Diario palestinese #5: TIBERIADE

Dietro davanti di fianco a me si distendevano le sponde del lago di Tiberiade. Su quelle sponde il nostro gruppetto saltellava di roccia in roccia, massi tondi lisci e grossi come uova di dinosauro. C’erano Lori BP che fiutava l’aria guardingo, Elvira che squittiva assieme a Cos e alle altre ragazze, Riki si dondolava sopra ad un sasso ondeggiando le due braccia tese e io che me ne stavo seduto a gambe incrociate a scrutare i profili del paesaggio intorno a noi, pensieroso. Le colline coltivate che arabi e israeliani sfruttavano per le piantagioni di olivi, soprattutto, ma anche di altri piccoli arbusti, delineavano rettangoli verdi perfetti, che a tratti seguivano l’ondulazione delle piccole montagnette, ora brulle e rocciose, ora barbute di sporadici cespi. Non fosse stato per quel vento che aveva origine dal cuore del lago e per le sue acque che lambivano e inumidivano il terreno circostante, il calore del sole avrebbe bruciacchiato ogni cosa, dalle radici sporgenti degli alberi ai campi di erbacce, dalle strade asfaltate ai tetti dei conglomerati urbani arroccati sul capo delle colline. E le onde si infrangevano sospinte da quel vento lungo le rive sassose del lago, scaldate da quel sole. Sono quelle le immagini che non mi sarei mai dimenticato di Tiberiade.

Ma cerchiamo di andare per ordine: c’eravamo lasciati a Nazareth, sorellina. La sveglia era scattata a mezzogiorno preciso, dopo tre o peggio due ore di sonno, o qualcosa del genere. Insomma il tempo necessario per fare finta di riposare. Io m’ero levato dalla branda per primo, ero sgusciato fuori dalla coperta di lana pruriginosa ed ero sceso per le scale barcollando. Hai presente come sarebbe potuto apparire uno dei fratelli Dalton che ballonzola spiritato con una palla al piede da trenta chili? Ecco, quello ero io, che mi pareva che il cadavere del sonno mi si fosse attaccato alle caviglie a peso morto. Mai paura, mi ripetevo con una voce arrochita, mentre scendevo, anzi rotolavo, meglio precipitavo lungo le scale. Negli androni principali del piano terra m’ero messo a cercare una buona chicchera, anzi una bella borraccia, meglio una grossa damigiana di caffè, e quando mi ero rivolto alla Guardiana (non conoscendo il ruolo della donna pasciuta e castana che ci aveva accolto all’interno della struttura, la chiamai semplicemente la Guardiana) avevo tentato di spiccicar un qualcosetta in arabo (o un qualcosetta di presunto tale), domandandole nella sua lingua madre se avessi potuto bere una tazza di caffè, come da manuale. L’avevo chiesto una sola volta e, al primo colpo, quella aveva sussultato, era sparita in una stanza e, di caffè, ne aveva portato uno thermos intero, per la gioia delle mie caviglie ancora appesantite dalle grinfie del sonno. Da quel momento fu un balzo in mare aperto: incoraggiato dal primo risultato con l’arabo, quindi reso impavido da tutta quell’abbondanza di caffè, avevo preso in ostaggio la poveretta deciso a imbarcarmi in una conversazione in ‘arabiya. Tuttavia la Guardiana mica lo parlava, l’inglese, e al primo scoglio linguistico – capiamoci, sorellina: dopo le prime tre parole – avevo fatto una fine peggiore del Titanic. Ed eccomi subito lì a balbettare farfugliare sbatacchiare le labbra fra gesti intraducibili sforzi sovrumani e boccacce che manco un pesce rosso immerso nella nitroglicerina. L’unico risultato che riscontravo era l’espressione di inquietudine che aumentava sensibilmente sulla faccia della Guardiana. Allora avevo osato una virata completa verso l’ebraico, ed era andata meglio: infatti tutti i cittadini israeliani, anche se di etnia araba, sono tenuti a imparare la lingua dello stato israeliano, ossia l’ebraico moderno. Attraverso quest’altra lingua capii che la Guardiana doveva accogliere e ospitare, cucinare il cibo e fare le pulizie alla struttura. Intanto che buttavo giù un bicchierino di caffè dopo l’altro, tutti gli altri scendevano per la colazione (la colazione di mezzodì), preparandosi per quella giornata.

