Alfabeto della Sopravvivenza Tunisina

A: arissa.
O meglio, Harissa: salsa di peperoncini piccanti.
La prima volta che sono venuta in Tunisia ho avuto la brillante idea di snobbare il cibo dell’aereo, non contando che sarei arrivata alle 23 in un posto completamente sconosciuto. Per cui, una volta sistemate le valigie, a mezzanotte passata mi rendo conto di avere una fame da lupi e neanche la più vaga idea di come trovare un ristorante o un supermercato.
Mi propongo di dormire e non pensarci, ma come previsto, alle sei di mattina sono in strada a vagare con i gatti randagi, come loro in cerca di cibo e come loro con l’aria di una disposta a strapparti gli occhi per una forchettata di qualsiasi cosa. Dopo più di un’ora trovo un baracchino con in esposizione uova – milioni di uova – formaggini e salumi non meglio identificati.
La signora non parla inglese, il mio francese prima del caffè è peggio di quello di un americano ubriaco e, per pudore, non mi azzardo a tirare fuori l’arabo. Decidiamo quindi di ricorrere alla lingua dei gesti e, in piena frenesia da cibo, le punto a caso del pane, del formaggino, un uovo sodo e una misteriosa salsa di pomodoro rossa. La signora mi squadra, punta l’indice contro il barattolo di latta e mi guarda perplessa. Con la migliore delle mie poker face, faccio la disinvolta e le dico “mais oui, bien sûr”. Lei non ci crede neanche per un secondo che io sappia cosa sto indicando, ma io ho fame e non demordo, e al che la signora comincia a spalmare abbondantemente quella salsa demoniaca sul pane, in mezzo alle uova, mischiandola con il formaggino, tra una fetta di salame e l’altra, ovunque.
Io pago, mi siedo, azzanno il panino e penso di morire. Mi lacrimano gli occhi, mi pizzica il naso, la gola è in fiamme, la lingua è insensibile. Appoggio la testa sul tavolo e comincio a tossire fuori la poca dignità rimasta. La signora dietro al bancone deve vedermi in difficoltà e mi fa segno di mangiare solo il pane, allungandomi intanto una bottiglietta d’acqua. Se fossi capace di parlare le direi almeno “merci”, ma continuo a soffrire in silenzio e a guardare con odio e amore il paninazzo che mi sta davanti.
Alla fine, mettendoci più di 40 minuti e tutta la dedizione che ho in corpo, finisco il panino e, 4 giorni dopo, digerisco l’harissa.

B: barcha.
Cioè, in dialetto tunisino, “tanto”. Insieme a chouéya, cioè “poco”, sono le mie risposte universali a tutte le domande. Il problema è quando si esce dal tracciato della risposta binaria si/no, tanto/poco: in quel momento mi rimane la capacità comunicativa di un Teletubbies – Tinky Winky, per la precisione, quello abbarbicato alla borsa, dato che a Tunisi lo scippo è all’ordino del giorno e difatti non sei pienamente integrata se almeno una volta non ne hai subito uno.

C: Camilia.
Il mio nuovo nome. Gli arabi hanno la capacità di reperire fonemi in punti della gola che, normalmente, nemmeno Beyoncé o Adele vanno a disturbare. Apparentemente però, quando si tratta di infilare due L una di seguito all’altra, la lingua gli si rivolta contro. Comunque c’è da dire che non mi è andata male. Ho compagni di corso giapponesi che, per quieto vivere, sono stati ribattezzati semplicemente Yuri. Tutti. Tanto non li distinguono.

D: dabbuza mé.
Bottiglia d’acqua. Piccola premessa per i non arabisti: esiste una grossissima differenza tra l’arabo standard insegnato nelle università e quello parlato in ogni paese arabofono. Per capirci: un libanese e un marocchino hanno lo stesso grado di intercomprensione di un siculo e un piemontese. Detto ciò, il mio quarto giorno a Tunisi decido che è arrivato il momento di parlare.
Spavalda, entro in un caffè e chiedo nel mio migliore arabo un the alla menta e una bottiglietta d’acqua. Il cameriere mi guarda confuso. Glielo ripeto. Il cameriere mi guarda ancora più confuso. Perplessa, mi giro verso il mio amico turco e con occhi supplichevoli lo imploro di terminare quell’umiliazione e farmi portare un bicchiere d’acqua da rovesciarmi in faccia, dato che a quanto pare dopo due anni che studio arabo non sono neanche in grado di supplire ai miei bisogni base come bere e mangiare.
Di fronte alla mia faccia orripilata, l’amico turco si gira verso il cameriere, posiziona la sua mano destra all’altezza della piega del braccio sinistro, inarca le dita della sinistra verso l’alto e ripete l’inequivocabile ed italianissimo gesto usato per indicare la lunghezza di determinate zone maschili. Io rimango muta, mi stringo nelle spalle in attesa della folla che sicuramente ci lincerà e immagino come spiegare a mia madre che sono già finita all’ospedale.
Ma succede il miracolo. Il cameriere fa un cenno di assenso, si gira verso di me con l’aria della serie “Ma non potevi dirlo subito?” e dopo un minuto ritorna al tavolo portando the, caffè e bottiglietta d’acqua.
Insomma, morale della favola: in tunisino, se avete sete, dovete dire “dabbuza mé” e fare segno al cameriere che ce l’ha lungo.

 

CAMILLA CIMATTI

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