Gli Oscar di Linea20: Three Billboards outside Ebbing, Missouri

Dopo aver interpretato la parte del leone sia ai Golden Globe che ai BAFTA, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri (in italiano, Tre manifesti a Ebbing, Missouri) entra di diritto nell’albo dei film da mettere sotto osservazione durante la cerimonia del 4 marzo. I bookmakers, infatti, lo ritengono il grande favorito per l’ambita statuetta di Miglior Film, tallonato solamente da The Shape of Water, mentre è addirittura dato quasi per scontato il riconoscimento di miglior attrice protagonista a Frances McDormand. Il film, scritto e diretto dal regista anglo-irlandese Martin McDonagh, già vincitore del Premio Oscar per il miglior cortometraggio 2006 con “Six Shooter”, ha raccolto 7 candidature, tutte prestigiose: miglior film, miglior attrice, miglior attore non protagonista (2), migliore sceneggiatura originale, miglior montaggio e migliore colonna sonora. È stato presentato in anteprima mondiale alla 74° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il 4 settembre 2017, raccogliendo il consenso della critica. Sull’aggregatore di recensioni Rotten Tomatoes è stato apprezzato dal 92% dei critici e dall’87% del pubblico, ottenendo un punteggio medio di 8,5/10.

Giornalista: Mildred Hayes, perché ha messo questi cartelloni? Mildred Hayes: Mia figlia Angela è stata ammazzata sette mesi fa. La polizia è troppo impegnata a torturare la gente di colore per risolvere un crimine vero.

La trama: voto 4,5

Mildred Hayes (Frances McDormand) è una madre distrutta e in cerca di giustizia per l’atroce morte della figlia Angela, barbaramente stuprata nel mezzo della campagna. Disillusa da sette mesi di infruttuose indagini della polizia locale, decide autonomamente di far affiggere tre manifesti dalla grafica minimale – da qui il titolo del film – in cui accusa direttamente lo stimato sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson) di lassismo. Questo atto provoca un terremoto nella piccola cittadina di Ebbing, che compatisce il dolore della madre ma prende le parti dello sceriffo, malato terminale di tumore al pancreas.

McDonagh ha modellato una trama complessa ma convincente, difficile da riassumere in poche parole e carica di tematiche estremamente attuali ma senza particolari mancanze o forzature. Ciò che sembra centrale all’inizio, la ricerca dello stupratore, perde nel corso del tempo la propria importanza, prima di tornare in auge nel finale. Nel frattempo, si presentano allo spettatore dinamiche e archetipi di un’America profonda e nascosta, a tratti cupa, certamente problematica, pennellata dal regista attraverso un mondo isolato e perciò cattivo: l’agente Jason Dixon (Sam Rockwell) ne appare l’esempio più lampante, razzista e omofobo, nonché violento e alcolizzato, influenzato da una madre altrettanto – se non più – razzista e omofoba, che fa leva sulla propria posizione di potere.

Willoughby: Se dovessi cacciare tutti i poliziotti con tendenze razziste resterei con tre, che comunque odiano i froci

La trama ha il sapore di una tragedia greca in salsa country. Le differenti giustizie sono il filo rosso che marca il tracciato del film. C’è la giustizia personale, la vendetta, incarnata da Mildred, fredda, cinica, granitica; c’è la giustizia fai-da-te, cieca e soddisfacente, del sanguigno agente Dixon; infine, c’è la giustizia dello Stato, la legge istituzionalizzata, rispettosa dei diritti altrui e per questo talvolta inetta, rappresentata dalla figura carismatica e pacata dello sceriffo Willoughby. Le prime due, nate in seno e risposta alla terza, si dimostrano capaci di generare solamente una spirale in cui violenza chiama violenza, odio chiama odio: le sottili minacce e le velate ostilità sfociano in aperte manifestazioni, come la defenestrazione dell’agente pubblicitario Red Welby (Caleb Landry Jones) per mano di uno sconvolto agente Dixon, il lancio notturno di bombe molotov da parte di Mildred contro la stazione di polizia, l’incendio doloso dei tre manifesti.

Mildred Hayes: If it was me, I’d start up a database, every male baby was born, stick ‘em on it, and as soon as he done something wrong, cross reference it, make 100% certain it was a correct match, then kill him. Willoughby: Yeah well, there’s definitely civil rights laws that prevents that.

Il gesto estremo che funge da spartiacque, il suicidio dello sceriffo Willoughby a causa dell’incapacità di accettare il lento declino imposto dalla malattia, solo ad uno sguardo superficiale esacerba gli animi nella piccola cittadina di Ebbing, mentre, nella realtà, ha intrinseca la capacità, attraverso le tre lettere scritte di proprio pugno dal suicida, di placare silenziosamente la componente distruttiva della vendetta e di convogliare le forze verso la risoluzione – apparente – del caso.

In fin dei conti, una storia originale, realistica, mai noiosa nonostante sfiori quasi le due ore, caratterizzata da dialoghi secchi e incisivi, che merita di essere “vissuta” almeno una volta.