Erano scesi i Generalissimi Beppe e Lia, seguiti da Elvira e Mary. Quest’ultima era una studentessa di psicologia di Catania, sorridente, riccioluta di serpentelli biondi che le si attorcigliavano fin sulle spalle e due cristalli di ghiaccio celeste al posto degli occhi. Con questa ti mettevi a scherzare volentieri, mentre con Elvira faticavi a startene dietro alle discussioni, i discorsi, le disquisizioni sui massimi sistemi che chi più ne aveva più ne metteva, e questa di sicuro era lei. Una tipa di giurisprudenza, insomma. Mary, al confronto, si accontentava di molto meno, e con lei si parlava di cose anche più leggere. Detto ciò, stavo spiegando, erano già scesi Beppe e Lia, poi Elvira e Mary, e s’era fatto vedere pure Riki con due occhiaie tanto larghe che parevano inghiottirgli gli occhi, e infine gli ultimi rimanenti del gruppo. E lasciala stare, quella poveretta, mi fece Cos strattonandomi via dalla Guardiana assediata dalle mie domande, e smettila con quel caffè, o ti ci rimedi un infarto. La mora del politecnico mi portò a tavola a far colazione, e la Guardiana si congedò evidentemente sollevata. In quel mentre rientrò pure Lori BP, che a quanto pareva non aveva dormito neanche un pochettino e se ne era uscito per un giro di ricognizione. Non hai mica riposato Lori?, e lui, yep!, I mean nope! Star su con gli orecchi is gonna be better. Io lo osservavo prendere la sua tazza e trincare il suo caffè e non capivo il perché di tanta allerta. Lori BP continuò rivolto a me, non vorrai mica che dorma un paio d’ore solo per rintontirmi, no? Sempre svegli bisogna starsene, tanto più ora che ce ne andiamo fin su a Tiberiade.

Il furgoncino con cui eravamo arrivati da Tel Aviv e con cui avevamo ammaccato un paio di macchine parcheggiate lì a Nazareth ci aspettava fuori dall’edificio. Lasciammo i nostri zaini nei dormitori dei pellegrini, dal momento che avremmo dovuto farvi ritorno quella sera. In quattro e quattr’otto ci mettemmo in viaggio verso il lago di Tiberiade. Durante il viaggio, Beppe si animava ogni qualvolta vi fosse da parlare di posti religiosi: eccolo indicare i ruderi di Cana, dove il Cristo s’era messo a mutare l’acqua in vino – vuoi mica vedere che pure lui aveva origini cimbro-venete? –, ed eccolo ciangottare entusiasta all’apparire del mare di Galilea, dove lo stesso Cristo aveva
raccolto tutti i suoi compagni di manifestazioni. Manifestazioni, fra l’altro, tenute d’occhio da soldati romani colle lame in pungo al posto dei celerini, mica scherzi. E infine eccolo raccogliersi in religioso silenzio una volta smontati dal pulmino a Tiberiade e diretti verso il sito storico della cittadina di Cafarnao, il paese in cui sempre il solito Cristo aveva vissuto, e che fra quelle casupole di cui ora non si vedevano che le fondamenta c’aveva installato il suo quartier generale. Ci trovavamo lì non tanto per approfondire i problemi politico-strategici di quella regione mediorientale, quanto piuttosto per visitare quel cosiddetto “luogo santo”. Ora, non che io fossi molto ferrato in questioni bibliche, ma in quel posto dovevano essere successe un sacco di cose: da quando il nazareno s’era messo a passeggiare sulle acque e moltiplicare i pani e i pesci e via dicendo, a quando aveva chetato il mare e la tempesta ché Pietro e gli altri se la stavano facendo addosso a bordo nave. Insomma, per un pellegrino serio – e non era evidentemente il mio caso – quello doveva essere un posto davvero affascinante. E fu proprio quando scendemmo dal furgoncino e ci trovammo davanti al lago e alle rovine storiche di Cafarnao che Beppe disse a tutti, vedete quelle montagne là in fondo? Quelle montagne sono la Siria. E a me era partito l’embolo di correrci incontro tutto contento, a quelle montagne, e di andare a dare una mano alla rivoluzione kurda in Rojava. Questo se non fosse stato per Riki che intimava a tutti di tenermi fermo.

