Gli Oscar di Linea20: Green Book

tempo di lettura: 5 minuti

L’Academy di Hollywood continua a stupire nominando per il secondo anno consecutivo al “miglior film” una commedia, un genere generalmente poco stimato quando si parla di premi. L’eredità di Get Out, infatti, è raccolta quest’anno da Green Book con ben cinque candidature: miglior film, miglior attore protagonista, migliore attore non protagonista, migliore sceneggiatura originale e miglior montaggio. La pellicola, già vincitrice di tre Golden Globe, ha un buon successo tra la critica, ottenendo, per esempio, un 80% sull’aggregatore di recensioni Rotten Tomatoes e un 69/100 su Metacritic. Sebbene la statuetta sia ancora una sorta di miraggio, Green Book rimane un film godibile che vale almeno il prezzo del biglietto.

La Trama: 4,5/5

Voto4.5

Affrontare una tematica tanto tristemente attuale quanto pericolosamente scivolosa come la discriminazione razziale può essere il preludio per una catastrofe, ma non è questo il caso. Il film prende il nome dall’omonima guida che raccoglieva i servizi che accettavano persone di colore in un periodo di profonda discriminazione nei loro confronti e riesce, in 130 minuti di proiezione, nell’intento di coniugare questo argomento così scottante alla leggerezza tipica della commedia, presentando al grande pubblico l’edificante storia ispirata alla realtà del viaggio di due mesi nel Deep South statunitense del pianista nero Don Shirley e del suo autista bianco Tony “Lip” Vallelonga.

La descrizione dell’on the road, intriso di divergenze dovute ad attitudini differenti, e la contemporanea presa di coscienza di Tony diventano il veicolo attraverso il quale portare in luce a tinte fosche il disprezzo mascherato da tradizione verso i neri nei territori confederati. Da qui, la necessità di impiegare una forma di comicità in cui la risata si esaurisce nell’arco della scena, mentre l’amaro in bocca permane. In altre parole, la battuta non serve a divertire il pubblico, ma a indurlo ad un’analisi ponderata di ciò che sta vivendo davanti allo schermo.

Tale invito è esplicitato in una serie di momenti “epifanici” che si verificano durante le diverse soste del tour, nei quali la componente comica scompare del tutto e la nuda rappresentazione della discriminazione si palesa in tutta la sua forza. Per esempio, è evidente la tensione drammatica quando Tony salva Don da un pestaggio all’interno di un bar, quando lo stesso autista corrompe i poliziotti dopo che il pianista è stato arrestato per un incontro omosessuale, oppure quando vengono fermati dalla polizia mentre percorrono di notte le strade di una sundown town (cioè una città in cui era vietato ai non-bianchi viaggiare dopo il tramonto).

La trama fonda il proprio messaggio su queste poche scene, giocando per tutto il resto della proiezione sul cortocircuito generato da questa strana coppia. Il fil rouge di Green Book, infatti, è il percorso di mutua comprensione intrapreso dai protagonisti, metaforicamente reso dal viaggio in automobile, che veicola un messaggio di tolleranza capace di trascendere gli anni ’60 e arrivare dritto ai giorni nostri.

La Regia: 4/5

Voto4

La regia del film è stata affidata a un improbabile Peter Farrelly, cioè lo stesso regista che insieme al fratello ha diretto commedie del calibro di Scemo & più scemo, Tutti pazzi per Mary e Amore a prima svista. Nonostante lo scetticismo iniziale, il lavoro di Farrelly può essere considerato di qualità, in particolare nella capacità di introdurre all’interno di un campo minato come il tema proposto una vena comica pronunciata ma non demenziale, irriverente ma non irrispettosa. Le battute di Tony ravvivano la narrazione, risvegliano lo spettatore attraverso la risata ed evitano allo stesso tempo l’insabbiarsi in un atteggiamento didattico noioso e, di conseguenza, di poco effetto.

