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5. Amare le domande stesse come stanze chiuse

Una luce delicata filtra attraverso le tende, e si diffonde in tutta la stanza. Soffusa, impregna dei suoi tremolii le pareti intonacate, si riflette sulla vernice delle porte e sull’argenteria, rende luminescenti le figure che ci stanno di fronte. È uno di quegli attimi in cui ci si sofferma a guardare il pulviscolo che fluttua alla luce del sole, in cui tutto sembra quasi statico. Siamo soli in una stanza vuota. Soli, di fronte a una finestra, a una porta, che si aprono su qualcosa che non riusciamo a vedere. E siamo immobili.

“Necessaria è una cosa sola: solitudine, grande solitudine interiore. Volgere lo sguardo dentro sé e per ore non incontrare nessuno: questo bisogna saper ottenere. Essere soli come eravamo soli da bambini, quando gli adulti andavano e venivano, compresi di cose che parevano importanti e grandi perché i grandi sembravano tanto affaccendati, e perché del loro agire non capivamo nulla.

E quando un giorno ci si accorge che le loro occupazioni sono misere, le loro professioni impietrite e senza più legami con la vita, perché allora non continuare a guardarli con occhi di bambino, come estranei, dalla profondità del proprio mondo, dalla vastità della propria solitudine, che è anch’essa lavoro e rango e mestiere? […]

Pensi, caro signore, al mondo che lei reca in sé, e chiami quel pensiero come vuole; sia esso ricordo della propria infanzia o nostalgia del proprio futuro – solo presti attenzione a quello che in lei si va destando, e lo ponga al di sopra di tutto ciò che nota intorno a sé.”

R. M. RilkeLettere a un giovane poeta – Roma, 23 dicembre 1903

I quadri di Carl Vilhelm Holsøe (1863-1935) e Vilhelm Hammershøi (1864-1916) ci sospendono in questa condizione. Ci troviamo al chiuso, in stanze ordinate, spesso austere, dalle tinte tenui. La luce è diffusa, ma come centellinata. Si posa ovunque, ma ci sentiamo solo sfiorati, abbiamo la sensazione che non sia sufficiente quello che vediamo. È verso di essa che ci sentiamo attratti. Oltre la finestra, oltre la porta. Al di là di questi ostacoli si trova sicuramente la risposta che cerchiamo: cosa vi sia nella stanza accanto, cosa stia succedendo fuori, se sia estate, se si sia in città o in campagna. Se al di là del velo della realtà vi sia qualcosa di superiore, un Grande Architetto, se la morte sia la porta per un’altra Vita, o se sia davvero il termine della nostra esperienza, e materiale e spirituale. Se ci sia un senso alla nostra esistenza. Holsøe e Hammerhøi riescono a fotografare questi interrogativi universali, a restituire con pennellate sobrie e che ricordano Vermeer il bisogno di andare oltre, il dubbio dell’uomo moderno di fronte alla vita, alla morte, alla spiritualità. Come nella vita, scorgiamo solamente qualcosa fuori dalla finestra, vediamo solo una parte della stanza accanto, intuiamo soltanto quale sia il percorso da seguire. Benché siamo incerti ed esitanti, vediamo come la possibilità di scoprire sia di fronte a noi, a pochi passi di distanza. La scelta di intraprendere questo percorso di conoscenza è esclusivamente nostra. Ma a quali domande cercare una risposta? Dove dirige questo percorso?

Sono pochi, in questi interni, i dettagli che ci rimandano alla realtà concreta, eppure si rivelano sufficienti per darci un’illusione di accogliente familiarità. È dalla nostra quotidianità che parte la nostra ricerca, è dalla sicurezza della nostra routine che nascono i dubbi. Sono momenti sospesi quelli in cui per la prima volta ci avventuriamo, anche solo per un breve istante di consapevolezza, verso la luce al di là della finestra. E non è quindi un caso che queste stanze siano quasi vuote, se non per questi particolari: se dalla realtà si deve partire, è dalla realtà che si deve in qualche modo astrarre per riuscire a trovare delle risposte. Le stesse figure femminili che ogni tanto ci troviamo di fronte, seppur rassicuranti con la loro presenza umana, sono dimentiche di noi e del nostro turbamento. Sono impegnate a leggere, a ricamare, scrivono lettere. I loro abiti semplici si armonizzano con l’ambiente, di esso fanno parte: bianco-grigiastri come le pareti, scuri come il legno del mobilio. Dato che non si lasciano turbare dalla nostra presenza, non ci rivolgono il loro sguardo e non riusciamo a vederle chiaramente in volto. Anzi, spesso ci danno addirittura le spalle. La loro presenza dà un po’ di calore, ma è come se appartenessero a una realtà parallela alla nostra. Nella loro pacata sicurezza, nel loro muoversi senza esitazioni in questo spazio che tanto ci turba, sembrano figure di mediazione, rappresentanti di quell’umanità che ha già raggiunto una forma di convivenza appagata con questa condizione di dubbio. Sono loro, spesso, a portarci a guardare fuori dalla finestra, a suggerirci di seguirle oltre la porta. Sono compagne taciturne e distanti, non risponderanno alle nostre domande, non ci offriranno soluzioni o percorsi per arrivare a comprendere, ma si limiteranno a offrirci la loro presenza concreta.

La forza del valore simbolico di queste immagini sta proprio nel fatto che sta a noi stabilire come giungere alle risposte. Sta a noi intraprendere un percorso di deduzione, di epifania mistica, di astrazione, di metodo scientifico, religioso, sapendo però che non ci è dato sapere se si tratti di quello giusto. È il dubbio la cifra più potente di questi quadri, che traduce l’incertezza dell’umana condizione: nell’altra stanza potremmo non trovare niente, la luce potrebbe essere solo uno scherzo dell’immaginazione. Ciò che è straordinario nel lavoro dei due danesi è rendere esattamente la quotidianità del dubbio, non la sua eccezionalità. La familiarità delle stanze ci restituisce la nostra vita di ogni giorno, inscindibilmente legata a questi interrogativi che non possiamo non porci, in quanto esseri umani. Sta a noi la scelta se rinunciare a cercare di rispondere, rimanendo dove ci troviamo e godendoci la luce soffusa che così riceviamo, oppure se intraprendere quel percorso oltre e convivere con il dubbio che questa esistenza comporta.

“Lei è così giovane, così nuovo a ogni inizio, e io vorrei pregarla come posso, caro signore, di essere paziente verso l’insoluto nel suo cuore, e di tentare di amare le domande stesse come stanze chiuse, e come libri scritti in una lingua molto estranea. Non ricerchi ora le risposte, che non possono esserle date perché non le potrebbe vivere. Mentre si tratta appunto di vivere tutto. Ora viva le domande. Forse così a poco a poco, insensibilmente, si troverà un giorno lontano a vivere la risposta.”

R. M. Rilke, Lettere a un giovane poeta – Worpswede presso Brema, 16 luglio 1903

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