Diario palestinese #2: SALUTI

Non venire a chiedermi perché la Palestina, sorellina: di motivi, ce ne sarebbero troppi, nel caso in cui tu li capissi, e, in caso contrario, non ce ne sarebbero affatto. Ti posso però promettere che, pagina dopo pagina, i perché del mio viaggio potrebbero farsi vedere, uno alla volta, sempre più chiari. Il piano era quello di trascorrere una dozzina di giorni fra Israele e i Territori Occupati, assieme a un’altra dozzina di ragazzi, che manco conoscevo e che arrivavano ognuno da una parte diversa d’Italia. Figo, no? Dopotutto mica sarei dovuto andare laggiù a prendere parte a qualche manifestazione… mio malgrado, s’intende, e perché questo si doveva al piano di viaggio che avevamo condiviso. Sarei dovuto partire il primo giorno di Aprile.

Mostrami una cartina, ti aveva chiesto nostra madre la sera prima che partissi. Tutto sommato c’era andata bene: avrebbe potuto imbracciare una semiautomatica e balcanizzare casa nostra in zero due secondi. Invece l’avevamo solo sentita ciangottare Maria-santa! Sono vicini all’Egitto. Eh, sì, avrei voluto dire io, Israele è vicino all’Egitto. Non so perché, caspita, ma sta roba le aveva messo attorno un’ansia ché manco il regime del terrore durante la rivoluzione francese e appena in pochi secondi: prima pareva quasi tranquilla e felice e in pace coll’anima del mondo. Mentre tutte le giornate precedenti erano trascorse, per carità, non voglio dire senza problemi, ma almeno senza quell’atmosfera cupa che piombò sopra al nostro tetto dopo che a mia madre venne l’idea di buttare l’occhio su una cartina geografica, nel giro di mezza serata si instaurò un clima da estremo saluto intorno alla cella d’un condannato a morte. Motivo per cui, scaramanticamente, ma senza farmi vedere, ogni tanto mi toccavo. C’eri tu, sorellina, che stringevi le mani a nostra madre, ché pareva dovesse mettersi a singhiozzare da un momento all’altro; c’era la nonna che era scesa da casa sua per salutare, ma se ne stava stranamente muta e appollaiata davanti al caminetto, due fessure da rapace al posto degli occhi ché manco uno sparviero al di sopra della preda; e poi il nonno che trincava un gotto (altro termine cimbro-veneto che designa il bicchiere, in questo caso, di vino rosso), e che fissava il vuoto davanti a sé. Ecco sì, toccavo ferro, insomma.

Maria-santa!, aveva detto nostra madre. Che vuoi che ti dica, le volevo rispondere, lì devo andare. Non capivo perché proprio l’Egitto fosse diventato il suo problema, in quel momento. Ma dico, una cartina che fosse una, l’aveva mai vista? Non so, anche solo un dépliant di vattelapesca… dovevo tenere per me le invettive che mi frullavano in testa a frotte, perché volevo evitare sceneggiate proprio la sera prima di partire alla volta di Israele e della Palestina. Ovviamente, occhiolino da parte nostra, quella sera evitai di dirle che, più per l’Egitto, poverella, avrebbe dovuto preoccuparsi della Siria. Quella confinava con Israele a Nord, sull’altura del Golan, ed era pure uno spazio terrestre conteso a suon di carri armati dai tempi della Guerra dei sei giorni (1967).
Siria, dico ora, ma in realtà di quel Paese arabo non restava proprio granché: già per conto suo si trattava di una distesa di deserti che avrebbe fatto venire il mal di cammello ai beduini più errabondi, in più ci si erano messi a impallinarsi per bene, in quel posto, bombardando quello scatolone di sabbia chi un po’ di qui, chi un po’ di là, chi finanziando ribelli a destra, chi rifornendo islamisti a sinistra… no, niente Siria, abbiamo fatto bene a non parlargliene, a nostra madre. E pensare bene che ci fu un momento, durante quel viaggio, in cui Beppe – in seguito te lo presenterò – ci disse: Ecco, la Siria son quelle montagne là in fondo. E quelle montagne là in fondo distavano quanto un tiro di schioppo. Tenete fermo Zan, tenete fermo Zan!, aveva allora prontamente intimato uno del nostro gruppo. Riki, si chiamava, allampanato, piantato e immancabilmente, come si può dire, sciallo. Beh, di sicuro non mi sarei messo a correrci incontro, a quelle montagne brulle, secche, impregnate di vento e sabbia… però un pensierino ai miei compagni del Nordest che erano andati a portare solidarietà e aiuti medici e a fare i giornalisti nei campi profughi curdi dello YPG e dello YPJ al confine turco-siriano, beh, diciamo che ce lo feci. Ad ogni modo non avrei potuto fare molto, ché quelli del mio gruppo mi stavano già tenendo fermo. Malfidenti.