La pellicola, infatti, trova la sua ragione nel trasmettere un messaggio oltre alla storia, risultando perciò una commedia atipica. Il regista opta così per una struttura narrativa che esalta alcuni passaggi specifici, altamente drammatici. Il viaggio, allora, rappresenta il punto di raccordo tanto fondamentale quanto le scene stesse, dove emergono quelle divergenze e contraddizioni in chiave comica poi esplicitate una volta raggiunta la tappa del tour. Green Book rimane un film on the road, ambientato per la maggior parte del tempo all’interno dell’abitacolo di un’automobile di lusso che sfreccia lungo gli interminabili rettilinei del Sud del paese.

Farrelly sfrutta anche la luce per separare nettamente la commedia dal dramma, segnalando il secondo con un’atmosfera cupa, specie nella cornice delle città del Deep South, al di fuori della concert hall. La cura per l’ambientazione si rispecchia nell’attenzione per i dettagli, le piccole sfumature che alimentano la narrazione e mantengono viva e costante la sensazione di disprezzo che perseguita Don.

Il Cast: 5/5

Voto5

Con le parole delle amiche con cui ho condiviso la visione del film al cinema, “semplicemente perfetti”. Viggo Mortensen, ingrassato di venti chili prima delle riprese, entra nella parte non solo per un accento encomiabile e un lessico tanto sboccato quanto genuino, ma anche e soprattutto per le movenze e per i gesti con cui caratterizza il suo personaggio, un grezzo buttafuori italo-americano dai metodi poco ortodossi in cerca di denaro per mantenere la famiglia. Mahershala Ali, alto e secco come un giunco, rappresenta invece la perfetta antitesi fisica del collega, e l’atteggiamento composto e raffinato, reso in maniera impeccabilmente naturale, accentua questa voluta opposizione tra i protagonisti.

Green Book, infatti, agisce in primo luogo sul capovolgimento degli stereotipi: Tony è un bianco che si comporta “da nero”, Don è un nero che agisce “da bianco”. Nel corso del film, Tony rivendica orgogliosamente l’essere “più nero” del suo datore di lavoro, ostentando una parlata grezza e ruvida, una passione per il Kentucky Fried Chicken e la musica soul di Aretha Franklin, e la necessità di lavorare duramente per riuscire a mantenere la famiglia. Dall’altra parte, Don, sicuramente più taciturno, mostra un temperamento più moderato e gusti più raffinati, frutto di un’istruzione migliore, tuttavia soffre allo stesso tempo di una profonda e miserevole solitudine causata dal posizionamento ambiguo tra due comunità contrapposte, che sfoga nell’alcol. Ovviamente si sta adoperando una semplificazione, sebbene sia l’incontro tra queste due particolari personalità e il mondo bigotto e monolitico del Deep South a generare il cortocircuito che mette in moto la trama.

Il resto del cast, dalla moglie di Tony, Dolores, al resto del Don Shirley Trio, assume perciò un ruolo di contorno, rilevante nel rendere vibrante la rappresentazione di quei tempi e di quei luoghi.

Conclusione

Green Book ha maggiori probabilità di ottenere il premio al migliore attore non protagonista che al miglior film, tuttavia si è dimostrato un prodotto valido ed efficace, sicuramente attuale. La coraggiosa scommessa di affidare la cinepresa a Peter Farrelly è stata vinta, donando al film una leggerezza comica che rende piacevoli le due ore di proiezione. Azzeccata anche la scelta del cast, perfettamente immerso nel fornire un ritratto fedele e significativo del racconto ed esaltare allo stesso tempo le contraddizioni insite al rapporto tra i due protagonisti e gli insegnamenti reciproci senza appesantire la narrazione. Nonostante le critiche, Green Book può fungere da apripista per un nuovo genere di commedia più impegnato e meno fine a sé stesso, giovando perciò alla sua reputazione.

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