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Note dal fronte orientale #5

L’Ibdaa Cultural Center è un grande edificio a Dheisheh camp. Oh, grazie, direte. Ma cos’è l’Ibdaa e cos’è Dheisheh camp?

Dheisheh è un campo profughi del 1948, situato tre chilometri a sud di Betlemme. In settant’anni le tende hanno ceduto il posto alle case di mattoni, le fognature a cielo aperto ai canali cementati. In poco più di un chilometro quadro di spazio vivono circa quattordicimila persone: le generazioni figlie dei profughi del primo conflitto arabo-israeliano. I bambini sbucano da ogni dove come gatti, si arrampicano tra le mura dismesse e gridano, hallo, what’s your name?, lo ripetono di continuo. In questo posto, l’Ibdaa è un centro istituito per ripigliare su i giovani del campo profughi incanalando la loro energia in attività produttive. Dopo vent’anni di sforzi, nell’Ibdaa oggi si può trovare un ostello e una casa di accoglienza per attivisti internazionali, laboratori di street art e murales, le scuole per ragazzi e ragazze, nonché qualcosa di simile a un consultorio per queste ultime. E, cosa più importante, le innumerevoli squadre di basket dei fioi e delle fie di Dheisheh camp. Le fotografie mostrano un’armata di volti schierati in posa in palestra, il pallone da basket tra le braccia.

Sono già stato qui dentro un anno fa. Avevo salito le scale ed era come essermi passato l’intera storia della Palestina dopo il 1948. Le tende dei campi profughi, le collane di filo spinato e i ciondoli con appese le chiavi di casa di chi era fuggito o di chi era stato costretto ad abbandonare la propria dimora. Le fionde dell’Intifada, i carri armati coi cingoli insabbiati: tutto riportato sulle pareti della rampa di scale dell’Ibdaa.

La sera siedo ad un tavolo tra il fumo dei narghilè e le voci degli uomini che giocano a carte. La gente che percorre l’Ibdaa è la più svariata: dalle ragazze che lasciano i volantini per l’otto marzo agli attivisti internazionali, dagli uomini che trincano chay ai gatti che scrutano dentro alla stanza dal buio del balcone. Siedono di fianco a me dei pezzi da novanta, a dir poco: c’è uno che si è appena fatto la galera in Israele e zoppica per le botte, un altro che è stato investito da un blindato durante la Prima Intifada. Questo mi indica un ragazzo affetto da trisomia 21 che ci cammina accanto. Vedi quello lì?, mi chiede.

Io lo vedo e annuisco, sì, capo.

Quindici anni fa lui ha fatto fuori un carro armato.

Lo guardo negli occhi per capire se mi sta pigliando per il fondoschiena. E com’è che avrebbe fatto fuori un carro armato, esattamente?, chiedo.

Lui si rivolge direttamente al ragazzo, ehi, M., dico ma ti ricordi quella volta che hai tirato il sasso sul cingolo del carro armato e quello si è ribaltato?

Il ragazzo non risponde per via della sua malattia, si limita a sorridere ed annuire.

Visto?, mi chiede l’uomo, ha beccato il cingolo nel posto giusto e facendo manovra si è ribaltato. Poi i soldati sono arrivati a manipoli, dovevi vedere: hanno chiuso la strada, hanno piazzato i cecchini sui tetti, di tutto e di più. Non ci credevano che a ribaltare il carro armato fosse stato un fiol con una pietra.

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