Damien Hirst a Venezia: la mostra del dubbio

E all’inizio una parte di me vuole crederci. Disperatamente. È possibile che davvero mi sia persa una notizia del genere? Nel 2008 hanno trovato un relitto a largo della costa Sudorientale dell’Africa, i cui ritrovamenti sono esibiti in questa mostra? Certo che no. Il liberto romano che avrebbe dovuto possedere la nave non è mai esistito e il relitto, pensate un po’ come si chiama? Apistos, dal greco. Un composto che si potrebbe rendere con il monito “non-fidarti”. Unbelievable è la traduzione un poco insoddisfacente dell’inglese e l’unico avvertimento fornito a visitatori perplessi che aggrottano le sopracciglia già dalla prima sala. “Ma io ho davvero pagato 18 euro biglietto intero per vedere una presa in giro? dei video di statue ingombranti messe in una piscina con i coralli di plastica e la sabbia finta e tirate su apposta per la mostra? dei colossi che c’è scritto siano di bronzo, ma chissà se delle didascalie ci si può fidare?”. Eh già. Mi scuso per l’ingrato compito di dover fare spoiler per tentare di spiegare una mostra il cui senso non è chiaro nemmeno dopo aver visitato entrambe le installazioni, a Punta della Dogana e a Palazzo Grassi. Perché il gioco non sta tanto nell’idea di vedere opere d’arte false, se così possiamo definirle. L’idea è che ogni opera tratta in salvo dal “mondo antico” di Hirst abbia qualcosa di vero e qualcosa di falso. Ogni breve spiegazione di accompagnamento inizia con una parte descrittiva più o meno fedele al vero – “questo è cerbero, poi c’è la testa di Medusa, e guardate che bello il Buddha e il Dio Mercurio nella stessa sala…” – e finisce con una spiegazione verosimile di usanze antiche, tendenzialmente con qualche notizia vera e qualcuna falsa. La concentrazione richiesta è troppa per seguire con attenzione ogni didascalia e i dubbi cominciano ad insinuarsi anche in una pseudo antichista come me. Mi ritrovo a chiedermi “…ma gli Egizi si facevano i tatuaggi? quella faccia di faraone non è un po’ troppo simile a quella di Rihanna? le composizioni statuarie delle lotte dei giganti, in che parte del libro di archeologia erano che me le sono perse? sul serio in Mesopotamia appiccicavano foglietti dorati alle statue come dono votivo? va bene che i miti parlano dei ciclopi, ma questo teschio votivo monoculo cosa mi rappresenterebbe?” 

E poi eccolo, Topolino per manina col “Collezionista”, il nostro caro Damien. Per fortuna non è l’unico personaggio Disney presente nelle sale a rassicurare gli astanti: “eccoci, veniamo dalla tua epoca come tutto il resto in questa mostra e come tutto il resto ti sorridiamo con ironia. E dietro il nostro sorriso puoi vedere quello canzonatorio dell’artista”. Uno spettatore di cultura media non è in grado di distinguere la truffa dietro ogni spiegazione e si ha la sensazione che lo scopo ultimo dell’artista sia proprio quello di far uscire i visitatori storditi e vacillanti, come le loro certezze. Straniati già dal gioco di parole che li accoglie a Punta della Dogana, sull’architrave d’ingresso alla prima sala: “Between lies and truth lies the truth”. Incerti già prima di entrare, quando hanno deciso di finanziare un personaggio tanto controverso. Tanto esagerato, esibizionista, egocentrico che Picasso e Dalì in confronto sembrano due agnellini che belano remissività. Apparentemente ossessionato dal tema della morte, il più grande terrore della società odierna. Una fabbrica di scandali macabri, di monstra baroccheggianti. Artista? Forse. Il dubbio che mi sorge più impellente, tuttavia, è se lui sarebbe in grado di capire la propria mostra: chi è che sta dietro ai singoli dettagli, alle invenzioni giocose e alle sterminate conoscenze indispensabili alla realizzazione delle didascalie? Le opere trasudano superbia. La superbia di una conoscenza che non vuole essere accessibile, una gigante fake news.

I commenti dei visitatori sono dei più diversi: alcuni, li vedi che studiano arte anche da metri di distanza, cercano di cogliere il senso. E allora iniziano con pomposi discorsi sulla questione del falso come opera d’arte: perché non solo le opere sono concepite per essere un imbroglio, ma alcune sono la copia di quelle “originali” pescate dall’Oceano. In pratica, sono copie di falsi. Altri visitatori si esibiscono in risolini sofisticati fingendo di capire ogni parola e altri ancora escono frustrati e scattano in moti di rabbia vociando che “non è una mostra per tutti, è antidemocratica”.

Il problema è che io, personalmente, l’ho trovata geniale. Non vorrei ammirarlo e lo ammiro. Non vorrei sorridere meravigliata e mi ritrovo involontariamente a curvare le labbra.

E Hirst ci è riuscito di nuovo, ad attirare l’attenzione.

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