Il migliore amico di Dante

“Correva l’anno tal dei tali, e l’orologio della torre suonava le dieci battendo venti rintocchi perché era balbuziente…”

È il 7 ottobre 1949, siamo in Italia, e queste parole accompagnano uno dei testi più controversi e meno conosciuti del nostro Novecento. Stiamo parlando di un’opera dichiaratamente popolare, difficile da collocare con sicurezza nelle tassonomie della letteratura. E stiamo parlando di un autore fragile e sofferente, che non è mai entrato nel canone letterario del nostro Paese. 

Guido Martina è passato alla storia col soprannome di Professore, ma in realtà fu insegnante soltanto per pochi semestri. La sua passione era la scrittura, e ad essa dedicò tutta la vita.

Martina nacque nel 1906 a Carmagnola, e durante il Ventennio si distinse in alcuni concorsi teatrali indetti dal partito fascista. Dopo anni di glorie e miserie, la svolta arrivò nel secondo Dopoguerra; l’Italia si era riscoperta giovane e curiosa, e soprattutto avida di divertimenti. Fu proprio allora che un esercito di artisti silenziosi lavorò per dare al Paese la possibilità di sorridere di nuovo.

Guido Martina fu un poeta, uno sceneggiatore e uno scrittore di buon livello. Ma fu soprattutto un uomo dalla psicologia delicata, al limite del nevrotico. Spesso era intrattabile e difficilmente scendeva a compromessi. Ci voleva un gran fegato per assumerlo in una redazione e fu Mondadori, il grande editore, ad accettare la scommessa: piazzò il talento poliedrico di Martina nella redazione di Topolino, e senza saperlo contribuì alla realizzazione di uno dei pezzi più graziosi e interessanti del manierismo letterario.

Topolino era approdato in Italia assieme alle truppe alleate nel 1943, e nel 1949 contava già migliaia di abbonati. La redazione era una falange compatta di traduttori, sceneggiatori e disegnatori che traducevano le storie d’oltreoceano adattandole alla cultura italiana. Una lunga e difficile operazione, che doveva rimanere rigorosamente anonima: nessun nome poteva comparire sulle storie, ad eccezione della firma di Walt Disney, unico autore riconosciuto della mitologia di Topolino.

Martina arrivò alla redazione e si scontrò praticamente con tutti. Fu tra i primi a capire quanto importante fosse produrre delle storie originali, nate e pensate per il contesto italiano, in modo da penetrare più capillarmente nelle giovani generazioni del Bel Paese. E qui entra in scena il suo capolavoro, a cui possiamo finalmente dare un nome.

L’Inferno di Topolino compare dunque nell’ottobre del 1949, e possiamo considerarlo un tentativo ironico ma ambizioso di porsi in continuità col primo cantico della Commedia dantesca. Martina cura la trasposizione in fumetti di trentatré canti e il risultato è tutt’altro che semplificante. Innanzitutto, Martina è un verseggiatore, e riempie le didascalie di terzine dantesche incatenate (recuperando così il ritmo stesso della Commedia); in secondo luogo, egli è un profondo conoscitore del poema e cerca di rispettarne gli avvenimenti principali. Così, troviamo i grandi poeti classici nel Limbo, Caronte il traghettatore, Paolo e Francesca e persino Pier delle Vigne.

La ricostruzione fumettistica dell’Inferno risulta assai complessa, e il risultato è spettacolare. Si rimane subito rapiti dagli ingranaggi della storia, e tutta l’attenzione del lettore è concentrata sul paragone continuo che si sviluppa tra il fumetto e l’opera magna: Martina, tramite la leggerezza tipica di Topolino, riesce a farci saltare dal fumetto al grande poema e viceversa; ci allieta con una serie di citazioni, di preziosi ammiccamenti, di riferimenti che il lettore più o meno istruito può intuire senza grossi sforzi. La sua opera va letta quindi con gli strumenti della geologia: è stratificata, complessa, tutt’altro che banale.

Da un punto di vista grafico, i disegni di Angelo Bioletto (vecchio amico di Martina) sono accurati e sorprendenti. Facciamo almeno un esempio: all’inizio della vicenda, Topolino (che interpreta Dante) e Pippo (che interpreta Virgilio) vengono letteralmente “assorbiti” dal testo della Commedia. L’intero episodio è un omaggio alle celeberrime incisioni di Gustave Doré; è infatti uno dei suoi alberi scuri ad afferrare i nostri protagonisti e a trascinarli nell’universo sistemico della Commedia dantesca. 