Maria-santa!, aveva ripetuto nostra madre, e andate anche a Gaza? Il clima di terrore e rassegnazione gravava come non mai. Sì, certo, come no?, e intanto insultavo le divinità sottovoce. Ma com’è che sti dubbi le venivano proprio la sera prima che partissi? Mi limitai ad allungare un Nooooooooo!, tartagliato fra risate convulse e fintamente disinvolte, come fossi stato un malato di febbre gialla che biascicava ai propri parenti di non preoccuparsi per la sua sorte. E dell’Egitto poi, si preoccupava. Dimmi te. No, a Gaza non ci saremo andati, non doveva temere per quell’eventualità, dicesti tu: il nostro viaggio si sarebbe limitato ai territori della Cisgiordania – che secondo il diritto internazionale dovrebbero essere riconosciuti come Stato di Palestina, sotto il governo dell’Autorità Nazionale Palestinese – e ad Israele.

L’atmosfera di piombo che era calata sulla nostra casa si allentò pian piano dopo che l’inevitabilità della mia partenza si rese manifesta e irreversibile. Allora tu stringesti ancor di più le mani che sussultavano nei singhiozzi trattenuti di mia madre, lo sparviero di mia nonna gonfiò le penne dal trespolo di divano dove s’era appollaiata davanti al caminetto, due fessure al posto degli occhi, e mio nonno finì il gotto di rosso in un sorso. Lo sguardo scolpito nelle rughe gli si fece duro e serio e, ti ricordi, sorellina?, anziché il vuoto della stanza prese a fissare me: fece per parlare, ma prima di aprir bocca si assicurò che con le mie antennine da avventuriero scalpitante fossi pronto al cento per cento a captare ogni sua singola parola. E, com’era solito fare il nonno in quei casi, mica si mise a parlar della filosofia dell’essere prudenti, ché ognuno ci potrebbe scrivere dieci libri diversi in dieci lingue differenti, rigirando per diritto e per rovescio concetti identici e contrari senza arrivare mai ad alcuna conclusione; sicché mi disse una sola cosa, che fosse e restasse una. Mai, e tirò su col naso, ti ripeto: mai andarsene in giro in meno di tre fuori dal gruppo – e, sottinteso, captavo pure un “marmocchio”-, hai capito bene? E continuava a fissarmi. Per andare sul sicuro aggiunse un terzo e ultimo e definitivo “mai”. Posò il bicchiere e si alzò insieme allo sparviero della nonna per andarsene.

Il giorno seguente pugnalai la sveglia che s’era messa a strillare alle cinque del mattino e mi diressi in aeroporto. Cominciava così il mio ennesimo viaggio con lo zaino in spalla, qualche cosa al suo interno che, boh, sarebbe potuta servirmi, e la solita voglia di partire.

Puntata precedente Diario palestinese #1: LA LETTERA

Vai alla categoria Diario Palestinese

 Diario Palestinese

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.