Un temporale estivo

Aveva perso il suo passato.

Lo aveva smarrito così, improvvisamente, senza un perché, senza alcun preavviso o alcuna spiegazione, come un temporale estivo; come un acquazzone di quelli che ti sorprendono di colpo, in mezzo a un soleggiato pomeriggio di luglio, quando esci di casa senza ombrello, con gli occhiali scuri e una maglietta leggera, nutrendoti della luce e del calore che invadono ogni cellula della tua pelle. E di colpo il sole non c’è più. Scompare in un attimo, inghiottito da una bocca avida e affamata, da fauci di nubi nere come l’oblio, e prima che tu te ne renda conto la pioggia ti scorre sulle guance e ti bagna le labbra e le palpebre, e tu togli gli occhiali scuri per pulire le lenti tempestate di piccole gocce traditrici. Corri verso un riparo ma è troppo tardi: i capelli grondano, i vestiti sono ormai fradici, l’acqua è penetrata persino nel pacchetto di sigarette mezzo distrutto che tenevi in tasca.

Anche lui aveva dimenticato l’ombrello, quel pomeriggio di luglio. E l’oblio era giunto di colpo, nero come le nubi di un temporale estivo. Quando si era svegliato, in quella bianca stanza vuota, un uomo con un camice candido si era seduto con con cortese distacco sul suo letto e gli aveva rivolto domande alle quali non era stato capace di dare una risposta. Allora l’uomo l’aveva guardato con gelida commiserazione, e con un tono di voce neutro gli aveva riferito la sua diagnosi. Si era alzato e aveva scritto qualcosa su un foglio, comunicando all’infermiera che lo attendeva dietro la porta che il paziente aveva perso, per cause da accertare, la memoria del suo passato. Ma aveva torto: aveva perso molto di più.

Il giorno seguente, sullo stesso letto si era arrampicata, aiutandosi con una sedia, una bambina con un vestitino rosso e una lunga treccia bionda, che l’aveva chiamato papà e gli aveva chiesto di raccontarle una storia; ma insieme al passato, lui aveva perso anche le storie, per cui l’aveva guardata con un sorriso triste ed era rimasto in silenzio, finché la bimba vestita di rosso non era scesa dal letto, aiutandosi con la sedia, ed era uscita dalla porta con il passo goffo ma sicuro dell’infanzia. Poi era arrivata una donna, con un abito blu notte e gli occhi color cioccolata, della stessa tonalità che avrebbe un dolce ricordo se qualcuno provasse a dipingerlo. Si era seduta sulla coperta bianca con delicata malinconia, e per un po’ di tempo – nessuno dei due avrebbe saputo definire quanto – si erano fissati senza parlare. Infine lei gli aveva rivolto un sorriso abbozzato, e lui aveva scorto qualcosa all’angolo della sua bocca, qualcosa che sentiva essergli appartenuto. Aveva cercato di cogliere al volo quell’impressione, trattenendo il respiro e concentrando ogni atomo di sé in quel qualcosa all’angolo della bocca della donna dagli occhi color cioccolata, ma il segreto gli era sfuggito, scorrendogli tra le dita aperte come un soffio di vento.

Molte persone erano passate per quella stanza vuota e si erano sedute su quel letto bianco: alcune con dolcezza, altre con disperazione, con speranza, con delusione, con rabbia, con dolore. Alcune gli avevano rivolto domande di cui non conosceva la risposta, altre gli avevano raccontato storie che avrebbe dovuto ricordare, ma che al suo orecchio suonavano false e distanti come favole, come echi lontani, come estratti dalla vita di qualcun altro.

Allora era rimasto in silenzio, finché la porta non si era chiusa con un colpo sordo alle spalle dell’ultimo visitatore. Si era seduto anche lui sulle coperte, accavallando leggermente le gambe e appoggiando il gomito sul ginocchio, aveva chiuso gli occhi e aveva cominciato a creare.
Aveva cominciato a creare perché la bambina con il vestito rosso voleva che lui le raccontasse delle storie, e lui non ne conosceva alcuna se non quelle che gli avevano riferito, che non gli sembravano abbastanza autentiche per soddisfare un’ascoltatrice così esigente.
Aveva cominciato a creare perché quel qualcosa all’angolo della bocca della donna dagli occhi color ricordo non smetteva un attimo di perseguitarlo, di infastidirlo, di turbare i suoi pensieri, ronzando nella parte più profonda del suo inconscio come un insetto irrequieto che non sapeva dove fermarsi, e lui sentiva il bisogno di trovargli un posto. Così era partito da un bambino venuto alla luce in una stanza bianca come quella in cui si trovava lui in quel momento, e per quel bambino aveva inventato un nome che aveva il suono di una melodia perduta. Poi aveva aggiunto una donna con un segreto all’angolo della bocca e una bambina con una treccia bionda, e per ognuno dei personaggi aveva creato un passato, un presente e un futuro; e quando, lo stesso pomeriggio, la bambina era tornata a sedersi sul suo letto aiutandosi con la sedia, lui le aveva raccontato la sua nuova storia con lo sguardo raggiante e la voce spezzata per l’emozione e l’orgoglio, e aveva contemplato il suo visino paffuto riempirsi di gioia ed eccitazione.

Ogni giorno lui inventava un nome diverso per il bambino e lo faceva diventare uomo seguendo un percorso differente, o magari lo trasformava per opera di una strega malefica o di un demone sbadato. Ogni giorno la donna e la bambina irrompevano nella favola con una novità da aggiungere, da raccontare, da vivere, da spiegare, e ogni giorno quel qualcosa all’angolo della bocca della donna aveva un nuovo significato, sempre più bello e profondo.
E ogni giorno la bambina con il vestitino rosso entrava nella stanza vuota, che non sembrava più tanto vuota, trascinandosi dietro la sedia. Si arrampicava sul letto con un saltino scoordinato, e chiedeva una storia. La otteneva ogni volta, e rimaneva ad ascoltarla come stregata, facendosi trascinare dalla melodia di parole che sgorgava dalle labbra di lui; e quando se ne andava era cresciuta un pochino, aveva scoperto qualcosa o provato emozioni sconosciute.
Anche la donna veniva spesso a trovarlo. A lei lui non raccontava le fiabe che aveva inventato, ma gliele mostrava nel suo sguardo, e lei intuiva in che cassetto del suo inconscio avesse riposto per quel giorno il segreto all’angolo della sua bocca.

E così si rese conto che l’uomo con il camice bianco aveva torto. Non aveva perso il suo passato: aveva dimenticato da qualche parte uno dei suoi possibili passati, probabilmente il meno interessante, come si dimentica, quasi senza farci caso, un fardello inutile di cui non si ha più bisogno. L’aveva lasciato su una panchina, si era alzato e se n’era andato, sorpreso da un acquazzone estivo, correndo e cantando sotto la pioggia fresca e viva, lasciandola danzare gioiosa sui suoi zigomi.

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Disegno di Emanuele Castoldi

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