XVI secolo: si tratta di contingenti mercenari, che si pongono al servizio dei migliori offerenti in cambio di zecchini sonanti; alla loro guida ci sono i capitani di ventura, veri manager della guerra, che con regolari contratti reclutano i propri soldati e si mettono al soldo di principi, repubbliche e vescovi vari. Ma chi sono di preciso questi uomini? Inizialmente sono soldati stranieri, Inglesi e Francesi che, dopo essere stati congedati in una delle tante tregue della Guerra dei cent’anni, passano a combattere per le belligeranti signorie italiane, che proprio nel ‘300 iniziano a nascere. Poi però cominciano a essere imitati (complice lo stato di guerra continuo che imperversa nella penisola) e nascono le prime compagnie italiane: alla loro guida vi sono spesso nobili cadetti (cioè non primogeniti, e quindi non destinati a ereditare i possedimenti di famiglia), che in questo modo possono guadagnarsi gloria, ricchezza e, in certi casi, pure dei feudi tutti per sé.

Bartolomeo d’Alviano è uno di questi: nato nel 1455 a Todi (oggi in provincia di Perugia), proviene da una famiglia di antica stirpe longobarda e ha un padre e uno zio che, condottieri anch’essi, lo indirizzano subito verso il mestiere delle armi. Anche se gracile, il ragazzo si distingue fin da giovanissimo nei tanti scontri combattuti all’interno dello Stato della Chiesa, arrivando a imparentarsi con la nobile famiglia degli Orsini e a venire nominato per un anno governatore di Roma. Quindi, con la discesa di Carlo VIII e l’inizio delle Guerre d’Italia, è coinvolto nelle alleanze degli Orsini finché, nel 1498, non passa al servizio della Serenissima: a lei resterà sempre fedele, pur interrompendo ogni tanto il suo contratto, e per lei combatterà durante tutto il periodo buio della guerra della Lega di Cambrai, quando tutta Europa si schiererà contro Venezia. Verso la fine del conflitto, è nominato capitano generale dell’esercito, che continuerà a guidare fino alla successiva vittoria a Marignano, della quale è, come abbiamo detto, uno dei principali artefici. Tra meno di un mese, però, una malattia lo ucciderà durante l’assedio di Brescia: il corpo, dal quale i suoi soldati non vorranno separarsi per venticinque giorni, sarà riportato a Venezia, dove verrà sepolto con rito solenne nella Chiesa di Santo Stefano.

Torniamo ai nostri giorni, però, con Bartolomeo ancora vivo e vegeto: prima, ve lo ricorderete, vi ho detto che egli riuscì anche a conquistare dei territori per sé, di cui però non vi ho ancora parlato. Essi sono la contea di Alviano, in Umbria, ereditata dal padre, ma soprattutto la città di Pordenone: qui il condottiero può mettere all’opera la sua cultura letteraria, dilettandosi nella scrittura e nel patrocinio di una sua Accademia di umanisti (della quale fece parte anche Bembo).

Questo aspetto culturale, che può sembrarci inaspettato, è in realtà comune ai grandi capitani di questi anni. Noi pensiamo solitamente ad essi come a dei mercenari che conoscono solo guerra e morte: sicuramente questi due erano aspetti fondamentali della loro vita, ma non dobbiamo credere che queste figure fossero solo uomini violenti e sanguinari. Ciò che più li caratterizzava era invece il connubio tra una grande padronanza dell’arte militare e un’elevata formazione culturale: dopotutto si trattava di uomini che, oltre a combattere, dovevano anche saper amministrare dei territori e relazionarsi con politici e prelati, e quindi per loro era fondamentale possedere anche una formazione umanistica, che è possibile poi ritrovare nei loro scritti (quando ci giungono direttamente) o nel parere che ce ne danno i loro contemporanei.

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