Digital vs Humanities I – Prof. Dorit Raines

L’espressione “Digital Humanities” è una contraddizione di termini? Cosa conta di più quando si affronta questo argomento, la parte “digital” o quella “humanities”? In pratica, di cosa si tratta? Abbiamo chiesto a due studiosi del Ca’ Foscari Department of Humanities (DSU) di presentare i loro punti di vista da esperti sull’argomento. In questa prima parte, vi presentiamo quello della storica Dorit Raines.

La professoressa Raines è professore associato presso il Dipartimento di Studi Umanistici di Ca’ Foscari. La sua ricerca e i suoi corsi si focalizzano sulla prima Età Moderna e, nello specifico, sulla storia del libro, degli archivi e della famiglia. Fa inoltre parte di vari progetti riguardo le Digital Humanities, inclusi il gruppo di ricerca interdipartimentale Creative Arts, Cultural Heritage and Digital Humanities e la Time Machine FET Flagship.

 

1) Potrebbe darci una sua definizione di Digital Humanities? Per esempio: sono uno strumento, un metodo o una disciplina (o un insieme di questi elementi)?

Le Digital Humanities non sono sicuramente una disciplina e non lo saranno mai. La disciplina delle Digital Humanities sono, in sé, le Humanities stesse. L’aspetto informatico non è altro che uno strumento subordinato al metodo di analisi delle Humanities. Ecco perché parlerei piuttosto di Augmented Humanities invece che di Digital Humanities. L’obiettivo più importante delle Digital Humanities è quello di indirizzarsi verso la cosiddetta hyperconnectivity, cioè di tentare di mettere in relazione vari dati da diversi databases su grande scala e con relativa raffinatezza. In sostanza, ci fornisce gli strumenti per andare oltre la superficie.”

2) Crede di avere mai usato le Digital Humanities durante la sua carriera accademica? Le usa spesso? (Se può, potrebbe farci un esempio?)

Assolutamente sì, basti pensare al progetto Venice Time Machine in collaborazione con vari istituti culturali di Venezia come l’Archivio di Stato e la Fondazione Cini, così come altre università estere quali, per esempio, l’École Polytechnique Fédérale de Lausanne. Si mira ad elaborare un quantitativo di dati enorme proveniente dai vari istituti per una ricostruzione più dettagliata possibile. Oppure il progetto di digitalizzazione di libri in profondità portato avanti con l’Università di Bologna che cerca di creare un modo per rendere leggibili dati contenuti in un volume quando esso è ancora chiuso.”

3) Crede che le Digital Humanities abbiano avuto un impatto sui risultati della sua ricerca rispetto ai modi “tradizionali” di condurre ricerca? Questo è stato/è un impatto positivo o negativo, secondo Lei? (Se può, potrebbe farci un esempio?)

Come ho detto prima, le Digital Humanities non sono una disciplina ma certamente possono portare beneficio alle discipline umanistiche grazie all’enorme quantità di dati e interconnessioni che riescono a rielaborare. Tuttavia, i metodi tradizionali non sono ancora stati abbandonati. In effetti, se si pensa per esempio all’arte e agli elementi compositivi di un quadro o un’immagine, difficilmente un computer riuscirebbe a rispondere a domande come: quanti artisti hanno utilizzato una certa postura di un certo animale nel XVIII secolo? Quanti quadri presentano la sagoma di un certo palazzo secondo prospettive simili? Si deve tenere conto che il computer deve rielaborare dati visivi complessi, e la cosa si complica se si prendono in considerazione soggetti in movimento. Anche se rimanessimo sul piano dei documenti scritti, le cose sono comunque complicate: la trascrizione di un testo da manoscritto digitalizzato, per esempio, deve passare comunque, nella maggior parte dei casi, attraverso una trascrizione del testo in ASCII prima di essere rielaborato. Solo in pochi casi il computer farà questa operazione automaticamente. Per non parlare poi della multilingualità e multiculturalità dei documenti e/o dei database che li contengono: per esempio, la parola “matrimonio” ha lo stesso significato, in pratica, nei documenti in Francia e in Ungheria di un determinato secolo? Inoltre, ricordiamo che tutti i dati inseriti nelle piattaforme Open Access vanno aggiornati di continuo.”

4) Crede che le Digital Humanities siano molto usate dalla maggioranza degli accademici nel suo campo? Perché, secondo Lei? Dovrebbero essere usate di più?

Ci sono sicuramente due gruppi di accademici con diversa attitudine nei confronti delle Digital Humanities, uno favorevole e l’altro meno, e ci sono molti dibattiti a riguardo. Tuttavia, per quanto riguarda il dipartimento di studi umanistici a Ca’ Foscari, ci si è impegnati a sottoscrivere collegialmente la nostra adesione alle Digital Humanities. Ciò ha portato un finanziamento di circa sette milioni al nostro dipartimento. Detto ciò, sia per umanisti che per informatici è difficile dialogare per definire un progetto di Digital Humanities. Da una parte gli umanisti non dovrebbero considerare gli informatici dei semplici tecnici, dall’altra gli informatici dovrebbero capire che gli scopi della ricerca umanistica sono diversi da quelli dell’informatica. Inoltre, le due discipline procedono, si sa, a velocità diverse, e l’una deve adeguarsi all’altra.”

5) Crede che le Digital Humanities abbiano reso le discipline umanistiche più “democratiche” per gli studiosi e/o più accessibili al pubblico al di fuori dell’ambiente accademico?

No, non credo che le Digital Humanities abbiano reso più “democratiche” le discipline umanistiche. Certo, hanno reso il materiale più accessibile tramite l’Internet e le piattaforme di condivisione, ma ciò non significa che siano necessariamente più “democratiche.” Le discipline umanistiche di per sé sono sempre state molto aperte, non c’è mai stato praticamente nulla di segretato negli ultimi tempi.

6) A quali risultati potrebbero portare le Digital Humanities nel suo campo di ricerca in una decina di anni? Possono salvare le discipline umanistiche, per esempio, attraendo più fondi dalle università? Infine, se potesse esprimere un desiderio circa le Digital Humanities, cosa vorrebbe che fosse cambiato/inventato/implementato nel futuro prossimo? Di che cosa hanno bisogno le discipline umanistiche dal digitale, se ne hanno bisogno affatto?

Per quanto mi riguarda, credo che tra 20 anni (una generazione) il trend delle Digital Humanities si sarà esaurito e ciò coinciderà con la fine del loro utilizzo per quello che viene chiamato Cultural Heritage. Mi spiego. Se ci si pensa, le Digital Humanities non sono altro che strumenti che ci permettono l’elaborazione di determinati dati, per esempio i trend dell’espressione dei sentimenti in quanto fenomeno storico. Il progetto ODYCCEUS a Ca’ Foscari sta andando proprio in questa direzione, aumentando non solo la scala di ricerca ma anche la raffinatezza di analisi svolte su dati teoricamente qualitativi. Tuttavia, al giorno d’oggi, i dati vengono già creati per essere elaborati dai computer, non c’è più bisogno di alcuna conversione, cosicché le Digital Humanities si esauriranno. Se però dovessi azzardare un desiderio o un’ipotesi di sviluppo, di sicuro punterei su l’elaborazione di testi complessi per la narrativa. In altre parole, la creazione di un romanzo multinarrativo, che proceda interattivamente aggiungendo spezzoni di storia a mano a mano su un piano multinarrativo.”

 

di Vania Buso

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