La regia: voto 4,5

Martin McDonagh è nato commediografo. Il teatro, perciò, influenza le scelte tecniche del film. In primo luogo, il montaggio. L’intera vicenda ruota intorno a pochi, significativi luoghi della cittadina: l’area in cui sorgono i tre cartelloni pubblicitari, l’altalena nel giardino dalla casa di Mildred, la strada su cui si affacciano sia la stazione di polizia che l’agenzia pubblicitaria di Welby, il pub dalle luci soffuse e l’atmosfera “western”. McDonagh carica ognuno di questi luoghi di un particolare significato e lo instilla nella mente dello spettatore ripresentandoli periodicamente. Ciò è particolarmente vero per i tre manifesti, rappresentazione non solo di un pungolo per le autorità, ma anche di un luogo di riflessione/ricordo per Mildred, pronta a difenderli da sola anche dall’attacco del fuoco divampante. La camera osa maggiormente nell’inquadratura di questi manifesti, usandoli come soggetti delle poche inquadrature panoramiche della pellicola, al contempo indugia sui personaggi e vi rimane incollata, specie nelle scene più concitate, quasi a voler formare un rapporto di partecipazione tra spettatore e spettacolo.

Willoughby: Jason, Willoughby here. I’m dead now, sorry about that. There’s something I wanted to say to you that I never really said when I was alive. I think you’ve got the makings of being a really good cop, Jason, and you know why? Because, deep down, you’re a decent man. I know you don’t think I think that, but I do, dipshit.

In secondo luogo, i dialoghi. La narrazione procede di dialogo in dialogo, scoprendo lati della personalità dei personaggi e dettagli nascosti precedentemente agli occhi dello spettatore. Sono secchi, talvolta sarcastici, talvolta profondi, farciti di improperi, ma sempre trasudanti realismo e, allo stesso tempo, funzionali nell’evoluzione e sviluppo della trama. In breve, la caratterizzano.

Il cast: voto 5

Il ruolo principale, Mildred Hayes, è stato affidato alla cinque volte candidata Oscar Frances McDormand, moglie del regista Joel Coen. Una antidiva, come è stata definita da Vogue, capace di trasmettere al personaggio, anche nel vestire e nel relazionarsi, tutte le sfaccettature del dolore causato da una perdita così brutale, indossando un’armatura di cinismo e assenza di empatia che si crepa solamente nel finale, attraverso un mezzo sorriso di speranza. Intorno a lei, McDonagh ha radunato un cast di prim’ordine, testimoniato dalla doppia candidatura all’Oscar per il miglior attore non protagonista. Uno è Woody Harrelson, nel film lo sceriffo Bill Willoughby, figura carismatica nella prima parte ed eminenza grigia nella seconda, l’altro è Sam Rockwell, nel film l’agente Jason Dixon, il poliziotto bigotto e razzista la cui figura ha ricevuto aspre critiche per l’apparente percorso di redenzione che intraprende nel corso della trama. Entrambi sono vecchie conoscenze del regista, già interpreti in 7 psicopatici.

Martin McDonagh: “il segreto è essere fedeli anche ai personaggi più piccoli, come se ognuno di questi potesse essere il protagonista di un suo film personale. In fondo è come nella vita reale; ognuno di noi pensa di essere il protagonista del film della sua vita. Anche se si tratta di una scena di due pagine o una sequenza da due battute non bisogna pensare che nessun personaggio sia secondario, è necessario vederlo come un essere umano reale, qualcuno più arrabbiato, qualcun altro più divertente, ma fondamentalmente esseri veritieri”

In una trama così complessa e naturale, ogni personaggio ha una propria complessità e si ritaglia il proprio percorso, contribuendo alla resa veritiera del film. Compaiono così l’eccentrico e vagamente omosessuale agente pubblicitario Red Welby (Caleb Landry Jones, presente anche in “Scappa – Get Out”), il nano innamorato di Mildred James (Peter Dinklage), la vedova dello sceriffo Anne (Abbie Cornish, già presente in 7 psicopatici), il figlio contrariato dai metodi della madre Robbie (Lucas Hedges) e il violento ex marito ora fidanzato ad una 19enne Charlie (John Hawkes). La forza di questo cast, insomma, sta nell’importanza attribuita ad ogni ruolo, nessuno escluso.

Conclusione

Ebbing, Missouri, non esiste. È lo strumento di cui il regista si serve per portare in scena uno spaccato crudo di vita del Midwest, ammantandolo di una qualche parvenza da film poliziesco. Three Billboards Outside Ebbing, Missouri non cita mai direttamente le questioni “alte” della contemporaneità, ma le implica di dialogo in dialogo, dal concetto di giustizia a quello di odio, mettendo a fuoco una società americana che ancora deve affrontare e discutere di intolleranza e violenza nei confronti del diverso, che sia il pensiero, la conformazione fisica, il colore della pelle o l’orientamento sessuale. Il film ha il pregio di riportare – o meglio di dare nuova forza – al dibattito su tematiche che si credevano risolte e acquisite, invano, elevandosi a manifesto programmatico dei nostri tempi. Nonostante l’ endorsement dei BAFTA inglesi possa essere più una zavorra che un incentivo, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri possiede tutte le carte in regola per ambire alla statuetta più prestigiosa.

di Cheng Hao Xu

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