Incredibile Islanda #1: On The (Ring) Road

Una corriera. Un bus. Un aereo. Un altro aereo. Quando il mio ultimo volo comincia l’atterraggio a Keflavik, avvicinandosi al suolo islandese, ho la sensazione di star prendendo parte allo sbarco sulla Luna. È un paesaggio alieno, non riesco a pensare a una parola migliore per definirlo; è brullo, ma non il brullo a cui sono abituata, è intrinsecamente estraneo. Una distesa marrone intervallata da crateri e sagome montuose. E sono solo in aeroporto.

In aeroporto, e tardi. Sono le 14:30 quando scendo dall’aereo; il bus che dovrebbe portarmi a Reykjavik per prendere la coincidenza con un altro bus verso la costa sud parte alle 14:40. Inutile dire che lo perdo miseramente. I miei tempi accuratamente calcolati sono andati in fumo. Per fortuna, alla fermata del bus, trovo un’altra ragazza, disperata quanto me: ha perso lo stesso bus per la stessa ragione. È inglese, ma per l’estate lavora nel maneggio di un paesino a mezz’ora dalla fattoria che mi ospiterà per le prossime tre settimane. Insieme andiamo al centro informazioni a chiedere come raggiungere la nostra meta. Avete perso l’ultimo bus della giornata, ci viene detto. L’ultimo bus, alle 14:40 dall’aeroporto. E cosa possiamo fare? Niente.

E invece no. Il mito dell’efficienza nordica è stato già sfatato, ma un altro stereotipo viene confermato subito: fare l’autostop in Islanda è facile come bere un bicchier d’acqua. Cinque minuti dopo aver sfoderato il pollice in alto, una simpatica signora islandese ci carica in macchina. In realtà abito qui vicino, ci dice, ma posso fare una deviazione e portarvi sulla Ring Road: la strada statale numero 1, che fa il giro completo della costa e sulla quale è molto facile trovare gente disposta ad aiutare un autostoppista. Dopo due minuti, infatti, veniamo caricate a bordo da un vecchietto islandese: deve andare a Eyrarbakki, un piccolo paesino di pescatori, a metà strada rispetto alla nostra destinazione. Chiacchieriamo del paesaggio, della vita in Islanda, ci suggerisce alcune gite da fare in zona; alla fine è così gentile da portarci mezz’ora più vicino alla nostra meta, alla città più grande del Sud, Selfoss. Qui abbiamo meno fortuna: aspettiamo mezz’ora alla stazione della benzina di Selfoss, nessuno si ferma. Disperate, ci incamminiamo fuori dalla città: appena uscite dal centro abitato, troviamo il nostro  passaggio. Così impariamo la prima lezione dell’autostoppista: nelle città gli islandesi non si fermano. I nostri salvatori sono una coppia in camper: sono anche loro autoctoni e stanno andando a un festival musicale alle isole Vestmannaeyar, un piccolo arcipelago nel sud-ovest del Paese. Ci offrono dei deliziosi dolcetti islandesi fatti in casa. Il panorama fuori dal finestrino è incredibile: non ha più nulla a che fare con la distesa brulla di Keflavik, adesso è una valle verde brillante costellata da colline, vulcani, pareti rocciose. La vista è delimitata dal profilo dei vulcani, preziosi alleati degli islandesi (la quasi totalità dell’energia termica utilizzata in Islanda deriva da loro) e al contempo temuti pericoli. Ogni pochi km, il panorama cambia drasticamente: attraversiamo un deserto di sabbia nera, una colata lavica ricoperta di muschio verde scuro, una zona altamente geotermica con colonne di fumo che si alzano naturalmente dal terreno. Ogni tanto, l’oceano si mostra improvvisamente a pochi metri dalla strada, per poi essere inghiottito di nuovo dall’orizzonte poche centinaia di metri dopo. Il camper lascia la mia amica a Hella e mi porta fino all’incrocio con la strada per il porto, dove la coppia di islandesi prenderà il traghetto per le Vestmannaeyar; mi mancano dieci minuti di auto per la fattoria, che faccio con una coppia di turisti americani. Staranno in Islanda per dieci giorni, faranno il giro completo della Ring Road. Mi dicono che in dieci giorni riusciranno solo ad avere una visione superficiale dell’isola, che sono stati costretti a tagliare un sacco di cose. Annuisco. Io vivrò per venti giorni in un unico luogo, ogni giorno ho in programma una gita diversa per esplorare il meglio possibile solo il sud-ovest del Paese, e persino così ho dovuto fare una selezione. Sono in Islanda da poche ore, ma già mi rendo conto che è un’isola che meriterebbe una vita intera.

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