Gianfranco Reverberi racconta #1: un’infanzia al museo

Gianfranco Reverberi è un musicista e compositore italiano, uno dei maggiori esponenti della scuola genovese. Lui e suo fratello Gian Piero sono cresciuti “nel posto giusto al momento giusto”: completamente immersi nella scena del cantautorato italiano che stava nascendo in quegli anni. Durante una lunga chiacchierata, Gianfranco Reverberi ci ha raccontato alcuni importanti (e piuttosto spassosi) episodi della sua vita, che abbiamo deciso di proporvi con una divisione in quattro brevi capitoli: nel primo, il compositore narra il periodo precedente all’incontro con Luigi Tenco, Gino Paoli, Enzo Jannacci ed il grande gruppo di amici che sarebbe presto diventato storia. Reverberi ci racconta di un’infanzia trascorsa spensieratamente negli anni ’30 al Museo di Storia Naturale di Genova, da cui la sua famiglia è stata costretta ad allontanarsi nel ’40 a causa dei bombardamenti avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale.

Sono nato nel Museo Civico di Storia Naturale di Genova: i miei migliori amici erano scheletri e bestie feroci. Naturalmente per un ragazzino girare in mezzo a queste cose era uno spasso. In particolare, c’era un leone che mi divertivo molto a cavalcare: attaccandomi con un po’ troppa forza al suo crine ho finito per strapparlo, trasformandolo in una leonessa. Mio nonno era il custode: si chiamava Verino perché il mio bisnonno aveva letto Il Guerrin Meschino, e gli era piaciuto così tanto che voleva chiamare suo figlio Guerrino. Peccato che fosse di Parma, per cui quando è andato a registrarlo l’ha detto in dialetto parmigiano: hanno trascritto il nome Verino e così è rimasto. Lui, oltre ad essere falegname e costruire molte cose per il museo, si occupava delle pulizie. C’era un atrio all’ingresso che io usavo come pista di pattinaggio, lui non è che si divertisse molto, dovendo ripulire tutte le righe per terra.
Quando è scoppiata la guerra, dato che tutti i musei sul tetto avevano un segno per far capire che quello non si doveva bombardare, mio padre e mio zio sono andati tranquilli sul tetto durante il primo bombardamento a vedere cosa succedeva. Hanno visto tutti quei lumini per rischiarare la città: con le luci e i botti sembrava Carnevale. Solo che poi a cinquanta metri è scoppiata una bomba, loro sono scappati giù di corsa, e da quel momento hanno deciso che bisognava sfollare, ovvero andare via dalla città. Dato che un amico di mio padre aveva una casetta lontana dal centro, siamo stati suoi ospiti per un periodo, che si è prolungato perché abbiamo trovato una casa lì vicino e siamo rimasti lì… Quel luogo era Ponte Decimo: nientemeno che il posto più bombardato della guerra, ci hanno fatto anche dei film. Siamo sfollati nel posto giusto!

In quel periodo la musica per me era una cosa di famiglia: mio padre e mia madre erano appassionatissimi di musica. La prima cosa che mio padre faceva appena arrivato a casa, prima di mettersi a tavola, era sedersi al pianoforte ed eseguire un pezzo (abbastanza male: mio fratello lo imita benissimo, con la destra faceva la melodia e con la sinistra ‘ndo cojo cojo, dove capita capita). Dopo mangiato aspettava che noi suonassimo qualcosa e poi si addormentava; noi potevamo fare tutto il casino possibile, suonare sui tamburi, gridare, fare un trasloco, non si svegliava. Bastava però che mia madre dicesse “ci sarebbe bisogno…” anche sottovoce, e lui saltava subito su: “Di nuovo soldi?”. Era la sensibilità di mio padre. Un grande appassionato di musica, non solo ci ha trasmesso questa passione ma ha fatto qualcosa di più: è grazie a lui che abbiamo cominciato a suonare, ci ha sempre seguiti e assecondati. Qualunque cosa facessimo per lui andava bene, la musica in particolare.

 

di Chiara Caporuscio e Federica Biscardi

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