Lest we forget

tempo di lettura: 2 minuti

 

They shall grow not old as we that are left grow old; age
Shall not weary them, nor the years condemn. At the going
down of the sun and in the morning, we will remember them.
Al tramonto e al mattino li ricorderemo,
coloro che non invecchieranno come noi, lasciati qui ad invecchiare,
coloro che l’età non graverà né gli anni condanneranno.1

Siedo nella cappella buia del mio college, tutta legno scuro e vetrate istoriate. La luce di questa splendida giornata di San Martino non prova neppure a rallegrare la tristezza che permea l’aria nel Remembrance Day, il Giorno del Ricordo. Note solitarie omaggiano i caduti, delle guerre presenti e passate. A 100 anni esatti da quando l’armistizio che pose fine alla Prima Guerra Mondiale venne firmato, il silenzio cade sull’assemblea.

Preghiamo i salmi, il 23, “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”, il 121, “Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?”, leggiamo poesie, “Al tramonto e al mattino li ricorderemo” e cantano – questa volta non posso unirmi – l’inno nazionale, “God save our Gracious Queen”. Eppure, lacrime silenziose bagnano il mio viso, quando viene letta la lettera di un ufficiale che comunica, a una madre in attesa oltre la Manica, la morte del figlio. Aspettava un figlio, la signora White, e in cambio ha ricevuto solo un foglio, intriso di tristezza immensa e dolore.

Tra canti, poesie e letture bibliche, io chi sto commemorando? Io che vengo da un paese in cui le commemorazioni per i caduti in guerra sono civili, non religiose? Io che sono cattolica? Io che, da repubblicana, mi rifiuto di cantare un inno che omaggia la regina?

Commemoro i loro morti, perché sono anche i miei morti. Sono i miei morti i ragazzi del Christ’s che, alla mia età o forse prima, hanno dato la vita quando il loro paese chiamava. Ma sono miei morti anche i soldati tedeschi e austro-ungarici che erano dall’altra parte della trincea. Questi ragazzi, cui la Storia ha chiesto il conto prima ancora che potessero iniziare a vivere pienamente, questi ragazzi, che gli inglesi onorano con splendide corone di papaveri intrecciati, sono anche i miei morti. Come lo sono gli zii di mia nonna, caduti lontano da casa nella Prima Guerra Mondiale; come lo è lo zio di mio nonno, caduto partigiano tra le vie della mia città nel ’43.

Erano ragazzi, che talvolta hanno scelto volontariamente di andare alla guerra, altre volte sono stati costretti ad arruolarsi, e hanno dato la vita per il loro paese. “When you go home tell them of us and say, for your tomorrow we gave our today”. “Quando tornerai a casa, di’ loro che per il loro domani abbiamo dato il nostro oggi”.

Impera la necessità di perpetuare il ricordo: “Lest we forget”. Per non dimenticare il loro sacrificio, ma anche ciò che l’ha causato: la visione cieca di intellettuali e capi di stato la cui idea di nazione escludeva ogni possibilità di convivenza e pacificazione e vedeva nella guerra la soluzione ad ogni problema.

di Clara Cuonzo 

 

1 da For the Fallen, di Laurence Binyon

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