Dicevamo, posto indubbiamente affascinante per un pellegrino, Tiberiade. Eppure c’era qualcosa di sinistro che vibrava sotto alla calma e al calore di quel sole. E quello fu il motivo per cui, mentre gli altri si aggiravano per il sito scattando mitragliate di foto, ora in mezzo ai ruderi dell’antica sinagoga, ora fra le fondamenta di altri edifici, il mio sguardo seguiva le coltivazioni di olivi e altri arbusti che si distendevano lungo la pianura coltivata, sotto i cigli delle colline, e mi feci dubbioso. Il vento che veniva dal cuore del lago sfiorava le acque che sciaguattavano a riva. Dai sassi sorse il musetto di un mammifero roditore che non avevo mai visto prima, poco distante da me: un castoro, un capibara, insomma, un qualche grosso topastro non ancora catalogato da quella grande mente di Linneo, che sgattaiolò fuori dalla sua tana e se ne restò lì ad annusare l’aria vibrando i baffi. Pareva intuisse i miei pensieri.

Quindi si rintanò da dov’era sbucato senza troppi problemi.

Lori BP era poco distante da me: passeggiava lungo le sponde del lago, sui sassi grandi e bianchi e traballanti, la camicia scossa dalla brezza. Lui mi si avvicina furtivo e mi fa, ‘Hey, dude!’

Mi giro verso i suoi occhi da coguaro delle montagne, ‘Che c’è, Lori?’

‘Vedi quelle montagne là in fondo?’, mi chiede. E aguzza la vista.

‘Quelle montagne là che sono la Siria?’, aguzzo anche io la vista, coprendomi con una mano dal sole.

‘Esatto. Bene, in realtà quelle non sono la Siria. Do you know what I mean, dude? Perché quelle sono le alture del Golan, i monti che stanno fra Israele e Siria. E quelli non sono più monti siriani dalla Six-Day War.’

‘Da che?’

‘Yep, you got it. Dalla Guerra dei Sei Giorni. Millenovecentosessantasette. E a dir la verità quei monti, ora che ci sta la guerra civile, in Siria, verranno annessi da Israele.’

Detto ciò, si allontana da me e incrocia le mani dietro alla schiena, gironzola guardingo. Io torno a fissare quei monti che sono la Siria, ma che in realtà non sono più la Siria dalla Six-Day War, cioè dalla Guerra dei Sei Giorni, e che adesso che ci sta la guerra civile in Siria verranno annesse da Israele. Allora mi gratto il capo, intento a indagare cosa vi sia di così sinistro sotto a quel sole e in mezzo ai resti di quel paese così affascinante per pellegrini, viaggiatori, turisti. Ma soprattutto cosa vi sia di così sinistro davanti a quel lago e in vista di quelle montagne.

Mi volto verso Lori BP che sta fiutando l’aria, poco distante dal nostro gruppo che si inondava di selfie. ‘Lori’, gli faccio, ‘ma qui in Medio Oriente che c’hanno da guadagnare a farsi la guerra per un po’ di monti?’

Lui si volta verso di me, spalanca le braccia, poi indica il lago. ‘Non è per i monti, la guerra, ma per quello che ci sta lì sotto!’

Io ancora non ero entrato per bene nella mentalità dei conflitti mediorientali e, di petrolio, sapevo che non ce n’era sotto al Golan. La risposta al perché di quella contesa, la capii poco dopo, ma la trovai nei fatti solo nei giorni seguenti, una volta entrati nella Valle del Giordano. La guerra, sotto a quel sole che bruciava le radici sporgenti degli alberi, i campi di erbacce, le strade asfaltate e i tetti dei conglomerati urbani sulle colline, la si faceva perché quel lago faceva una gran gola a tutti. E nei luoghi desertici dove di acqua non ve n’era che qualche riserva, qualche rivolo, qualche goccia, quella ce la si contendeva coi colpi e i botti dei carri armati.

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