Diario palestinese #1: LA LETTERA

Trovai la tua lettera quand’erano già trascorsi sette giorni dal momento in cui me l’avevi infilata di nascosto nella tasca di sopra dello zaino. Sette giorni da quando avevo allacciato le cinghie sfilacciate dello zaino, avevo sbuffato contro di te che a tua volta mi sbuffavi addosso e me ne ero andato via. Fortuna che non l’avevo vista subito, quella lettera, e m’era capitato di accorgermene solo quando sarebbe stato il momento giusto. Sette giorni prima mi ero infilato quatto e svelto nel vagone d’un treno, sempre come al mio solito, manco avevo salutato, diretto dov’ero diretto per inseguire i miei ideali e le mie strambe avventure: in altre parole, l’ennesima manifestazione. Non ricordo bene cosa caspita ci eravamo sbraitati addosso, però eravamo tutt’e due imbufaliti e, sì, sbuffavamo.

            Appena la vidi, quella lettera, mi rotolai in un crogiolo di nostalgia di te, sorellina, quella che in un qualche modo mi aveva cresciuto e pure insegnato a pensare, bella brava e intelligente, tu, coi ricci ramati che ti scendevano sulle spalle. Poi venne la botta di rabbia nel pensare a quando per poco non c’eravamo sbranati, prima che partissi, e al diavolo quei riccioli. Così mandai a quel paese la nostalgia, avvinghiai colle dita la busta e la schiusi per leggere sta benedetta lettera. Mentre scrutavo le righe e facevo scorrere gli occhi sulla tua calligrafia respiravo tutto il tuo rammarico, la tua preoccupazione a sapermi là, in Valle di Susa, e poi… poi c’erano quelle parole che mi tormentarono i pensieri fino a quando decisi, anni dopo, di andarmene a sgambettare fuori di casa in Palestina. Ma occupiamoci di una cosa per volta, prima che della Palestina.

            Ripeto, me ne ero andato di casa come di solito facevo io: zaino in spalla e qualcos’altro indosso che, boh, magari mi poteva sempre servire. Tanto trascorrevo giorni e giorni senza toccare sapone e dentifricio, sere senza mandar giù un tocco di pane o tracannare un solo sorso, macché di vino!, neppure di uno di quei liquori che piacevano tanto su dalle nostre parti… però che vuoi che ti dica?, io ci stavo bene, a viver così: non avere niente, né alcuna pretesa d’avere qualcosa. Finivo in posti improbabili fantasticando rivoluzioni, strimpellando una chitarra, scandendo slogan in cortei vari, pigliando pacche a rugby, scarpagnando su per le nostre montagne con – al posto della borraccia nello zaino – una bozza (termine tecnico cimbro-veneto che designa la bottiglia) di vino rosso, nonché fracassando le scatole a chiunque incontrassi con discorsi misti ambientalisti-socialisti-insurrezionalisti-libertaristi-anticonsumisti con tanti di quegli isti da far venire la nausea a Noam Chomsky o a Naomi Klein o, che ne so, a Serge Latouche, fa un po’ te. E quando tornavi a casa – già, un ritorno dopo l’altro, la parte più lacerante e amara dei nostri viaggi –, dicevo quando tornavi a casa, te ne stavi tre giorni col capo ficcato sotto il cuscino dei pensieri, dietro davanti e di fianco agli occhi ribollivano le immagini di torri aguzze che erano speroni immensi di roccia, ghiaioni dentro cui sprofondavano gli scarponi, campi infuocati che fremevano scossi da un po’ di vento e poi, beh, tutti i volti, le labbra distese in sorrisi, le battute dei compagni incontrati.

wpid-wp-1446720769830.jpeg            La volta in cui mi scrivesti quella lettera e quelle parole che mi tormentarono i pensieri per gli anni successivi, mi sapevi in Valle di Susa per quella manifestazione. Capiamoci: ti ci eri fatta l’abitudine a vedermi partire ogni tanto, a vedermi sproloquiare infervorato di cambiamenti-sfruttamenti-inquinamenti-sollevamenti con tanti di quei menti che ormai neanche ti veniva più la nausea, standomi a sentire, e pure ti eri abituata a vedermi partire per poi tornare giorni dopo con le guance sporche di fuliggine e terriccio. Però la cosa che non ti era mai andata giù era quella: sapermi in posti, a tua detta, pericolosi. Ed è inutile raccontarcela, perché è risaputo che fantasticando rivoluzioni si finisce per forza a trovarvisi in mezzo, spesso e volentieri rimpiangendo di non esserne stati fuori. Ed ecco il motivo per cui c’eravamo incattiviti l’uno con l’altra, per cui c’eravamo sbraitati addosso una serie di invettive da far rizzare i capelli ai muri di casa. Vado-in-Valle-di-Susa, no-tu-resti-qui-è-pericoloso, io-vado-dove-mi-pare, e-allora-vacci-tanto-fai-sempre-di-testa-tua. E c’ero andato, sì.

            Quella mattina di sette giorni dopo, dietro davanti e di fianco ai miei occhi scorrevano le immagini che non mi sarei scordato di quel viaggio: gente che zoppica e gente che barcolla e gente distesa, cerotti garze bende e gessi incerottati e bendati e ingessati su braccia e avambracci e ginocchia e occhi nonché nasi rotti. Tutta quella gente scorreva attorno a me, ammaccata come barattoli di latta, mentre la notizia rimbalzava da una parte all’altra del campeggio dove stavo, a Venaus: c’erano stati sette arresti in una notte, per quella manifestazione. La lettera, la trovai quella stessa mattina, col cuore ancora in gola: mi accorsi della sua sagoma che mi sbirciava beffarda dalla tasca superiore, ché mica c’avevo messo qualche cosa dentro a quella tasca dello zaino, quindi non l’avevo mai aperta. E le parole con cui avevi graffiato quel foglio per graffiare me non mi lasciarono mai più tranquillo.

            Quando andai in Palestina, in Israele – e di questo volevo raccontarti, stavolta –, mica la situazione era diversa: c’ero io che fantasticavo rivoluzioni, tu che ti preoccupavi per quello che sarebbe potuto succedermi, e quelle parole che avevi buttato giù su una lettera nascosta nello zaino che mi tormentavano la coscienza. Perché questo mio diario, sì, alla fine vuole raccontare di quando, anni dopo, decisi di andare a vedere se quel che scrivesti sul mio conto era vero: come spesso accadde la risposta che trovai non confermò né smentì quello che cercavo e che tu sostenevi, ma rimescolò le carte del mazzo, ci rimise in gioco assieme. E a causa di una serie di impensabili sollazzi della vita, mi trovai, qualche mese fa, ad andare a cercare la risposta alla tua provocazione in Palestina, dove ne vidi delle belle. Questo diario è la risposta alla tua lettera, che io mica avevo già in mano allora in Valle di Susa, ma che trovai solo dopo a essere stato sotto a blocchi verticali di cemento e in mezzo a grovigli di filo spinato.

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