Non solo dettagli – Parte prima: Greco

Mauro Tessali camminava rapidamente. Guardò l’orologio: le tre del mattino. Non era freddo, ma tirava quel greco di settembre che s’infila sotto il maglione e la sciarpa e rizza tutti i peli pure ad un calvo. Si stava meglio sul vaporetto, pensò. 26 anni e faceva il marinaio per la compagnia locale di trasporti pubblici. Era di Chioggia, Mauro, e si sentiva più a suo agio su un’imbarcazione che fra le calli di Dorsoduro, che pur non essendo considerabili terraferma non dondolavano come il battello su cui prestava servizio.
La serata non era neanche lontanamente finita: ci sarebbero voluti ancora dieci minuti per raggiungere Piazzale Roma, poi la sua auto nel parcheggio, e da lì un altro quarto d’ora per arrivare a quello sputo d’alloggio che si poteva permettere a Mestre.
‹‹Almeno domani inizio di pomeriggio›› si consolò sbuffando.
Sbucò da Calle dei Guardiani, attraversò un ponticello e svoltò a destra lungo Fondamenta dei Cereri.
Fu allora che accadde. Un sensazione fastidiosa, un “tic” appena percettibile sulla testa. Impossibile, pensò Mauro: il greco aveva scacciato ogni nube e il cielo era limpido fino all’orizzonte. Inoltre la gocciolina non gli era parsa fredda, e pioggia tiepida a fine settembre non s’era mai vista. Mauro si portò la mano ai capelli e tastò il punto in cui si sentiva bagnato. Osservò l’indice e il medio, e la luce del lampione appena dietro di lui gli permise di vederne il colore: un rosso denso e scuro. Il ragazzo, vincendo l’irrefrenabile impulso alla paralisi, alzo la testa lentamente: dal balcone del primo piano gocciolava un liquido scuro, lo stesso che gli aveva imbrattato i capelli. Mauro accese la torcia del cellulare e illuminò la piccola, inquietante pozza vermiglia che si stava formando davanti all’uscio del palazzo. Un brivido gli corse lungo la schiena, ma il colpevole non era più il dannato greco di fine settembre. Istintivamente, inconsciamente, si portò le dita al naso: un olezzo di ferro e d’organico.
Era sangue.

La sigla di Braccio di Ferro invase la stanza. Andrea Russo ci mise un momento a capire cosa diavolo stava accadendo. Poi scostò le coperte e allungò un braccio verso lo schermo del cellulare. I pixel retroilluminati gli comunicarono la felice ora: le quattro meno dieci.
‹‹Dio…›› Represse una bestemmia mentre accettava la chiamata.
‹‹CHI È???››
‹‹Dottore… sono Nicola. Mi spiace svegliarla.›› La voce era sincera, e ciò calmò Andrea.
‹‹Che vuoi? Che è successo?››
‹‹È stato trovato un cadavere a Fondamenta dei Cereri, un uomo anziano. Pare sia omicidio.››
E allora Andrea lasciò uscire quella bestemmia.

Erano le quattro e mezza quando scese dall’imbarcazione della Polizia di fronte al numero 2478A di Fondamenta dei Cereri.
‹‹Che freddo maledetto…››
Non era vero. Andrea era abituato a temperature ben più rigide. Le lamentele erano dovute alla levataccia.
L’ispettore Nicola Proietti, in borghese, era davanti all’uscio e conversava con un agente della Scientifica.
‹‹Buongiorno, vicequestore!››
‹‹Mi prendi per il culo?›› Rispose Russo ‹‹E allora, che abbiamo qui?››
‹‹Il cadavere è al primo piano. Venite.›› Fece il tizio in tuta di plastica bianca della Scientifica.
Senza dire altro, i tre s’incamminarono su per una scala di marmo con il corrimano in legno. Al primo piano svoltarono a sinistra ed entrarono in un appartamento. E che roba! Il salotto era spazioso e ben arredato: un divano e due poltrone erano posti di fronte ad un televisore LCD da almeno quaranta pollici e sul pavimento davanti ad esso era steso un elegante tappeto persiano. Le mensole e i mobili erano bianchi e pieni di libri d’ogni forma e colore. Una porta a finestra aperta dava su un piccolo balcone decorato da gerani rossi e bianchi. Il parquet aveva qualche ammaccatura, chiaro segno di una casa vissuta, ma tramite la sua lucidità pareva vantarsi dell’encomiabile ordine del proprietario.
Ed era proprio questi a rovinare completamente la scena: supino a terra e con le mani scomposte stava un vecchio con la bocca spalancata. I muscoli ormai rilassati del viso non riflettevano l’espressione degli occhi, vitrei e bloccati in una mimica d’orrore. I fari alogeni posizionati dagli uomini della Scientifica, che gli si affaccendavano attorno, facevano risplendere d’un rosso scarlatto la pozza di sangue che s’era allargata sul pavimento. Il cadavere era vestito bene: una bella camicia a righe verticali blu sbucava da sotto il maglioncino di cashmere azzurro, imbrattato di materia ematica; i pantaloni di tessuto marrone erano stirati e immacolati, e ai piedi portava un paio di mocassini di pelle di camoscio. Dal corpo un sottile rivolo di sangue scorreva verso la finestra, e da lì giù dal balcone.
‹‹Buongiorno!›› Fece un’altra tuta bianca ‹‹Lei dev’essere il nuovo vicequestore… Russo, giusto?›› E tese la mano.
‹‹E lei è?›› Replicò Andrea stringendola.
‹‹Commissario capo Antonio Sartor, molto piacere››
‹‹Non posso dire altrettanto. Chi è il poveraccio?››
‹‹Luigi Cosma, 80 anni. L’hanno accoltellato.››
‹‹E le ci vuole una laurea per sapermelo dire?››
L’altro si fece scivolare la provocazione addosso. ‹‹L’ha trovato il vicino di casa. Un giovane marinaio dell’Actv stava passando qui sotto verso le tre quando un goccia di sangue gli è caduta in testa. Se n’è accorto e ha provato a citofonare, ma non ricevendo risposta ha suonato al vicino, il quale ha bussato. Dopo un quarto d’ora che nessuno rispondeva, hanno chiamato il 112.››
‹‹Il ragazzo e il vicino sono ancora qua?››
‹‹Sì, sono nell’appartamento dall’altra parte del pianerottolo.››
‹‹Grazie, commissario.›› E fece per uscire.
‹‹Ah, vicequestore!›› Lo fermò Sartor ‹‹Questa povera anima è morta da poco. Il pavimento è lievemente inclinato verso il balcone, è per questo che il sangue scorre da quella parte. Direi che a percorrere il tragitto non può averci messo più di un dieci minuti, e sicché stava già gocciolando in strada alle tre non credo che l’omicidio sia avvenuto prima delle tre meno venti››
Andrea annuì ‹‹C’è altro?››
‹‹No. Vada pure.››

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