Da un punto di vista editoriale, la storia riscosse un grande successo; LInferno di Topolino fece così tanto scalpore da attirare l’attenzione di Walt Disney in persona, il quale, per la prima volta, permise ad uno sceneggiatore di firmare il suo capolavoro. Martina andò sempre orgoglioso di questo suo piccolo record: per più di trent’anni, infatti, fu l’unico artista a vedere il suo nome accanto a quello dell’inventore del fumetto.

Al giorno d’oggi, L’Inferno è un pezzo pregiato per i collezionisti, e Guido Martina un nome incapace di suscitare anche un solo ricordo. La fama dello scrittore fu infatti breve: dopo altre collaborazioni “culturali” (rifece grandi capolavori come la Gerusalemme liberata, Il conte di Montecristo e i racconti di Cyrano de Bergerac) sprofondò nell’anonimato, e dedicò trent’anni della sua carriera alla cosmogonia della Disney; a lui dobbiamo il battesimo di personaggi ormai proverbiali, come Archimede Pitagorico e zio Paperone. Negli anni Settanta, Martina perse il brio che costituiva il quid dei suoi rifacimenti; le collaborazioni con la Disney si fecero sporadiche e, negli ultimi dieci anni, poche delle sue storie videro la luce dell’edizione.

Martina era uno scrittore tremendamente prolifico e un uomo davvero tormentato. Egli tendeva a trasferire le sue nevrosi nei personaggi disneyani: il suo Paperino è cattivo e vendicativo, zio Paperone è un avaro dal coltello facile, e Gambadilegno un criminale spietato. Spesso Martina litigava coi disegnatori perché questi si rifiutavano di disegnare la sua violenza in un fumetto per ragazzi; e persino nei riquadri dell’Inferno non è così difficile leggere, tra le righe, le punte più veementi della sua voce poetica. Tuttavia, almeno nell’Inferno possiamo leggere il miglior Martina: tutto si tiene, tutto convive con straordinaria leggerezza. Dalle terzine dichiaratamente dantesche ai riferimenti al mondo contemporaneo, ogni piccolo particolare rende L’Inferno un capolavoro grafico-letterario, che troppo facilmente viene dimenticato o relegato a mero oggetto da collezione.

Mi piacerebbe chiudere questo accorato ricordo di Guido Martina riportando la conclusione del suo piccolo chef-d’oeuvre. Ormai usciti dai gironi infernali, Topolino e Pippo si imbattono nientemeno che in Dante, che ci appare come un gigante dai tratti severi e austeri. Con la sua leggerissima ironia, Martina affida a Dante la conclusione del fumetto, innalzando inaspettatamente il timbro poetico. Le parole – o meglio i versi finali sono propriamente lirici:

E riferisci che s’io mi fui quello

ch’un dì gridava pieno di amarezza:

“Ahi serva Italia di dolore ostello!”

oggi affido al mio verso la certezza

d’una speranza bella e pura, e canto:

“Oh santa Italia, nido di dolcezza…

Oh patria mia, solleva il capo affranto,

sorridi ancora o bella tra le belle,

o madre delle madri asciuga il pianto!

Il ciel per te s’accenda di fiammelle

splendenti a rischiarar ancor la via,

sì che tu possa riveder le stelle!

Con queste parole, il 12 marzo 1950, Guido Martina concludeva il suo più grande capolavoro. E se consideriamo il panorama italiano dell’epoca, un simile invito all’Italia non suona affatto ridondante: il Paese usciva da una guerra devastante e muoveva passi incerti sul terreno della democrazia moderna. Parlando ai giovani che sognavano l’avvenire ma temevano anche le incertezze del presente, Martina scriveva con calore e sincerità: all’Italia spettava un grande futuro. Io vedo in queste terzine un capolavoro neorealista, vedo l’ultima pennellata di uno scrittore silenzioso e tormentato, che fu perdutamente innamorato dei suoi personaggi fino alla morte.

Curiosità:

Martina, lo sceneggiatore, e Bioletti, il disegnatore, si auto-rappresentano come “traditori massimi”, prendendo ironicamente il posto riservato a Giuda, Bruto e Cassio. Davanti a loro, Dante li accusa di aver tradito la grandezza del suo poema.

di Federico Sessolo

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