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La Traviata

La Fenice è uno dei teatri più famosi al mondo. Incute una buona misura di timore reverenziale, è un tempio dell’arte che sembra inavvicinabile: andarci è un’esperienza da fare, certo, ma forse in un futuro lontano, distante dalla quotidianità della vita studentesca.
E’ invece più accessibile di quanto si creda: e così, dopo esserci tirati a lucido – in fin dei conti, è sempre della Fenice che stiamo parlando – e con in mano i nostri biglietti last minute, anche noi collegiali abbiamo mosso i nostri passi tra i suoi palchi stuccati e le grandi scalinate di marmo.
Poi, nel buio della grande sala, ecco le note della Traviata alzarsi solenni, i movimenti sentiti tante volte prendere lentamente forma mentre il sipario si alzava presentando Violetta al pubblico.
Seduta sul mio sgabello di velluto, mi immaginavo sfarzosi abiti di metà ottocento, acconciature voluminose, marsine di seta. Ma sulla scena i convitati si davano ai balli ed ai festeggiamenti in tubini di paillettes e camicie a stampa, mentre Alfredo si esibiva sfoggiando una giacca di pelle ed il virtuosismo disinvolto di un “pianista di piano bar”.
Da studentessa di antichistica, non posso che trovarmi d’accordo con la volontà di tentare un dialogo con il classico: e la Traviata si presta bene ad un simile proposito. L’ambiente sociale, gli amori che Verdi mandò in scena per la prima volta in quello stesso teatro già nel 1853, sono rimasti gli stessi: cambiati d’abito ed al passo con le mode, oggi li andiamo a sbirciare al cinema.
Ma fino a dove ci si può spingere?
Mentre i gitani, al secondo atto, si profondevano in un’esibizione di danza che sarebbe stata più a suo agio tra le pareti di un night-club che tra quelle di un teatro, mi sono domandata fino a dove l’adattamento spinge un’opera dentro alla cornice della contemporaneità per farcela apprezzare con più facilità, e quando invece le sottrae valore.
E’ una questione già scandagliata a dovere da voci ben più autorevoli della mia, ed infatti non sono giunta ad una conclusione, se non quella che nel mare delle opinioni in cui mi stavo addentrando l’unico salvagente a cui aggrapparsi era quello della mia sensibilità individuale: nel panorama sconosciuto dell’opera lirica, mi restava da affermare con sicurezza soltanto di essermi sentita commossa e contrariata insieme.
Certo il tono e le parole struggenti della protagonista moribonda mi avrebbero emozionato anche se non l’avessi vista consumarsi tra le pareti di una soffitta spoglia, distesa sul pavimento di fronte allo schermo squallido di un televisore in stand-by; e avrei sicuramente disprezzato il vecchio Germont senza bisogno che vestisse i panni di un grigio uomo d’affari dal cuore di pietra.
Presentatimeli così, però, li ho sentiti più vicini e più veri.
Forse sul terreno sdruccevole della fedeltà all’originale, in bilico tra pedanteria antiquaria e demolizione senza regole, a tratti la rappresentazione sembrava stentare a reggersi in piedi; ma l’umanità e l’universalità della musica di Verdi l’hanno mantenuta salda.

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